Da 13 anni Napoli combatte con l’emergenza: i risultati non si vedono. E si torna a esportare (a caro prezzo) il pattume in Germania

(17 Mag 07)

Sergio Rizzo Gian Antonio Stella

L’«affaire Campania», sprechi e consulenze d’oro Spesi due miliardi ma i rifiuti sono ancora in strada
Chiudete gli occhi e mettetele in fila, le cinque milioni di eco-balle di spazzatura accumulate in Campania: vedrete un nauseabondo serpentone di 7.500 chilometri.
Oltre mille più della Grande Muraglia. Niente più di questa immagine può dar l’idea della catastrofe ecologica, amministrativa e sociale che sta togliendo il sonno e rovinando i polmoni a un decimo della popolazione italiana. Ormai esausta di un’«emergenza» che, tra nuove promesse e subitanee rivolte e cassonetti in fiamme dura da un’eternità.
Sono tredici anni che a Napoli e nelle province vicine c’è, sancita coi timbri ufficiali, l’«emergenza rifiuti». Uno più del regno di Umberto I, due più della interminabile guerra del Vietnam, quattro più dell’impero napoleonico, sette più degli anni di potere assoluto di Giulio Cesare. Sono tantissimi, tredici anni.

Ad Alessandro Magno bastarono a conquistare il mondo.
Ai nostri amministratori, di destra e di sinistra, sono stati appena sufficienti a costruire uno dei sei inceneritori che erano stati decisi. E che via via sono stati tagliati per scelte ideologiche pseudo-ambientaliste o per placare certe rivolte infiltrate dalla camorra, fino a ridursi a quello di Acerra. Che dopo essere sopravvissuto a ostilità callose capaci di compattare perfino il sindaco rifondarolo Espedito Marletta e il vescovo Giovanni Rinaldi, dovrebbe (dovrebbe…) entrare in funzione all’inizio del 2008. Quando qualche giudice, potete scommetterci, arriverà a dire: no, l’impianto non va bene per bruciare questo tipo di ecoballe.
Sapete quanto è stato speso, finora, per questa emergenza ultradecennale?

Almeno 1.825.000.000 euro. Una montagna di soldi pubblici ancora più alta e massiccia della montagna di pattume che avrebbe dovuto essere rimossa. Senza che, nella sostanza, sia stato risolto nulla. Anzi. Secondo Michele Bonomo, presidente regionale di Legambiente, la stima ufficiale che per Napoli e l’hinterland parla di una raccolta differenziata al 10% (contro una media italiana intorno al 24% con punte virtuose in tre paesi trevisani che arrivano al 90%), va ritoccata al ribasso: «Intorno all’8%». Il che vuol dire che dopo tredici anni di pattume dilagante non solo i campani continuano a produrre 7.345 tonnellate di rifiuti urbani (da aggiungere a 11.084 tonnellate di industriali) al giorno ma nel 92% dei casi buttano questa loro produzione (un quintale in più a testa rispetto alla media nazionale) tutta insieme nei cassonetti. Da dove finisce tutta insieme in «ecoballe» di qualità così scadente da annullare ogni ritorno economico.
Il sistema di Padova, per fare un solo esempio, serve anche 19 comuni ed è economicamente in attivo come in attivo sono un sacco di altri termovalorizzatori del pianeta che sfruttano le ecoballe come combustibile. Quelle napoletane non le vuole nessuno. I sette impianti nati per trasformare l’immondizia in «Cdr» (cioè ecoballe) operano infatti in condizioni tali, per colpa del materiale che arriva e per inadeguatezza propria, da essere stati declassati a semplici impianti di «tritovagliatura». Sminuzzano e suddividono grossolanamente la spazzatura, ma alla fine sfornano la stessa roba che per le sue caratteristiche dovrebbe finire in discarica. Il 65% è «Cdr» di infima qualità, il 25% «fos» (frazione organica stabilizzata) di qualità altrettanto pessima e il 10% è il cosiddetto sovvallo, scarti della lavorazione.

Tagliamo corto: non servono a niente. Tanto è vero che, dalle inchieste giudiziarie, è arrivata la definizione di «sacchetti talequale». Pattume impacchettato così com’era. Pattume che a smaltirlo, ammesso che la magistratura non intervenga subito come ipotizzano i pessimisti, impegnerebbe il nuovo stabilimento di Acerra per un periodo che alcuni valutano in 45 anni e altri addirittura in 56. Non bastasse, mancano ormai perfino le puzzolenti discariche tradizionali: ce ne sono una ogni 117 mila abitanti nel resto della penisola, una ogni 209.351 in Campania. Ufficialmente, si capisce. Dopo avere soffiato sul fuoco delle rivolte popolari contro la gestione scellerata di certi siti infernali come Schiava o Palma, così inquinati dal versamento criminale di rifiuti tossici da allontanare perfino i topi, la camorra le «sue» discariche clandestine (225 censite ancora nel 2003 dal Corpo Forestale) le ha tenute aperte. Anzi, paradosso dei paradossi, pare continui a smaltire immondizia velenosa che viene da fuori mentre il Commissariato spende, per portar fuori la propria, una tombola.

Da venti giorni, nonostante avanzassero ancora 45 milioni di euro mai pagati dei viaggi precedenti, due treni della Ecolog, la società specializzata delle Ferrovie, hanno infatti ripreso a portare il pattume in Germania, a Lipsia. Seicento ecoballe da una tonnellata per ogni treno. Costo del viaggio e dello smaltimento: 160 euro a ecoballa. Cento di più di quanto costa smaltirne una a Roma. Alternative? Zero. Al momento. Anche se qualcuno ha cominciato a buttar lì l’idea, colonialista, di smaltire tutto in Romania.

Non hanno gli inceneritori giusti? Affari loro… E intanto il povero Guido Bertolaso, seduto sul vulcano di pattume tra incendi e rivolte, assalti e insulti, tappa di qua e sistema di là.
Chiedendosi ogni mattina: chi me lo ha fatto fare? Il punto è che, anche al di là della responsabilità dei singoli, a partire da quella dei primi due commissari e cioè i governatori Antonio Rastrelli e Antonio Bassolino, la gestione dell’emergenza rifiuti in Campania è una storia di errori, assurdità, scelleratezze stupefacenti.

Decisioni prese, annunciate, contestate e rimangiate. Subcommissari pagati 400 mila euro l’anno, come per esempio, afferma il rapporto della commissione parlamentare d’inchiesta sui rifiuti, Riccardo Di Palma, poi presidente della Provincia. Politiche clientelari generosissime con tutti, dalla destra alla sinistra. Consulenze per 9 milioni di euro pagate a 500 «esperti» dal 2000 al 2005. Indecenti compravendite dei terreni (ormai sono circa mezzo migliaio) via via individuati per accatastare le ecoballe, terreni che secondo la commissione d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti sono arrivati a volte ad essere «nello stesso giorno, acquisiti da società di dubbia origine e successivamente rivenduti o fittati per un valore più che quintuplicato».

Per non dire delle assunzioni a raffica compiute per la «raccolta differenziata». Lavoratori socialmente utili ed ex detenuti e disoccupati organizzati e precari vari: 2.316 persone mai schierate davvero, seriamente, nella guerra santa (lo sarebbe davvero, santa) contro la raccolta caotica e sprecona e demenziale di oggi. A partire dai 34 giovanotti schierati al «call center» ambientale dove, secondo «l’esplicita ammissione dei vertici» della società, ricevono «quattro o cinque chiamate al giorno». Cioè una a testa alla settimana. Che senso c’è, mentre bruciano i cassonetti?

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