Pericoloso gridare: “Al voto!”

(5 Giu 07)

Ilvo Diamanti

Silvio Berlusconi ha invocato nuove elezioni, evocando, in caso contrario, manifestazioni di piazza e altre iniziative. Fino allo sciopero fiscale. Alla base di questa minaccia, la distanza tra governo e società; tra maggioranza istituzionale e reale. Visto che le elezioni amministrative recenti e i sondaggi dimostrerebbero, in modo palese e perfino macroscopico, che il centrosinistra è maggioranza in Parlamento (in modo risicatissimo, al Senato), ma minoranza fra gli elettori. Al contrario del centrodestra.

Ora, che questo governo e la maggioranza di centrosinistra siano impopolari è difficilmente opinabile. Che ciò costituisca un buon motivo per andare a nuove elezioni al fine di ristabilire il principio democratico, tuttavia, è del tutto improprio. Infondato.
La democrazia ha le sue regole, le sue procedure.

Nella forma minima, coincide con il diritto, attribuito ai cittadini, di scegliere chi li governa, attraverso elezioni: libere, competitive (con diverse alternative), ricorrenti (svolte, quindi, a scadenze regolari).

Peraltro, dove vige un sistema elettorale maggioritario non c’è, necessariamente, coerenza e proporzione fra risultato e rappresentanza. Perché mira a rendere governabile un Paese piuttosto che a riprodurne le differenze politiche, culturali, sociali, ecc. In Inghilterra il partito che prevale ottiene una larga maggioranza di eletti pur non raggiungendo il 40% dei voti. Negli Usa, George W. Bush, quando venne eletto la prima volta, nel 2000, ottenne mezzo milioni di voti in meno del democratico Al Gore. E prevalse solo grazie al (contestato) verdetto della Florida (per 500 voti o giù di lì).

Il fatto che l’opinione pubblica possa cambiare idea, nel corso di una legislatura, non è una buona ragione per rimettere in discussione gli assetti istituzionali. Oggi la larga maggioranza dei cittadini degli USA valuta negativamente la presidenza di Bush, come sottolineano non solo i sondaggi, ma i risultati delle midterm elections, che hanno consegnato ai Democratici la maggioranza al Congresso e al Senato. Ma nessuno pensa di anticipare le elezioni (che, peraltro, avverranno fra poco più di un anno).

L’opinione pubblica, d’altronde, può cambiare opinione. I governi stessi affrontano le politiche più impopolari e più costose (per i cittadini) a inizio legislatura. Contano, infatti, di recuperare consensi in seguito.
Lo stesso Berlusconi, se valesse il criterio che oggi rivendica per il centrosinistra, avrebbe dovuto rimettere il mandato almeno a partire dal 2003; parallelamente ai ripetuti rovesci elettorali del centrodestra. Fino alla sconfitta, senza appello, subita alle elezioni regionali del 2005.

Quanto ai sondaggi, non solo possono essere fallaci; ma misurano tendenze suscettibili di sensibili mutamenti. Perché fra opinione e scelta di voto la distanza è sempre rilevante. Basta pensare all’ultima campagna elettorale. PSB, la società americana a cui Berlusconi si affidò, in vista delle elezioni del 2006, decretò, nel febbraio di un anno fa, il sorpasso del centrodestra ai danni dell’Unione. Tuttavia, lo stesso istituto tre mesi prima, nel dicembre 2005, rilevava un vantaggio a favore del centrosinistra prossimo al 14%.
Ciò significa (ammesso e non concesso che le stime di PSB fossero affidabili) che l’opinione pubblica può cambiare rapidamente. In poche settimane. Per l’azione di un leader, in grado di rovesciare un verdetto annunciato. Come Berlusconi un anno fa. Aiutato dagli errori di strategia e di comunicazione degli avversari.

Peraltro, gli orientamenti degli elettori cambiano in relazione al momento e all’occasione. Gli elettori che si erano allontanati dal centrodestra, perché delusi dall’azione del governo, un anno fa hanno serrato le fila e sono rientrati a casa, rispondendo al richiamo di Berlusconi. Lo stesso avverrebbe, a parti rovesciate, in caso di nuove elezioni. Siamo pronti a scommetterci.

Perché Berlusconi ha una straordinaria capacità di mobilitare. I suoi elettori, ma anche gli altri. Sa farsi amare e odiare. Le schiere di elettori di centrosinistra che alle elezioni amministrative di una settimana fa hanno deciso di non votare e si sono astenuti, decretando il trionfo dei candidati di centrodestra, tornerebbero alle urne, in caso di elezioni politiche. La paura del ritorno del Cavaliere sarebbe più forte della delusione nei confronti del malcerto cammino del governo. Il che renderebbe più dubbio l’esito di una prossima consultazione. Anche perché non sappiamo: con che legge elettorale si voterebbe; e quali coalizioni si confronterebbero. L’Udc, ad esempio, davvero tornerebbe disciplinatamente alla Casa (d. L.)? Fini e Casini: davvero sarebbero disponibili a recitare ancora per cinque anni la parte delle eterne promesse?

Per questi motivi, la minaccia di elezioni anticipate non ha fondamento, ma corrode le fondamenta della democrazia rappresentativa. Oppone i sondaggi e le consultazioni locali alle elezioni legislative. Pone sullo stesso piano il consiglio comunale di Verona e il Parlamento.

E poi, che bisogno ha, il centrodestra, di invocare così freneticamente nuove elezioni? In questa Repubblica provvisoria chi governa è condannato all’impopolarità. Assediato da una sfiducia sociale patologica. Per cui conviene stare all’opposizione. Berlusconi e il centrodestra, dal 1994 ad oggi, non hanno mai goduto di tanto consenso. Ne approfittino. E approfittino dell’aiuto, generoso, fornito dal centrosinistra. Impegnato, a pieno tempo, a farsi del male da solo.

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