A ognuno il suo mestiere

(19 Mag 07)

Luca Ricolfi

Non so quanti italiani abbiano assistito al faccia a faccia televisivo Royal-Sarkozy prima delle elezioni presidenziali francesi, poi vinte nettamente dal candidato della destra, Nicolas Sarkozy.

Ma chi lo ha fatto sicuramente avrà notato due cose. La prima: i due candidati parlavano entrambi un linguaggio comprensibile, comune e pochissimo affetto dalle formule del politichese. La seconda: su tutte le questioni importanti – tasse, Stato sociale, dipendenti pubblici, 35 ore, sicurezza, ingresso della Turchia in Europa – le differenze fra le politiche dei due candidati erano decisamente chiare. Ho provato molta invidia per gli elettori francesi e mi sono chiesto perché mai un faccia a faccia del genere è oggi inconcepibile in Italia. A prima vista la ragione è di cultura politica: i nostri politici sono ancora imbevuti di ideologia e anche per questo i loro discorsi grondano retorica, abusano di formule astratte, ignorano il linguaggio delle cose.

Ma questa spiegazione non è sufficiente. Non solo perché si applica più alla sinistra che alla destra, ma perché in Italia l’oscurità del linguaggio politico non è solo una questione di forma ma è prima di tutto una questione di contenuti. Se il povero elettore non sa a che santo votarsi è innanzitutto perché, stando ai comportamenti effettivi dei governi e non alle loro dichiarazioni, le differenze fra destra e sinistra sono piccole e – spesso – diverse dalle attese. La sinistra italiana fa spesso politiche considerate di destra, come le privatizzazioni, le liberalizzazioni e la deregolazione del mercato del lavoro (pacchetto Treu): un vecchio problema che Marco Revelli, con perfidia pari alla lucidità, sollevò più di dieci anni fa in un libro profetico (Le due destre, Bollati Boringhieri, 1996). Meno evidente è che la destra, ancor più di frequente, attua politiche considerate di sinistra. Certo, per accorgersene bisogna togliere un po’ di polvere ideologica dagli occhiali con cui si guarda la realtà, ma se ci si attiene ai fatti, ossia alla sostanza delle politiche messe in campo dall’ultimo governo Berlusconi, è difficile non vederne i molti tratti di sinistra: stop alle privatizzazioni e alle liberalizzazioni; aumento delle pensioni minime concentrato sui veri poveri; primo modulo della riforma fiscale; maxi-regolarizzazione degli immigrati; aumento della spesa sociale in rapporto al Pil; salvataggi vari, compresa Alitalia; aumenti ai dipendenti pubblici; misure assistenziali (ricordate come finì la protesta dei forestali della Calabria?).

Se la sinistra si finge di sinistra e poi attua parecchie politiche di destra, se la destra si finge di destra e poi attua parecchie politiche di sinistra, allora c’è qualcosa che non va. Non perché sia disdicevole appropriarsi di idee dell’avversario, ma perché tutto ciò in Italia non avviene nella chiarezza, bensì nel massimo di confusione. La sinistra si vergogna di fare politiche di destra, la destra si vergogna di non farle. Quindi entrambe non fanno quello che dicono e non dicono quello che fanno. Una vera gabbia di matti. Oggi, tuttavia, qualcosa sta cambiando. La sinistra che ha vinto le elezioni – oltre a qualche timida liberalizzazione – sta tornando a fare, più che ai tempi del primo governo Prodi, quello che il suo elettorato attuale (forse) si aspetta: più tasse e più spesa pubblica, dialogo con i sindacati, prudenza sulle pensioni, un occhio di riguardo per i dipendenti pubblici. Non è diversissimo da quel che predica Ségolène Royal in Francia. Forse la sinistra sta imparando a fare la sinistra (un po’ vecchiotta, forse dannosa, ma comunque sinistra). È la destra che non fa il suo mestiere. Quel poco di destra sana, ossia liberale e non statalista, che c’è in Italia lo fa la sinistra, con ministri come Bersani e Lanzillotta. Per il resto la destra in Italia è solo parole e fatti che quasi sempre contraddicono le parole. Predica il pugno di ferro su criminalità e immigrazione, ma sotto il suo governo sono aumentati sia la criminalità sia gli immigrati clandestini. Proclama la lotta agli sprechi, ma è ostaggio del partito della spesa. Invoca la riduzione delle tasse, ma quando ci prova manda in rosso i conti pubblici e, per rimetterli in quadro, deve innestare la retromarcia (Tremonti ha perfettamente ragione quando rivendica i meriti della sua ultima Finanziaria, ma non può negare che, per tamponare le falle, ha dovuto riportare la pressione fiscale al livello cui l’aveva trovata).

Insomma, l’elettore francese sa con sufficiente precisione che cosa compra se vota Ségolène e che cosa compra se vota Sarkozy. Noi no, noi dobbiamo guardare dentro la sfera di cristallo per indovinare che cosa i nostri politici faranno effettivamente. Per ora abbiamo imparato soltanto che la sinistra non trova il coraggio di fare le riforme che predica, mentre la destra non sa come mantenere la promessa di ridurre le tasse. Un bel risultato, dopo quindici anni di retorica bipolarista…

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