“La mia cura è quella giusta, basta liti o me ne vado”

(30 Mag 07)

Massimo Giannini

Il premier e il verdetto delle urne: “Non lo nego, speravo meglio nelle città del Nord”
“Invece è aumentato il divario con la destra nelle zone dove già eravamo in minoranza”
Prodi avvisa gli alleati. “E sul Pd si fa come dico io”

“Il risultato del voto? Certo che non mi è piaciuto. E certo che mi preoccupa il calo di consensi nel Nord. Ma sa che le dico? Questo Paese era ed è ancora malato. Io gli ho fatto una bella operazione chirurgica. E non ho mai visto un malato che, dopo l’operazione, si mette a correre e ti dice “come godo”. Quindi io vado avanti, perché sono sicuro che la terapia è quella giusta. E se c’è qualcuno che ne ha un’altra, si accomodi pure…”. Chiuso nella sua “trincea” di Palazzo Chigi, seduto in maniche di camicia al tavolo di lavoro, Romano Prodi è un concentrato di rabbia e di orgoglio. Il giorno dopo la batosta delle amministrative il premier, insieme al fumo del solito toscano, sbuffa tutta la sua insofferenza. Avverte gli alleati: “Più coesione, o avanti un altro”. E lancia un durissimo altolà sul Partito democratico: “D’ora in poi cambia la musica. Si fa come dico io, prendere o lasciare”.

Presidente Prodi, lei ha perso le amministrative. Si immaginava questa Caporetto, oltre la linea del Po?
“Mi aspettavo un risultato un po’ peggiore al Centro-Sud, ma non lo nego, speravo che saremmo andati meglio al Nord. Invece, nelle zone in cui il centrosinistra era già in minoranza alle ultime elezioni politiche, il nostro divario rispetto al centrodestra è ulteriormente aumentato”.

E come se lo spiega? I problemi di comunicazione, ormai, non nascondo anche un problema politico?
“Non c’è dubbio. Cosa si rimprovera al governo? Che non ha saputo spiegare bene le cose che ha fatto e quelle che voleva fare, giusto? E allora io le dico: come si fa a dare un’immagine di buongoverno, quando i ministri e gli alleati della tua maggioranza sono i primi a smontare i provvedimenti che prendi? Ormai il dissenso precede addirittura il provvedimento da cui si dissente. Basta che lo annunci, e c’è subito qualcuno che si ritiene titolato a criticare, per aumentare la visibilità sua e quella del suo partito. Basta che il mio portavoce parli a nome di tutti, e cinque minuti dopo c’è sempre qualcuno che parla a nome proprio. Quando questo accade, neanche Leonardo da Vinci o Niccolò Machiavelli possono risolvere il problema”.

È un atto d’accusa senza appello ai suoi alleati.
“È la constatazione dei fatti. Il “panino” dei tg è il simbolo di questo pessimo andazzo: se dissenti ci sei dentro, se no sei fuori. Ma io voglio avvertire tutti: un governo non va lontano, e non raccoglie consensi, se i primi a non riconoscere le sue iniziative e i suoi meriti sono quelli che ne fanno parte. Più si dissente, più si confonde e si delude l’elettorato”.

Non tocca a lei mettere in riga i dissidenti?
“Io non ci posso fare molto. Non possiedo né giornali né tv. La legge elettorale è quella che è. Ma così non si può andare avanti. Non si può accettare che ogni misura venga infilzata dalla tua maggioranza, a volte ancora prima che abbia visto la luce”.

Come si esce da questo vicolo cieco? Come si risponde in positivo, per esempio alla questione settentrionale?
“Sul piano politico, serve più coesione tra di noi. Dopo un anno di governo mi aspettavo meno litigiosità, e più senso di una missione comune. Sul piano delle cose da fare, c’è un modo sano e un modo insano per fronteggiare l’emergenza. Il modo insano è cavalcare tutti i malesseri, inseguire tutte le proteste, soddisfare tutte le richieste. Il modo sano è continuare a risanare il Paese, per garantirgli un futuro di stabilità e di sviluppo. Per riportarlo ad essere competitivo con gli altri grandi paesi europei. Io non ho dubbi su quale sia la scelta da fare”.

Ma se la gente non condivide, lei rischia di fare come diceva Brecht: “il popolo ha chiesto al comitato centrale di cambiare le sue decisioni, il comitato centrale ha deciso di cambiare popolo”…
“Ho il massimo rispetto delle scelte degli elettori. In questo voto ci sono elementi che devono spingerci a una riflessione seria. Ma una cosa deve esser chiara. Io non ho nulla da perdere, ho messo a disposizione del Paese le mie esperienze, e ho già annunciato che alla fine della legislatura lascerò. Ma voglio governare cinque anni. E voglio lasciare a chi verrà dopo di me un Paese migliore”.

E i risultati dell’altro ieri, al primo anno di legislatura, le sembrano un buon viatico?
“Non si governa sull’oggi, non si governa sulle emozioni. Ho piantato una vite che deve dare i suoi frutti. C’è bisogno di tempo. Se qualcuno vuole seminare un po’ d’erba e poi falciarla subito, faccia pure. Io non ho vinto le primarie e poi le elezioni del 2006 per fare una politica di corto respiro. Sapevamo fin dall’inizio qual era la nostra missione: riportare il deficit sotto il 3%, quando l’abbiamo trovato al 4,4%, e ricominciare a ridurre il debito. Garantire al Paese il risanamento, per rimetterlo nel frattempo sul sentiero della crescita”.

Le faccio un esempio: vi siete accorti troppo tardi dell’emergenza sicurezza. L’indulto non vi ha penalizzato, proprio al Nord?
“L’indulto è l’unico provvedimento che mi sento rimproverare spesso, anche se non ha affatto prodotto gli sfaceli che gli vengono attribuiti. Io ci ho pensato giorno e notte, prima di firmarlo. Le carceri scoppiavano. Papa Wojtyla, alle Camere riunite, aveva chiesto molto di più: amnistia e indulto. Mi ricordo bene quel giorno: tutti i parlamentari in piedi, ad applaudire il Pontefice. Poi, quando ho varato l’indulto, si sono seduti tutti, e parecchi sono scappati. Non è un comportamento responsabile. Io non cerco la popolarità per seguire il senso comune. Non mi adagio sui vizi del Paese. Il mio dovere è cercare di guarirli, con serietà e rigore”.

Un altro esempio: firmare il contratto degli statali qualche giorno prima non vi avrebbe aiutato?
“Sì, ho sentito anche questa. Dunque mi si rimprovera di non aver fatto il furbo? Non ci sto. Io non mi gioco lo stipendio degli statali per un interesse elettorale. La politica a breve termine non mi appartiene. Certo, sarebbe molto più facile: ma se l’avessi adottata nel ’96 avrei portato il Paese alla bancarotta. E invece l’ho portato nell’euro”.

Un ultimo esempio: concedere subito gli sgravi dell’Ici, come chiedeva Rutelli, non sarebbe stato più utile?
“Senta, sono stato il primo a dire che il nostro impegno assoluto è ridurre la pressione fiscale. Le tasse le abbiamo già in parte ridotte: 3 punti in meno di Irap per le imprese non sono uno scherzo. Vogliamo ridurle ancora, e le ridurremo. Ma io non posso abbassare le imposte, se prima non abbatto il livello indecente di evasione fiscale. E non posso abbassare l’Ici, se prima non intervengo in quelle fascia di sub-povertà che in questi anni si è allargata drammaticamente. Non siete stati proprio voi a raccontare su Repubblica la tragedia di milioni di italiani che vanno a prendere il cibo alla Caritas? E allora, prima di eliminare l’Ici io mi devo occupare dei più poveri”.

Giusto. Ma intanto, come dimostra il voto del Nord, avete perso i contatti col mondo delle imprese. E non si può dire che Montezemolo non vi avesse avvertito.
“Da Montezemolo non solo io, ma tutti si aspettavano un minimo di equilibrio in più. Tutti si aspettavano che parlasse un po’ più dei problemi dell’economia produttiva e del ruolo dell’industria. Così si dialoga in modo costruttivo. Certo, se avessi dirottato altrove, persino sulla lotteria, i 5 miliardi di euro di riduzione del cuneo fiscale per le imprese, ci avrei guadagnato di più, perché di quella misura Confindustria non ci ha dato alcun riconoscimento. Ma io so che è stata comunque una scelta giusta per il bene del Paese. Perché vede, io sono un economista. So bene come si fa a rilanciare il sistema produttivo: infrastrutture efficienti, ricerca e sviluppo, sostegni all’export, aiuti all’innovazione tecnologica”.

E allora, se lo sa, perché non lo fa?
“Come si fa a distribuire risorse, se prima non si fa un po’ di sana accumulazione? Se non si accumula, se non si cresce, non ci sono tesoretti da redistribuire nè “risarcimenti” sociali da elargire. Possibile che un Paese non sa ciò che deve e ciò che può fare? Una famiglia, quando si deve comprare l’automobile nuova, sa che per un certo periodo dovrà fare un po’ di risparmi. Perché non si applica al giudizio sulla cosa pubblica lo stesso approccio che si usa in famiglia? Allunghiamo l’orizzonte. Un Paese che vive solo sul breve è un Paese finito”.

A parte le imprese, non le pare che anche il sindacato sia assai poco incline ad accettare la sfida della modernizzazione?
“Lo voglio dire con grande chiarezza: i sindacati si devono convincere che questo Paese deve cambiare. Se io, se noi tutti ci mettiamo in gara, devono farlo anche loro”.

Vuol dire che la riforma delle pensioni va fatta entro giugno?
“Voglio dire che, sgomberato il campo dal contratto degli statali, il governo non va certo in vacanza. La riforma è necessaria, deve garantire l’equilibrio finanziario del sistema previdenziale e deve dare sicurezze di lungo periodo non solo agli anziani ma anche ai giovani. Su questa base non solo il governo, ma tutte le parti sociali devono sentirsi impegnate”.

Dica la verità: col senno di poi, se tornasse indietro farebbe una Finanziaria un po’ più morbida, come si rammarica l’ala sinistra?
“Una Finanziaria più morbida? Poi cosa andavo a raccontare all’Ue, all’Fmi, alle agenzie di rating, ai mercati? Se non avessi dato subito un segnale forte della nostra volontà si risanare i conti, a quest’ora il Paese sarebbe in rovina. No, questi ragionamenti proprio non li accetto. Non accetto che mi si dica che non si sapeva a cosa saremmo andati incontro. Lo dissi subito: volete giustamente più crescita, più equità fiscale, più aiuti ai ceti deboli, scuole migliori, più asili nido? E allora serve una terapia d’urto, immediata. I benefici verranno più in là”.

Il problema è questo. Più in là quando?
“Ma io sto governando l’Italia, mica la Francia! Noi abbiamo un debito pubblico al 106% del Pil, un’evasione fiscale indecente, una crescita insufficiente, una produttività bassa, una carenza di infrastrutture. E come se non bastasse, un sistema politico frammentato e una legge elettorale scandalosa, che ha solo acuito le divisioni tra i partiti. Se nel Paese c’è la coscienza civica di tutto questo, allora possiamo ancora farcela. Altrimenti, avanti un altro”.

Il voto dimostra che all’opinione pubblica questa coscienza non l’avete trasmessa. Si chiede il perché?
“Se l’opinione pubblica si aspetta l’impossibile, da me non lo otterrà. Io mi ricordo il dramma degli anni ’80. E non inganno il Paese, promettendo quello che non posso dare. Se va bene è così, se no mi si mandi via”.

Appunto. È proprio quello che vuole fare Berlusconi, andando al Quirinale a chiedere la sua cacciata.
“Nella passata legislatura il Cavaliere ha preso botte da olio santo in tutte le elezioni amministrative, e nessuno gli ha detto niente. Vuole andare da Napolitano? Che vada. Tanto poi torna indietro. La Cdl non è un’alternativa di governo: in un quinquennio hanno fatto solo disastri. Abbiamo fatto crescere il Pil più noi in quest’ultimo anno che loro nei 5 precedenti. Cos’è, fortuna anche questa?”.

Possibile che lei sia soddisfatto al 100% di come vanno le cose?
“Io non sono soddisfatto al 100%. Alcuni errori li ho commessi. Già in Finanziaria avrei potuto fare qualcosa di più per i tagli alla spesa pubblica. Ma ora stiamo recuperando. Il tema dei “costi della politica”, di cui in questi giorni si parla tanto, l’ho inventato io. Entro giugno vareremo un disegno di legge”.

Basterà a calmare l’ondata dell’anti-politica?
“Se basterà non lo so. So che il fenomeno è serio, e che mi preoccupa moltissimo. Ma so anche che il rimedio migliore è la buona politica, non la demagogia”.

Parliamo proprio di rimedi. Cosa pensa di fare per risalire la china dei consensi? Non è il momento di cambiare passo?
“È il momento di andare avanti per la strada che abbiamo intrapreso”.

Sempre più ostaggi della sinistra radicale, come dice la Cdl?
“Ma questa è una balla! E poi: la sinistra radicale dice che abbiamo perso per colpa di Padoa-Schioppa, la Cdl dice che abbiamo perso perché siamo troppo di sinistra. Insomma, che almeno si mettano d’accordo!”.

Resta il nodo vero, che forse spiega più di tutti gli altri la vostra sconfitta: il partito democratico. Su questo non siete troppo in ritardo, e troppo divisi sulle formule?
“È vero. Ma il partito democratico arriva al momento giusto, ed è la soluzione per tutti questi problemi. A una condizione, però: che sia veramente un partito nuovo. E finora sono stato timido a dirlo, ma dopo le amministrative non ho più remore: deve nascere come partito federale. Deve esserci un Pd emiliano, piemontese, lombardo, laziale, e così via. Deve nascere come un partito concorrenziale, contendibile, non garantito, aperto. Dobbiamo arrivare all’appuntamento del 14 ottobre con tante belle liste, dove nessuno è garantito. Anche il signor Prodi va a correre nel suo collegio 12 di Bologna, come ogni altro cittadino”.

Bella immagine. Ma intanto con il comitato dei 45 avete creato solo nuovo malcontento.
“Quello è stato un brutto errore. Ma quante volte ho detto che i partecipanti a quel comitato non dovevano avere incarichi nei partiti? “Levatrici” del Pd, dovevano essere: così avevo detto, e mi hanno attaccato in tanti. Ma adesso basta. D’ora in poi cambia la musica. O si fa come dico io, o prendere o lasciare”.

Nonostante il suo ultimatum, ora c’è il dissenso di chi vuole anticipare i tempi, ed eleggere insieme alla costituente anche il leader. Lei non è d’accordo?
“Per me l’idea di scindere il leader dal premier è assolutamente inaccettabile. È un modo di riproporre i vizi della vecchia politica. Le due figure, il leader e il candidato premier, devono coincidere: è nella natura stessa del partito democratico, che nasce come partito per il governo e per la governabilità”.

Quindi la costituente chi può nominare, se non un leader?
“Nominerà un coordinatore, un reggente. Meglio ancora uno speaker. Il vero leader sarà nominato più in là, e sarà anche il candidato premier. Questo è il patto”.

Opta per questa scelta “minimalista” perché teme un pericoloso dualismo. Non è così?
“La mia storia parla per me. Io non faccio battaglie personali. Voglio uno spazio per governare davvero, e poi me ne andrò come ho promesso. Ma se non ho lo spazio per governare, me ne vado subito. A fare il Re Travicello proprio non ci sto”.

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