La grande paura

(5 Giu 07)

Andrea Romano
Una strana paura serpeggia in questi giorni nella politica italiana. È l’attesa di qualcosa che nessuno conosce, ma che tutti temono con angoscia crescente. È la visione confusa e inquietante d’una crisi imminente.

Una crisi che potrebbe spazzare via ogni cosa e consegnare il Paese a un futuro di cupa incertezza.

Ognuno cerca di descriverla come meglio può, ricorrendo al proprio bagaglio di fantasmi. Per alcuni si avvicina il nuovo e definitivo trionfo dell’antipolitica, con una replica del diluvio universale del 1992. Per altri è il momento della resurrezione della P2, in veste più tecnologica ma al solito alleata di tutti i poteri forti disponibili sul mercato della dietrologia. Per altri ancora è l’ombra di qualche forestiero pronto a «scendere in campo» (Montezemolo, Draghi o chi altri?) per un’incursione di rapina nei territori della politica.

La nostra «grande paura del 2007» somiglia alle ondate di spavento collettivo che si diffondevano nelle società preindustriali alla vigilia dei sommovimenti rivoluzionari, nutrendosi di voci spontanee e amplificando il panico nelle masse popolari. Nel microcosmo nuovamente preindustriale della politica italiana tutti invitano a mantenere la calma e si affannano a mettere le mani avanti, ma tutti finiscono per agitarsi di più ogni giorno che passa. Nell’attesa del grande e spaventevole evento, nessuno capisce più molto di quello che potrebbe accadere nel caso di una ordinaria crisi politica. Di quelle che avvengono nelle normali democrazie parlamentari, anche se istituzionalmente fragili come la nostra, dove le coalizioni possono logorarsi ed essere sostituite da nuove alleanze dotate di maggiore slancio politico e carismatico. Qui non è permesso immaginare nulla di diverso da una grande catastrofe, perché la tentazione di ricorrere al linguaggio del crollo è troppo forte per la maggior parte dei protagonisti della politica.

Il centrodestra vi partecipa da par suo, al culmine del caso Visco-Speciale, annunciando con Giulio Tremonti niente di meno che «l’autunno della Repubblica» e diffondendosi con altri suoi esponenti nella descrizione della fine della democrazia e della morte delle istituzioni. È un consapevole ricorso alla strategia dell’allarmismo, con l’intenzione di mascherare la crisi politica e di leadership in corso da tempo nell’opposizione. Può darsi che si tratti di una scommessa vantaggiosa sul breve periodo, ma è difficile non riconoscervi il segno di un vizio comune ad alcuni degli avversari: il ritorno di quella stessa irresponsabilità che fece gridare al «regime» una parte del centrosinistra solo pochi mesi dopo la vittoria di Berlusconi. Perché le democrazie muoiono una volta sola e i regimi sono una cosa terribilmente seria. E il rischio è anche stavolta quello di privare il nostro linguaggio civile di idee e rappresentazioni di cui dobbiamo continuare ad avere ben chiari i contorni, inducendo nell’elettorato una pericolosa assuefazione all’allarme quotidiano.

Il nuovo spauracchio del centrosinistra sta invece assumendo un profilo più definito con il passare dei giorni. Nessuno ne conosce i dettagli, tutti ne parlano. Perché ognuno sa che si tratta della nuova infornata di intercettazioni sul caso Antonveneta-Unipol che il 12 giugno raggiungerà il Parlamento (e quindi l’opinione pubblica). Ci aspettano altri giorni di passione su brani di conversazione carpiti al telefono a questo o a quell’esponente dei Democratici di sinistra? Dobbiamo prepararci ancora una volta all’esegesi politico-dialettale di frasi come «abbiamo una banca»? Sinceramente non c’è da augurarselo. E non solo per il buon nome delle personalità che saranno eventualmente coinvolte. Non c’è da augurarselo perché l’intercettazione è davvero il fondo del barile della politica, capace con il suo peso di schiacciare ogni argomentazione che non sia la condanna preventiva o la difesa d’ufficio. Anche in questo caso è comprensibile che a destra ci si lecchi i baffi in attesa della nuova, grande occasione. Ma il centrosinistra avrebbe uno strumento formidabile per disinnescare questa mina, senza ricorrere all’antico riflesso della dietrologia o ai fantasmi della P2: coloro che ipotizzano di essere citati nelle intercettazioni che saranno trasmesse al Parlamento dicano già oggi di cosa si tratta, quali commenti e quali scenari furono fatti in conversazioni che dobbiamo immaginare in tutto e per tutto simili a quelle che ognuno di noi intrattiene privatamente ogni giorno.

«Alle ore 18 ci sarà il Giudizio Universale», era la voce che risuonava dall’alto in un film di Vittorio De Sica. C’era chi si pentiva, chi si dava alla pazza gioia, chi rimaneva indifferente. Alla fine poco o niente accadeva, se non un grande acquazzone. Potrebbe essere ancora questo il finale della nuova grande paura, se lo si volesse davvero.

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2 Responses to “La grande paura”


  1. 1 Antonio giugno 5, 2007 alle 6:43 pm

    la cosa grave è che Visco è ancora uomo di governo.

  2. 2 roberto lanfranco giugno 8, 2007 alle 4:21 pm

    la mediocrità della nostra politica non sta in quello che dice ma in quello che non fa…


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