Democrazia e dinosauri

(24 Mag 07)

Tito Boeri
Si sente accerchiata e sembra sull’orlo di una crisi di nervi quando teme che il referendum elettorale diventi un plebiscito contro i partiti. Ma non arretra. Al contrario la politica si espande, occupa nuovi terreni. La spesa pubblica ha raggiunto un massimo storico nel 2006 e continua a galoppare come rivelano i dati del fabbisogno (nei saldi il tesoretto non c’è). Non c’è stato alcun passo indietro nella vicenda Telecom.

Sembra forte anche il condizionamento esercitato dalla politica su di una fusione, quella fra Unicredit e Capitalia, destinata a creare una superbanca (chiamata italiana anche se non sappiamo quanto lo sia davvero) che direttamente o indirettamente oggi ha un peso rilevante nel controllo delle più grandi imprese italiane.

Non arretra perché non capisce che, per sopravvivere, ogni tanto conviene arretrare. Per capirlo la classe politica dovrebbe essere più istruita, più consapevole di quanto conti la credibilità personale e delle istituzioni. Solo cambiando le regole di cooptazione nella classe politica si potrà evitare un plebiscito contro la politica, che rischia come sempre di travolgere tutto, anche ciò che di meglio è stato fatto per migliorare le nostre istituzioni dopo la Prima Repubblica.

Oggi la parola chiave è meritocrazia. Non c’è convegno in cui non venga invocata, non c’è editoriale in cui non faccia capolino. Meritocrazia vuol dire accedere a incarichi pubblici o cariche di governo in base a criteri di merito. Ma i pulpiti che invocano la meritocrazia sono semmai espressione della gerontocrazia, l’affidamento sistematico del potere a chi è più vecchio: lo confermano l’Istat e le polemiche intorno al Partito democratico. L’età dei detentori di potere pubblico aumenta molto più rapidamente di quella della popolazione e degli elettori. È più alta che nelle altre democrazie occidentali, anche dove i giovani sono meno politicizzati.

Il nostro presidente del Consiglio ha 67 anni, tanti quanti il presidente della Camera. Il Presidente della Repubblica ha 81 anni, 74 la seconda carica dello Stato, mentre il capo dell’opposizione ha da poco ultimato il settimo giro di boa. Si può pensare che siano bravi e che perciò resistano a lungo in sella. Ma sia Berlusconi che Prodi sono diventati premier per la prima volta a 57 anni, mentre Blair ha iniziato il suo decennio a 43 anni, Zapatero è diventato premier a 45 anni, De Villepin e Angela Merkel a 51 anni, tra uno e due anni in meno dei contendenti al secondo turno delle elezioni presidenziali francesi. L’età media dei nostri ministri è 58 anni contro i 52 della Francia, i 53 della Spagna e i 54 del Regno Unito. Non è colpa dei giovani che si disinteressano della politica: negli Stati Uniti la partecipazione al voto di chi ha più di 65 anni è quattro volte quella di chi è under 24, in Italia l’astensionismo tra i giovani è la metà di quello fra chi ha più di 65 anni.

Questa gerontocrazia è il frutto di una selezione della classe politica basata sulla posizione nella lista d’attesa di qualche leader o sulla fedeltà a qualche organizzazione collaterale, detentrice di voti. Sembra un metodo ideato per allontanare quelli che hanno migliori opportunità altrove, i più bravi e aggiornati. Qualcosa stava lentamente cambiando con il sistema maggioritario, in cui contano più le persone che gli schieramenti. Tra gli eletti con il maggioritario c’erano più persone con una laurea o una precedente esperienza di governo a livello locale che nel proporzionale, dove conta soprattutto l’età. Alle ultime elezioni non abbiamo potuto neanche esprimere preferenze, scegliere chi mandare a Palazzo Madama o a Montecitorio. Eccoci allora consegnato un Parlamento ancora più vecchio. Il 22% dei deputati ha più di 60 anni (il doppio che nella XII e XIII Legislatura). Tra i senatori gli over 70 hanno superato il 10 per cento, quasi 4 su 10 hanno più di 60 anni, rispetto ai 3 su 10 della legislatura precedente. In Europa solo la House of Lords composta da membri a vita, ereditari e vescovi, ha una composizione per età comparabile. Ma la House of Lords non vota la riforma delle pensioni.

L’invecchiamento della classe politica è un problema di concorrenza che non c’è anche al di fuori del palazzo. Per rendersene conto basta comparare l’età dei manager pubblici con quella dei privati. Nelle grandi imprese partecipate dal Tesoro, l’età media degli amministratori delegati è 62 anni. Nelle 40 più grandi imprese private italiane della graduatoria di Forbes, l’età media dei managers è di 5 anni più bassa e nel manifatturiero (dove c’è più concorrenza) l’età scende verso i 50 anni.

Certo arrivare tardi al potere permette anche di acquisire esperienze importanti sul campo. Ma anche quando un ultra 65enne ha lo stesso dinamismo di chi è nato 20 o 30 anni dopo, ha inevitabilmente orizzonti più brevi. Le riforme vere, quelle che servono, hanno costi immediati e benefici che si vedono solo molto tempo dopo. Chi ha la prospettiva di rimanere in carica per poco, non ha intenzione di chiedere un nuovo mandato, ha tutti gli incentivi per rimandare ai posteri queste scelte difficili. Lo fa magari inconsapevolmente. Anche quando si sforza di pensare ai giovani, concepisce solo politiche di breve respiro, quelle che danno frutti subito, che non investono sul futuro ma sull’immediato. Meglio aspettare a riformare sul serio la scuola e l’università sfidando le corporazioni di insegnanti e docenti, meglio evitare di sfidare i sindacati dei trasporti pubblici, permettendo agli immigrati di lavorare e tenendoli in funzione fino alle due o tre di notte il sabato sera per permettere a chi va in discoteca di tornare a casa senza guidare, meglio rimandare le riforme del mercato del lavoro e della previdenza, pur di evitare lo scontro con chi rappresenta i lavoratori più prossimi al pensionamento.

Per dimostrare di stare dalla parte dei giovani, di pensare al futuro, si ricorre ai gesti simbolici, come il bonus figli che dura lo spazio di un mattino, non ti dà neanche il tempo di concepire un figlio. Vogliono i politici over 65 dimostrarci che gli orizzonti non contano? Hanno tutte le opportunità per farlo ai tavoli aperti su lavoro e pensioni. Finché non lo faranno continueremo a pensare che la gerontocrazia è un meccanismo di spartizione del potere perfettamente in grado di perpetuare se stesso: figlio della mancata concorrenza, non fa nulla, ma proprio nulla, per favorire quella meritocrazia di cui tanto parla.

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