Bastasse il coraggio di TPS

(7 Giu 07)

Federico Geremicca
E’ del tutto prevedibile che il voto con il quale il Senato ha ieri provato a chiudere il caso Visco-Guardia di Finanza non sarà sufficiente a mettere la parola fine ad una vicenda che certo presenta aspetti ancora oscuri. Troppo esacerbato appare ormai il clima tra maggioranza e opposizione – e troppe Procure sono ancora al lavoro – perché sia ipotizzabile che agli italiani vengano risparmiate nuove puntate dell’ennesimo pericoloso e corrosivo tormentone polemico. Bisogna qui dare però atto al ministro Tommaso Padoa-Schioppa (il cui lungo nome ormai i giornali abbreviano in TPS) di aver fornito prova di dedizione istituzionale e di coraggio, caricando sulle proprie spalle la responsabilità dell’intera vicenda e affrontando la bolgia del Senato in un passaggio che, per la sua delicatezza, avrebbe forse meritato l’intervento del premier in persona o di uno dei vicepresidenti del Consiglio.

È prevedibile, dicevamo, che il caso non sia chiuso qui. E non soltanto per l’uso propagandistico che vorrà continuare a farne l’opposizione, ma anche perché alcuni degli interrogativi della vigilia non sono certo stati risolti dalla pur puntigliosa ricostruzione effettuata in aula dal ministro dell’Economia. Padoa-Schioppa ha descritto il comportamento del comandante della Guardia di Finanza, Roberto Speciale, con parole durissime e quasi alla stregua di un generale golpista: slealtà nei confronti dell’autorità politica, gestione personalistica del corpo, forzatura delle regole con attribuzione su base fiduciaria di importanti funzioni eccetera eccetera.

Tale descrizione, inquietante di per sé, giustifica il permanere di almeno tre interrogativi nient’affatto soddisfatti dal discorso del ministro dell’Economia. Il primo: se il generale Speciale è quel che ha descritto ieri Padoa-Schioppa nell’aula del Senato, perché non è stato rimosso dal suo incarico per tempo e si è invece atteso l’esplodere della polemica col viceministro Visco? Il secondo: perché a un militare macchiatosi di slealtà e insubordinazione è stato offerto a compensazione (e non si capisce a compensazione di cosa) il pur sempre rilevante incarico di consigliere alla Corte dei Conti? Il terzo: se il viceministro Visco in tutta questa discussa vicenda ha agito correttamente, perché gli sono state ritirate le deleghe? Sono interrogativi che erano già stati posti alla vigilia del dibattito parlamentare di ieri e che continuano ad attendere una risposta. Il che, oltre a rendere ipotizzabile il prosieguo di velenose polemiche, non è affatto rassicurante.

Due parole, infine, vanno spese sul clima che ha accompagnato questa vicenda (e per la verità, non solo questa). Si è ormai davvero ai limiti della possibilità di un utile confronto democratico tra le parti in causa. È un clima, certo, che non nasce dal nulla e che si è alimentato, nel corso di questi mesi, di tutto quanto di peggio la politica è a volte in grado di offrire. Ad esso hanno contribuito tanto la maggioranza (con sfoggio di arroganza degno di maggior causa e di ben altri numeri in Parlamento) quanto l’opposizione (rea di una politica meramente propagandistica e distruttiva). Il risultato è appunto un clima fatto di reciproca delegittimazione e nel quale il merito delle questioni ha ormai perso qualunque rilevanza. Come si vivesse in una perenne vigilia elettorale, è tutta una caccia al «chi sta con chi» e alla denuncia continua di questo o quel complotto. Si potrebbero fare molti esempi, ci limitiamo ai casi più recenti. Se si punta l’indice contro i costi (e il crescente discredito) della politica, governo e opposizione invece di interrogarsi sulla fondatezza della denuncia si chiedono chi ha manovrato chi, e a chi conviene. Se si pubblica un qualunque dossier intorno a indagini pur tuttavia in corso (è il caso del vicepremier D’Alema), si grida al complotto ed alla provocazione. È un momento non semplice, insomma, anche per i giornali. Ma lo è assai di più, naturalmente, per le leadership politiche e di governo di questo Paese. Maggioranza e opposizione farebbero bene a guardarsi negli occhi e a interrogarsi almeno circa il futuro prossimo. Molte riforme annunciate sono ferme al palo, e l’approvazione a larga maggioranza di una nuova legge elettorale appare – in questo clima – un’utopia. Quel che si avverte, insomma, è il bisogno di una ripartenza. Ammesso che ve ne sia il tempo, la voglia e la possibilità.

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