Sul doppio cognome Pera sbaglia

(4 Giu 07)

Chiara Saraceno
Non basta evidentemente essere stati la seconda carica dello Stato per non confondere i propri desideri di uomo impaurito dalla pur parziale emancipazione femminile con le norme che regolano i rapporti tra i coniugi e la famiglia. Qualcuno dovrebbe informare Marcello Pera che, contrariamente a quanto da lui sostenuto su questo giornale, in Italia le donne sposandosi non perdono il proprio cognome, ma aggiungono al proprio quello del marito. E sia professionalmente che da un punto di vista amministrativo è il loro cognome da nubili quello che conta. Perciò in famiglia ci sono già due cognomi, anche se «il cognome di famiglia» è solo quello del marito. Pera dovrebbe anche venire informato che in Italia, come in tutti i Paesi occidentali, dal punto di vista legale non esiste un privilegio della linea maschile su quella femminile. E a livello sociale e culturale si trovano sia situazioni in cui prevalgono i rapporti con «quelli di lei» sia altre in cui invece prevalgono i rapporti con «quelli di lui», a prescindere dal cognome.

Lo stesso uso del cognome e la sua trasmissione da una generazione all’altra si è stabilizzato in età moderna per motivi prevalentemente amministrativi e ha conosciuto vicende diverse nei vari Paesi. In alcuni, ad esempio in Spagna, la trasmissione del doppio cognome – materno e paterno – è antichissima e rimane tuttora. Nel passato era un uso rinvenibile anche in alcune zone della Sardegna. In entrambi i casi, certamente non per qualche intervento diabolico dei laicisti, che ormai sembrano aver sostituito i comunisti nel ruolo di mangiabambini nell’immaginario teodem e teocon. E senza che ciò provocasse particolari indebolimenti all’istituto familiare e alle singole famiglie. Gli unici che sperimentano dei problemi, là dove è in uso il doppio cognome, sono gli studiosi, in particolare gli storici, perché è più difficile rintracciare le persone appartenenti a una stessa discendenza da una generazione all’altra. Ma è un problema che si pone sempre anche nel caso del cognome unico, nella misura in cui si perde il filo della continuità con la discendenza per via materna.

La cosa buffa è che Pera, per sostenere l’impossibilità etica (addirittura!) di attribuzione di un doppio cognome, abusa di riferimenti alla natura e di metafore naturalistiche. Ma se dovessimo tenerci alla natura, allora non ci sarebbe partita: solo la continuità con la madre è autoevidente («mater semper certa est, pater incertus») e il ruolo della madre nella riproduzione è di gran lunga maggiore di quello del padre. È così vero che gli storici hanno osservato che il matrimonio è stata l’istituzione per eccellenza della paternità, nel senso che tramite esso l’uomo si appropria (si appropriava) dei figli che la donna mette al mondo, dato che non ha (non aveva) altro modo per avere accesso alla generazione, in senso sociale e non solo biologico. Ma anche questo è cambiato, anche nel nostro Paese, prima che per lo sviluppo tecnologico (esame del Dna) per le modifiche di legge, che hanno consentito anche a chi è sposato di riconoscere un figlio avuto con un’altra persona. Inoltre, il fenomeno del divorzio e dei nuovi matrimoni cui apre ha dato luogo già ora a famiglie in cui i diversi componenti hanno cognomi diversi. Anzi, se i figli avessero anche il cognome della madre avrebbero qualche problema di identificazione di sé e di collocazione nello spazio sociale in meno, perché avrebbero sempre anche il cognome del genitore con cui vivono, padre o madre che sia.

La trasmissione del solo cognome paterno è un residuo simbolico di quell’atto di appropriazione unilaterale che cancella la dualità – non solo biologica, ma sociale – della generazione e delle lunghe catene generazionali. Trasmettere anche il cognome materno è anch’esso un atto simbolico, di segno opposto: mantiene aperta e rende esplicita la dualità come garanzia della continuità nel tempo e come radice che si rinnova ogni generazione. Si può non essere d’accordo, o non ritenerla una priorità; ma, per favore, evitiamo di evocare i soliti foschi scenari di attacco alla famiglia.

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3 Responses to “Sul doppio cognome Pera sbaglia”


  1. 1 Franco giugno 8, 2007 alle 2:12 pm

    Secondo me il passaggio chiave è “la legge del doppio cognome, dopo quella, tentata, dei Dico, potrebbe diventare proprio il primo passo per toccare la sostanza della famiglia”
    che significa: “cattolici attenti!non avete capito quanto è pericolosa questa riforma? è contro la famiglia patriarcale, è contro i nostri valori, dobbiamo mobilitarci per fare opposizione come abbiamo fatto con i DICO!” Pera ha ragione: tutti sottovalutano l’importanza di questa riforma, che porta al patriarcato una tale mazzata che hai tempi della riforma del diritto di famiglia non si ebbe il coraggio di inserirla. E quando scrivo tutti ci stanno dentro anche i laici, che faranno poco per difenderla e molto per
    annacquarla…

  2. 2 simona giugno 18, 2007 alle 1:47 pm

    Trovo che i ritstdi biblici che stanno interessando il passaggio di questa legge, siano ingiustificabili, poichè tale ralentamento sta gravemente danneggiando le donne itaiane, che partoriscono ma non possono imporre il cognome ai figli.
    Io credo che ognuno debba essere padrone in casa propria e il fatto che una consuetudine italiana condanni, reni e soprattutto condizioni la nostra vita, non lo possiamo più tollerare.
    Gli uomini che stanno osteggiando il passaggio della legge dovrebbero farsi un’esame di coscienza e pensare che che se sono ciò che sono e se sono in parlamento, è anche per merito di una donna del loro passato: la loro mamma!

  3. 3 simona aiuti giugno 18, 2007 alle 1:53 pm

    Sempre riguardo la legge sul doppio cognome, vorrei dire che l’opinione pubblica è pronta efavorevole al cambiamento. Ho scritto diversi articoli al riguardo, e ho incontrato il parere favorevole della gente, nel volersi allineare a molti paesi stranieri che già da molto tempo offrono una scelta ampia ai genitori.
    Quindi non ha senso rallentare e andare contro la volontà del popolo italiano, stufo di subire scelte di vecchi parruconi che staszionano in parlamento
    Simona Aiuti


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