Lascia o raddoppia

(15 Giu 07)

Franco Bruni
La situazione politica è grigia e non si presta a rendere incisiva la politica economica. Può soffrirne la qualità del Dpef, degli eventuali provvedimenti estivi, e dell’impostazione della prossima finanziaria. Il governo è invischiato in tecniche di sopravvivenza che approfittano della mancanza di alternative e del fatto che non si vuole interrompere la legislatura senza una riforma elettorale. Su questo stallo piovono la scandalosa evidenza dei costi e degli arbitri della «casta» politico-burocratica e il veleno di pettegolezzi e presunti complotti. Il rischio è un duraturo deterioramento delle istituzioni e dell’economia.

La storia di questa coalizione è in tre fasi. Prima delle elezioni: si trattava di offrire un’alternativa al centrodestra. Prodi ha scommesso sull’unione della sinistra, che non poteva basare su un programma terso. Ha cercato di dare un’impressione di consenso fra componenti eterogenee e ha vinto. Criticarlo per questa fase, a meno che uno non sostenga che andava confermato Berlusconi, è possibile ma molto difficile. Richiede il dissenso dal sistema bipolare o almeno la convinzione che andasse temporaneamente attenuato o sospeso. La seconda fase è stato il primo anno di governo. Qui le critiche sono facili, da diversi punti di vista, anche quelli più vicini a Prodi. Proprio nella sua ottica, di quadrare il cerchio di una coalizione impossibile, si può ritenere che egli non sia stato capace di esercitare la leadership necessaria per un’operazione così difficile.

Si è consumato nella ricerca di compromessi e consensi precari. Non ha messo nell’angolo con autorevolezza chi avrebbe pagato caro il subitaneo ritorno a casa del governo.

Con l’opposizione non ha usato lo stile che avrebbe incoraggiato maggiori sostegni esterni e critiche più costruttive. In politica economica tutto ciò si è visto nella confusione barocca della legge finanziaria e nell’incapacità di cavalcare con più decisione l’aumento di consenso seguito alle liberalizzazioni.

I difetti della seconda fase spiegano la terza: una grave crisi di consenso e di capacità di decisione. Prodi è in trappola, costretto, per paura di cadere in Parlamento, a non fare quello in cui crede e che nel medio periodo lo rafforzerebbe. La politica economica offre tanti esempi di questa trappola. Ma il massimo dello snaturarsi per sopravvivere Prodi lo ha raggiunto quando ha chiesto di rinviare il referendum, l’unica minaccia in grado di stimolare una riforma elettorale che riduca il ricatto dei piccoli partiti. Proprio lui, campione di bipolarismo e da anni sognatore di un grande partito di centrosinistra.

A questo punto Prodi può riconoscere di aver fallito, perdonandosi perché il compito era difficile e continuando a governare per dovere, con tecniche di sopravvivenza minimaliste, fino a quando qualcuno non trova un’alternativa, più o meno trasversale e temporanea. In questo scenario la politica economica d’estate ha profilo basso: poche cose «snelle», come si va suggerendo, distribuzione di briciole di tesoretto e rinvio dei capitoli spinosi al tira e molla autunnale sulla finanziaria.

Ma invece di prepararsi a lasciare, Prodi potrebbe raddoppiare la scommessa, cessare le acrobazie mediatorie, rischiare sul serio, mettendo su un piatto pesante cose importanti, che lui e i suoi migliori ministri credono vadano fatte. Allora la politica economica dev’essere subito più ambiziosa. Tagli di spesa, pensioni, riforma degli ammortizzatori sociali, disciplina del pubblico impiego, ripresa delle liberalizzazioni, e altro ancora: facendo votare al più presto documenti impegnativi, prima della finanziaria. La sfida deve cominciare nel governo, mettendo qualcuno in minoranza, e continuare in Parlamento, senza escludere voti favorevoli dall’opposizione.

Nel piatto della scommessa la politica economica non deve restar sola. Deve esserci anche una riforma elettorale, maggioritaria, bipolare, che piace ai grandi partiti, anche a destra, e che perciò, come ha osservato Bastasin, può trascinare consenso per le misure economiche che sono con lei nel piatto. Non è compito del governo proporla? Lo faccia chi in Parlamento lavora al partito democratico: Prodi può appoggiarla con forza anche assumendo un atteggiamento che favorisca la manifestazione di consensi sostanziali nell’opposizione.

Meglio rischiare con un piatto pesante d’inizio estate, piuttosto che vivacchiare di espedienti, per mancanza di alternative e per dovere d’ufficio, facendosi accusare di malsano attaccamento alla poltrona. La morte del governo potrebbe risultare accelerata, ma sarebbe più dignitosa di una lunga agonia mediatoria. L’opinione pubblica, che in larga maggioranza chiede di essere governata con polso, chiarezza e senza illusioni populiste, appoggerebbe la scommessa: il consenso generale crescerebbe più del dissenso degli interessi speciali intaccati dai singoli provvedimenti. E Prodi potrebbe riconfermarsi nell’idea di avere capacità di leadership superiori all’apparenza di chi manca del tutto di stivaloni lucidi e, nella trappola dei Mastella e dei Diliberto, ha finito per sporcarsi anche le scarpe.

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