Rifondazione all’ultima spiaggia

(11 Giu 07)

Riccardo Barenghi

Resa dei conti a sinistra. E alla sbarra c’è Fausto

L’ultima goccia è stata la manifestazione fallita di sabato in piazza del Popolo, mentre il movimento sfilava in un corteo numeroso che ce l’aveva con Bush, con Prodi e anche – se non soprattutto – con la sinistra, radicale e di governo, che in quel corteo non c’era. Una ferita che i dirigenti di Rifondazione comunista stanno cercando in queste ore di rimarginare, «dobbiamo ricostruire subito un rapporto con i movimenti che forse abbiamo un po’ dimenticato», ammette il capogruppo alla Camera Gennaro Migliore. Mentre il segretario del partito Franco Giordano si sforza di sdrammatizzare: «Noi non eravamo in quel corteo solo perché non abbiamo voluto alimentare le tensioni, visto che alcuni leader del movimento avevano posto una sorta di aut aut francamente assurdo: o al governo o in piazza. Ma la nostra gente c’era, militanti e dirigenti. Dunque bisogna che ci rimettiamo a lavorare perché i prossimi appuntamenti di movimento siamo unitari».

Ma è appunto solo l’ultima goccia di un malessere, se non vogliamo chiamarla crisi, del rapporto tra la sinistra radicale e il suo popolo. Le altre gocce sono le elezioni, con risultati certo non piacevoli (anche se quelli del Partito democratico sono peggiori, si consolano quelli della Cosa rossa). Con un astensionismo che cresce soprattutto nelle zone operaie, vedi anche ieri nel Ponente di Genova, cioè proprio tra gli elettori più di sinistra. Con un disagio tra i lavoratori che si è espresso con i fischi di Mirafiori. Con i risultati dei ballottaggi che rischiano di peggiorare il quadro.

E con la battaglia che si apre sulla questione economico-sociale che qualcuno già chiama «la madre di tutte le battaglie».

Si soffre al governo, soprattutto se si è di sinistra radicale e se il tuo governo non fa quello che tu pensi debba fare. Si soffre ma si continua a starci: «Perché oggi non siamo al 1998 quando ponemmo l’alternativa tra svolta e rottura. E alla fine fu rottura visto che non ci fu la svolta», spiega ancora Giordano. Però. Però si punta tutto sulla partita sociale, le pensioni, il Dpef, il risarcimento sociale dei ceti più deboli finora penalizzati, secondo tutto l’arcipelago della sinistra radicale. La battaglia si annuncia aspra, il bersaglio è essenzialmente il ministro Padoa-Schioppa, «che ragiona come un tecnocrate quando dice al sindacato: o vi innovate o vi estinguete – accusa Migliore – . Ma lui ha idea di cosa sia il rapporto con la società o pensa di essere un gestore senza popolo? Noi invece al nosro popolo ci teniamo, e dovrebbe tenerci tutta l’Unione: perché se non soddisfiamo le loro richieste non perderà Rifondazione ma tutta la coalizione»”.

Nessuno lo dice apertamente, tuttavia nel partito di Bertinotti e Giordano e in tutta l’area della Cosa rossa l’aria che si respira è appunto quella dell’ultima spaggia. Voci dal sen fuggite: «Se va male la battaglia sul Dpef, sulle pensioni, sulla redistribuzione del reddito, che ci stiamo a fare ancora al governo?». E ancora: «Non sarebbe meglio sfilarci prima che Prodi ci crolli addosso seppellendoci di macerie?». Ma la linea ufficiale è ancora un’altra, quella espressa appunto da Giordano e che non prevede al momento abbandoni della nave. Anche se un dirigente come Giovanni Russo Spena, che fa il capogruppo al Senato, dice senza mezzi termini: «Qualora dovessimo perdere anche la battaglia sulle questioni sociali, qualora cioè non dovessimo ottenere quel risarcimento sociale che, non noi, ma gli elettori del centrosinistra si aspettano, allora io proporrò di consultare la nostra base per chiederle una cosa molto, molto semplice: cosa dobbiamo fare, dobbiamo restare o andarcene dal governo?». Aggiunge Cesare Salvi, capogruppo al Senato della Sinistra democratica (l’ex correntone uscito dai Ds): «I cittadini sono esasperati contro di noi, c’è una crisi profonda tra la sinistra radicale e i suoi elettori, così come c’è tra il Partito democratico e i suoi. E mi pare che gli stati maggiori sottovalutino il probema, che invece è drammatico».

La questione se restare o lasciare Prodi dunque ormai è sul tappeto. Tanto che un sindacalista come Giorgio Cremaschi, che in Rifondazione è in minoranza ma che ha comunque un certo polso della situazione operaia essendo uno storico dirigente della Fiom, spiega che «il corteo dell’altro ieri ha segnato l’ennesimo strappo tra il partito e la sua base, così come prima gli episodi accaduti nelle fabbriche. C’è poco da fare, lo scollamento tra il vertice e la parte più radicale dell’elettorato è ormai evidente, c’è chi protesta, chi fischia e chi si rifugia nell’astensionismo. E lo voglio dire molto chiaramente, anche se mi dispiace perché mi considero un suo amico: il danno maggiore per Rifondazione si chiama Fausto Bertinotti. Quando gli operai esprimono la loro delusione, parlano di quei sindacalisti che sono finiti nelle istituzioni. E cioè parlano di Fausto che è il simbolo di una forza politica che ha perso l’anima». E dunque? «Dunque io penso che Rifondazione, se vuole sopravvivere, deve emanciparsi da Bertinotti. E soprattutto porsi il problema di uscire dal governo, magari mettendo a punto un’exit strategy in modo da organizzare un sistema che non consenta a Berlusconi di tornare al potere. Però mi pare che una via d’uscita sia obbligata».

Nel frattempo c’è chi la via d’uscita se la trova da solo, per esempio i trotzkisti di Cannavò e Turigliatto (deputato il primo, senatore il secondo). Loro ovviamente hanno sfilato nel corteo dei no global, in piazza del Popolo non ci hanno messo neanche un piedino. E adesso sbandierano con orgoglio il fatto che «finalmente esiste un’opposizione di sinistra al governo Prodi. Che attualmente però è totalmente priva di rappresentanza politica». Pensate di dargliela voi, questa rappresentanza? «Siamo consci dei nostri limiti, tuttavia noi continuiamo a chiedere un congresso straordinario del partito per cambiare linea. Ma sappiamo che non ce lo concederanno e dunque abbiamo già fissato in autunno la conferenza della nostra corrente, Sinistra critica, dove decideremo di lasciare Rifondazione».

Faranno un altro partito, loro, i no global, Cremaschi e tutti quelli che non si sentono più rappresentati da Rifondazione, i Comunisti italiani, i Verdi, la sinistra democratica? E’ presto per dirlo, ma certo la tentazione è forte. Soprattutto se nel frattempo Giordano, Migliore, Russo Spena, Ferrero, Diliberto, Mussi, Salvi, Pecoraro, Cento (e il «regista» Bertinotti) non saranno riusciti a ottenere da Prodi quella svolta capace di far ritrovare alla sinistra radicale la sua missione politico-sociale. E a farle vincere la sua storica scommessa sul governo.

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