L’ospite che divide

(5 Giu 07)

Lucia Annunziata
La destra lo desidera, molti dentro il centrosinistra cominciano magari ad augurarselo, ma in verità l’unico soggetto politico che oggi potrebbe davvero staccare la spina al governo Prodi è l’area della sinistra radicale. E la tentazione è lì, a portata di mano.

Ieri il premier è stato contestato nell’ultimo dei luoghi dove sarebbe dovuto accadere: nelle aule in cui si sta svolgendo il Festival dell’Economia di Trento, un evento diventato, al suo secondo anno, un esempio di quanto grande sia lo spazio in Italia per luoghi dove si discute con serietà di cose serie. Il Comitato scientifico è coordinato da Tito Boeri, economista che guida anche l’agguerrito gruppo di esperti raccolto intorno al sito La voce.info. Fra gli ospiti, il fior fiore dell’intellighentsia del Paese.

Trento è dunque per definizione e aspirazione un evento pensoso e prestigioso, molto incline – senza esserlo passivamente – al centrosinistra. Insomma, un posto dove il premier del governo attuale, per altro professore a pieno titolo, avrebbe dovuto arrivare come per una passeggiata. Invece c’è stata la contestazione, una protesta la cui radice di sinistra è stata messa ben in chiaro dalla signora che è salita sul palco e che si è presentata dicendo: «Sono una delle persone che l’ha votata e che si è sentita tradita».

Non è la prima volta che accade e i fischi ai premier sono davvero il sale della democrazia. Ma qualcosa distingue l’episodio di ieri da altri precedenti: la tempistica. La protesta di Trento apre una settimana in cui lo scontro fra il governo e la sua parte di forze politiche radicali – Rifondazione, Verdi, Comunisti – si materializzerà senza sottigliezze.

La visita del presidente americano George Bush a Roma, l’8 e il 9, obbligherà infatti il centrosinistra a confrontarsi con tutti gli argomenti su cui esistono, al suo interno, una divaricazione massima e un’inconciliabilità totale: la pace, la guerra, il rapporto con gli Stati Uniti, il nostro impegno all’estero in termini di uomini e progetti, in Afghanistan come in Libano o in Europa. Temi su cui si è verificata l’unica crisi di governo e di cui dunque non è ingenuo pensare che si ripresenteranno con il massimo di passione ideologica e una buona quota di rancore mal digerito.

La differenza questa volta si potrà misurare: si materializzerà, come si diceva, nelle manifestazioni di piazza che per la natura delle questioni aperte sarà difficile limitare a qualche migliaio di partecipanti. Così il centrosinistra si dividerà fra chi sarà nei palazzi e chi nelle strade, fra chi andrà all’ambasciata americana e chi griderà «George go home!». Chi sceglierà una opzione e chi l’altra? Decisione complicata, già lacerante quando si è trattato di decidere se sfilare o meno con i precari o con il Family day, ma ben più rischiosa nel caso della politica estera. Se infatti tra piazza e istituzioni si misura di solito la concezione di Stato su cui si fonda una coalizione, in questo caso si misurerà addirittura la collocazione del Paese nelle relazioni internazionali. In scena andrà così – ci pare già di vederla – una Roma attraversata dal lungo corteo delle auto del Presidente americano, mentre nelle strade intorno premono i cortei; seguiremo il percorso a piedi del Presidente nei corridoi del Quirinale dove gli stringeranno la mano Napolitano e D’Alema (e il presidente della Camera?), due ex comunisti, mentre da un angolo degli schermi si vedranno manifestanti che innalzano un pupazzo di Bush con le mani insanguinate. Come recupererà il governo una tale pubblica, estrema, internazionale esposizione delle proprie divisioni? Basterà poi che in questa differenza si infili un gesto di violenza, una scorribanda che degenera in scontri, un cassonetto bruciato, e la distanza si farà irrecuperabile.

Eccesso di pessimismo? Mentre scriviamo il conto dei feriti negli scontri per il G8, a Rostock, Germania, è già di un migliaio. È lo stesso G8 dove è atteso il Presidente americano. E negli scontri si sono distinti molti italiani.

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