Italietta o Italiona

(10 Giu 07)

Barbara Spinelli
Nelle ore che hanno preceduto l’arrivo a Roma di George Bush si è discusso molto di Italietta, per descrivere l’esecrazione dell’America che avrebbe animato di lì a poco cortei e manifestazioni contro il presidente americano. Dimostrazioni che lungo la giornata sono state pacifiche, e che non hanno turbato gli incontri con Prodi e il ministro D’Alema, conclusisi bene. Solo verso sera, in corso Vittorio, un piccolo gruppo si è ritagliato uno spazio nel corteo no-war e ha scelto la violenza, suscitando la risposta della polizia. A parlare di Italietta era stato Berlusconi e il governo ha reagito accusando l’opposizione d’aver precipitato il Paese in ben più palpabili provincialismi, negli anni in cui era ai comandi, correndo dietro alla falsa grandeur promessa da Bush.

L’epiteto Italietta fu usato prima dai nazionalisti contro l’Italia di Giolitti, poi dal fascismo che sognava un’Italiona con smanie nazionaliste. Non ne scaturirono che disastri: «l’intervento nella prima guerra mondiale e l’Italiona fascista, quella dei muscoli tesi e gonfi, degl’immancabili destini, della spada dell’Islam, degli eroi santi e navigatori», scrisse Montanelli il 10 marzo ‘96 nella rubrica delle lettere sul Corriere. La tanto sprezzata Italia dei notabili aveva compiuto in realtà miracoli, con le sue umili fatiche: «Era figlia di chi, avendola fatta dopo il Risorgimento a prezzo di uno sconquasso politico ed economico oggi difficilmente immaginabile, si trovarono poi a doverne pagare i costi, né conoscevano per questo altra terapia che la lesina».

Berlusconi imita quel disprezzo e propone un’Italia che può spendere e spandere senza mezzi. Che s’immagina grande solo perché affianca Washington incondizionatamente. Possiamo immaginare come Montanelli reagirebbe alle accuse del capo dell’opposizione: gli direbbe che l’Italia odierna è nulla, se non investe su un’Europa potente. Ricorderebbe al politico disgustato dall’Italietta che egli stesso è figura di un’Italia piccola che mente a se stessa: figura interessata non al mondo ma a un’elezione amministrativa parziale, non all’America ma alle peripezie d’un governo che l’opposizione intera s’ostina – con atteggiamento assai poco americano – a definire illegittimo. Il centro sinistra si difende ma cade spesso nella trappola: ogni giorno i suoi rappresentanti si sentono in dovere di spiegare che non sono antiamericani, quasi scusandosi. La discussione sull’antiamericanismo del governo è ideologica, senza relazione coi fatti del mondo e con le azioni di Prodi in Afghanistan e Libano.

Per capire l’importanza delle manifestazioni contro Bush non serve dunque guardare alle dispute italiane. Conviene guardare anche alla Germania e soprattutto all’America. Conviene meditare su un viaggio che vede il presidente Usa come intrappolato: impedito a Roma di andare a Trastevere, tanto grande è la sua impopolarità. Impedito di muoversi dalla cittadina balneare di Heiligendamm, perché un vertice a Berlino sarebbe stato incendiario. Tutti questi son segni del degrado che colpisce l’immagine americana in Paesi europei che in passato furono tutt’altro che antiamericani.

Qui infatti è la novità di quest’inizio secolo. Cortei contro l’America ci sono sempre stati, a cominciare dalle manifestazioni contro la guerra in Vietnam, ma oggi i dimostranti non rappresentano una minoranza. Basta leggere il libro «America contro il mondo» (America Against the World: How We Are Different and Why We Are Disliked, New York 2007) di Andrew Kohut e Bruce Stokes, rispettivamente direttore e consulente del Centro indagini Pew, per rendersi conto che l’egemonia mondiale Usa vacilla straordinariamente e che la superpotenza non è in realtà più tale.

Per la prima volta i manifestanti in Germania e Italia non sono una minoranza, contrapposta a una maggioranza silenziosa filoamericana. Non esiste una maggioranza italiana o tedesca favorevole agli estremisti – alle loro violenze, alla profanazione con cui hanno offeso ieri la lapide di Aldo Moro – ma esistono maggioranze robuste che hanno smesso d’aver fiducia nell’America, che temono l’inefficacia delle sue politiche in Iraq, Afghanistan, Medio Oriente, sul clima, nei rapporti con Mosca. Questi sviluppi sono visibili in Europa e altri continenti, dopo l’intervento in Iraq. In Indonesia, l’immagine positiva dell’America è crollata nel giro d’un solo anno: dal 2002 al 2003, il favore è passato dal 55% al 15. All’origine di simili tracolli la reazione all’11 settembre, le guerre preventive, l’esportazione della democrazia. L’America è giudicata una potenza non affidabile, dopo la guerra in Iraq, dall’82% dei tedeschi: una cifra mai vista. Domandarsi se la contestazione non violenta vituperi Bush o l’America stessa non ha molto senso. La tesi di Kohut è che «a causa di Bush, aumentano sensibilmente coloro che cominciano a esecrare l’America in quanto tale», ha spiegato a maggio in una conferenza del Consiglio Carnegie a New York. Kohut parla di baratro: «Uscirne sarà difficile. Non basterà un cambio di presidenza».

Importante a questo punto non è fare la conta di chi sta in un campo e di chi sta nell’altro, ma esaminare la natura del baratro e costruire politiche su tale esame. Un compito che toccherà all’America come all’Europa. Alla prima tocca imparare dai fallimenti e chiedersi se il discorso su superpotenza e iperpotenza abbia ancora significato. Alla lunga, un potere forte esercitato senza responsabilità diventa inefficace oltre che arrogante: inefficace sino a svanire. All’Europa tocca prender atto d’un desiderio diffuso dei popoli e trarre le conseguenze da quello che per ora è più desiderio d’impotenza che di potenza. La sfiducia verso l’America non si traduce infatti in vera presa di coscienza, dunque in azione politica. Gli autori del libro sull’America contro il mondo sottolineano come tanti in Europa aspirino a un’Unione capace di controbilanciare gli Stati Uniti, senza però indicare come ciò possa avvenire. Divenire potenza comporta sforzi, spese, e gli europei (comprese le sinistre radicali che manifestano a Roma e Germania) non intendono pagare il multipolarismo che pretendono di inaugurare. Non si sforzano di smentire lo storico Michael Mandelbaum, secondo il quale molti perseguono una cosa e il suo contrario: vogliono in cuor loro che sia l’America a presidiare il mondo, e vogliono il lusso di poterla criticare gratis. Il 70% degli intervistati dal Centro Pew sostiene che il mondo funzionerebbe meglio se esistesse una seconda potenza, ma alternative non le propone né le vuole.

Quando era ministro delle Politiche comunitarie nel governo Berlusconi, Buttiglione disse una cosa che l’odierna maggioranza ancora non ha contestato: «I nostri elettori non sono disposti a pagare le spese di un apparato militare che ci offra possibilità di intervento paragonabili a quelli degli Stati Uniti. Non credo che si tratti semplicemente di miopia, ma di una corretta percezione del fatto che l’apparato militare americano in parte protegge anche noi. L’elettore non si sente minacciato dagli americani e anzi si sente almeno parzialmente protetto da essi. Per questo non è disponibile a pagare i costi di un massiccio riarmo europeo» (Corriere della Sera, 20 marzo 2003). I manifestanti dovrebbero rispondere a questo interrogativo: siete favorevoli a un’Europa che abbia mezzi e istituzioni per controbilanciare Washington, per una politica diversa dall’americana ma pur sempre audace? Se non sanno rispondere, la loro serietà è inesistente. Un altro problema europeo è il rapporto con Mosca e i dissidi tra europei su America e Russia.

D’Alema critica con rigore la tendenza di Bush a dividere l’Europa, trattando bilateralmente con Varsavia e Praga sullo scudo antimissilistico. Ma la questione riguarda non solo l’America ma anche la Russia. Putin ha mostrato nei giorni scorsi che l’Europa è spendibile. Ha minacciato di riattivare contro di essa le proprie atomiche per convincere gli americani a non installare scudi antimissilistici in Europa dell’Est. Poi ha sorpreso Bush, proponendo l’utilizzazione di propri radar in Azerbaigian. Ma nel frattempo aveva adoperato l’Europa alla stregua d’una pedina.

Il male non è l’antiamericanismo. L’accusa è astratta, viene ormai sistematicamente pronunciata per occultare la realtà. Chi vuol avere un rapporto con il reale si armerà – per meglio potere – di volontà di sapere: sapere cosa nascerà da queste manifestazioni di insofferenza verso l’America, negli Stati Uniti e in Asia, in Africa, in Europa e Italia. Solo Bush e i no-war tedeschi e italiani credono all’iperpotenza americana e a una globalizzazione governata con efficace mano di ferro dalla Casa Bianca.

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