Silvio, l’amico di sempre

(10 Giu 07)

Augusto Minzolini
Il primo comandamento della diplomazia prevede che quando non si è d’accordo su un argomento, è meglio accantonarlo. E George W. Bush che voleva dimostrare all’opinione pubblica del nostro Paese di non essere quel mostro di cui parla una certa sinistra che in Italia è anche al governo, si è attenuto a questa regola aurea.

La stessa cosa ha fatto Romano Prodi, che aveva un obiettivo primario: dimostrare che l’anti-americanismo non è uno degli elementi fondanti della sua coalizione. E i due hanno perseguito i loro obiettivi con una buona dose di realismo e di pragmatismo. I sogni, insomma, sono stati messi da parte.

Alla vigilia del viaggio il presidente Usa aveva una speranza confidata in più occasioni: «Vado da Prodi per dargli un po’ di coraggio sull’Afghanistan». Cioè per chiedergli un maggior coinvolgimento dei soldati italiani nelle operazioni militari. Ebbene, di quell’argomento, come dell’Iraq, si è parlato poco nell’incontro di Palazzo Chigi perché già nelle istruttorie preliminari le due parti avevano capito che non avrebbero tirato fuori un ragno dal buco. E nel breve accenno che si è fatto nei colloqui il Professore ha risposto con la frase di rito: «La nostra Costituzione ci pone dei vincoli».

Per dirla in breve, noi italiani la guerra non la possiamo fare. Per cui alla fine l’attenzione si è incentrata sull’emergenza clima, sul Kosovo, sul Libano, sull’Iran, cioè sui temi in cui i due Paesi vanno di comune accordo per dare modo a George W. di chiamare Prodi per nome, ricordare che è un amico e dimenticare la lettera con cui sette ambasciatori dei Paesi che fanno parte del contingente Nato a Kabul avevano stigmatizzato qualche mese fa l’atteggiamento del governo italiano laggiù. «Attutire, attutire»: è stata la tattica messa in atto secondo l’ambasciatore italiano a Washington, Gianni Castellaneta, già consigliere diplomatico di Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi. «L’importante – sono le parole con cui ha descritto il lavoro preparatorio della visita – era rammendare». Così la sceneggiatura dell’incontro è stata studiata apposta per mettere in risalto l’amicizia ritrovata. Con George W. che in queste commedie è un vero mattatore.

Come il Cavaliere. Entrando nei saloni affrescati di Palazzo Chigi ha chiesto al Professore: «I soffitti li hai dipinti tutti tu, Romano?». E ha regalato una battuta a tutti i membri della delegazione italiana. «E’ un sacco di tempo che non la vedo», ha detto a Massimo D’Alema, che aveva lasciato cinque minuti prima al Quirinale. E non ha risparmiato una battuta sulla statura notevole del portavoce, Silvio Sircana: «Mi pare che ti ho notato al G8». In breve: il rapporto tra il presidente Usa e il premier italiano non è quello della pacca sulle spalle, ma la classica amicizia che secondo il protocollo diplomatico debbono dimostrare i capi di governo di due Paesi alleati, specie se hanno litigato da poco.

Un’amicizia «diplomatica», appunto. Quella che unisce, invece, George W. e Berlusconi è un’amicizia vera, personale, non fosse altro perché i due si piacciono. Parlano lo stesso linguaggio e quasi sempre la pensano allo stesso modo. «A vederli da vicino – confida lo stesso uomo “ombra” di Prodi, Sircana – sono uguali. Se mi debbo immaginare un incontro tra loro, li vedo sotto il tavolo a raccontarsi barzellette. Solo che mentre Romano le capirebbe immediatamente, Berlusconi avrebbe bisogno dell’interprete».

Ecco perché George W. per nulla al mondo avrebbe rinunciato al colloquio a Roma con l’amico Silvio. Prodi avrebbe preferito che questo evento irrituale fosse cancellato dal programma. Palazzo Chigi ha fatto anche qualche velato passo in tal senso alla vigilia. Ma non c’è stato nulla da fare. «Ho deciso di vedere Berlusconi – ha spiegato Bush – perché è il capo dell’opposizione e perché è un mio amico personale. Del resto ho detto a Romano che avrei visto Silvio e lui mi ha detto che non mi rimproverava mica per questo, perché è la stessa cosa che lui fa in altri Paesi. Non si deve leggere nient’altro in questa cosa».

Un modo elegante per ricordare che anche il Professore ha i suoi amici in Usa, a cominciare da Bill Clinton e tutto l’Ulivo mondiale. Eppoi le affinità che legano George W. al Cavaliere non sono solo «personali», ma anche politiche. E i due hanno una certa complicità. «In un’ora – ha confidato il Cavaliere – abbiamo parlato di tutto». Procedendo all’unisono. Quando il presidente Usa gli ha parlato dei suoi problemi in Afghanistan, il Cavaliere è stato lesto a rispondere: «Certo se fossi al governo ti darei una mano. Il mio governo aveva un altro concetto dell’alleanza». Per poi rincarare: «Una parte di questa maggioranza ha una visione distorta degli americani. C’è qualche esponente del centro-sinistra che partecipa ai cortei contro la politica Usa. Se qualcuno fosse sceso in piazza stando nel mio governo gli avrei ordinato di scegliere: o stai al governo o manifesti in piazza. Comunque le contraddizioni della loro politica estera saranno risolte presto. Questo è un governo che non dura. Ha due terzi del Paese contro».

Anche ieri, quindi, nel colloquio tra Bush e Berlusconi, i formalismi della diplomazia sono stati messi da parte. Non li rispettavano quando erano entrambi al governo, figuriamoci oggi. E tra l’Afghanistan, il Libano e la situazione politica italiana, i due come vecchi amici hanno parlato delle vacanze. «Avrò modo di avere il presidente Bush ospite – ha spiegato poi il Cavaliere – magari per farsi qualche foto dove sa che io mi diletto a costruire musei botanici». Oppure di quello che faranno quando andranno in pensione. «Ho parlato a Bush – ha raccontato – dell’università per la democrazia e la libertà, gli ho offerto di venire come “professore visitante” e lui mi ha detto che farà un’analoga iniziativa in Texas».

I due hanno una visione del mondo comune, che non è quella di Prodi. Del resto non potrebbe essere altrimenti. Ieri tutti quelli che hanno manifestato a Roma contro Bush – sia nel sit-in di piazza del Popolo, sia nel corteo di piazza Navona – erano elettori di Prodi. Elettori senza i quali non avrebbe vinto. E il dato più preoccupante per il Professore è il risultato della sfida tra le due manifestazioni: la sinistra dei movimenti, quella che brucia in piazza le bandiere americane, ha dimostrato di avere più seguito nelle piazze di quella massimalista istituzionale. Almeno ieri, purtroppo per Prodi, Casarini ha battuto Bertinotti.

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