La Batosta

(29 Mag 07)

Riccardo Barenghi
Non è la spallata che invocava Berlusconi per abbattere il governo Prodi, e neanche poteva esserci visto il tipo di voto e il numero di elettori chiamati alle urne (un quinto del totale). Tuttavia la botta per il centrosinistra c’è stata, eccome. Al Nord si può anche definire una batosta, visto che, a parte Genova dove l’Unione ce la fa – ma di strettissima misura, ed è pure costretta al ballottaggio in Provincia – il centrodestra vince praticamente ovunque, strappando città come Verona, Monza, Alessandria, Asti…

Il governo e la sua maggioranza possono consolarsi con i risultati del Sud, anche se ad Agrigento vincono solo perché hanno candidato un esponente dell’Udc che ha cambiato sponda. E a L’Aquila e Taranto arrivano primi grazie a due candidati della sinistra radicale, il primo passato alle primarie (effetto Vendola), imponendosi nella battaglia interna contro i riformisti dell’Unione. In altre parole contro il Partito democratico in via di sviluppo, autodefinitosi il timone del governo.

Il segnale politico che arriva dal voto di ieri e domenica è dunque brutto per chi governa il Paese e che solo un anno fa ha vinto le elezioni politiche (sul filo di lana). Se non si può parlare di generale sfiducia popolare, che comporterebbe gesti seri e gravi – come fece D’Alema nel 2000 dimettendosi da premier e come non fece Berlusconi nonostante tutte le sconfitte subite mentre governava – certamente gli elettori hanno voluto lanciare un avvertimento pesante. Soprattutto quelli del Nord, zona del Paese giudicata decisiva sotto tutti i punti di vista sia dalla destra che dalla sinistra.

Ma non solo loro, non ci si può infatti dimenticare il risultato siciliano di sole due settimane fa che non fu certo incoraggiante per la maggioranza di governo. Così come sarebbe miope non valutare il calo dell’affluenza, che seppur ridotto segnala comunque un ulteriore aumento della disaffezione per la politica in crisi.

Che fare?, si chiederebbe Lenin se fosse vivo. Che abbiamo fatto?, dovrebbero invece chiedersi gli attuali leader del centrosinistra. Parecchi errori, dovrebbero rispondersi con onestà intellettuale senza nascondersi dietro il patetico dito della comunicazione che non ha funzionato. Il governo in realtà ha comunicato benissimo, ed è proprio per questo che perde. Perde perché i cittadini hanno capito benissimo (sanno leggere la busta-paga) che la legge finanziaria ha penalizzato più o meno tutti senza premiare nessuno. Perde perché le liberalizzazioni, se ci sono state, nessuno le ha ancora viste. Perde perché ha varato una misura impopolare come l’indulto e non è stato capace nemmeno di difenderlo. Perde perché sulle unioni di fatto ha innestato una clamorosa marcia indietro, dimostrandosi pavido di fronte alle vigorose pressioni della Chiesa e cercando affannosamente un recupero fuori tempo massimo sulla famiglia (Prodi sabato scorso). Perde perché sulla sicurezza e sulla droga (i carabinieri di Livia Turco) si è mosso tardi e male, inseguendo la linea del centrodestra: ma l’elettore preferisce l’originale alle imitazioni.

Perde insomma perché ha promesso molto e ha mantenuto poco, spesso rimangiandosi impegni presi in campagna elettorale. E non solo: perde perché l’immagine che ha dato di sé, un’immagine molto sostanziosa, è quella di una Babele in cui si parlano mille lingue e nessuno capisce quale sia la principale. Se ce n’è una principale.

Fortunatamente per il centrosinistra, queste elezioni non sono la fine del mondo, né la fine della storia. Sono però una sonora lezione di fronte alla quale sarebbe suicida far finta di niente, liquidarla come un test locale, alzare spallucce e andare avanti come se nulla fosse. In una direzione o nell’altra, su tutte le questioni che gli si presentano di fronte, il governo deve ora scegliere la sua strada. Meglio rischiare di cadere per aver scontentato qualcuno, piuttosto che tirare avanti da una sconfitta all’altra, sempre più deboli e logorati. Fino a quella definitiva.

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