La famiglia è popolare ma tre cose saprà fare?

(16 Mag 07)

Giovanna Zincone
Grandi scontri sulla forma giuridica della famiglia italiana e poca attenzione alla sostanza, alla sua capacità di svolgere alcune funzioni sociali chiave. In Italia l’utilizzazione delle varie forme sta cambiando: aumentano i matrimoni civili, aumentano le coppie di fatto, aumentano i figli nati da coppie di fatto. Ma, a parte le variabili forme, come se la cava la famiglia italiana nel fare il proprio banale mestiere? In teoria bene: è super popolare. Gli italiani la piazzano in cima alle priorità, prima dell’amore, del lavoro e dell’amicizia. In pratica la super popolare potrebbe fare decisamente meglio.

Partiamo da tre compiti base: generare figli, darsi reciproco aiuto, trasmettere valori civili o almeno socialmente utili. Le famiglie italiane fanno pochi figli; il leggerissimo recente aumento della fertilità è dovuto alla presenza di stranieri. Non solo, l’Italia riesce a dare insieme pessimi risultati sia nel fare figli che nell’occupazione femminile. A conferma del fatto che non sono i Paesi dove le donne lavorano quelli dove si fanno meno figli, ma proprio il contrario. Così ad esempio, Paesi scandinavi, Gran Bretagna e Francia coniugano alti tassi di occupazione femminile e di fertilità. Questo tipo di relazione comincia a profilarsi anche nell’Italia del Nord. Ma il nostro è un Paese dove fare figli svantaggia le lavoratrici. Troppe lasciano ancora il lavoro quando arrivano i figli. Sono le donne che fanno lavori più appaganti, quelle che continuano più spesso a lavorare o sono le madri che devono farlo perché sono sole. La famiglia quindi per la donna è uno svantaggio.

Tra i motivi di propensione o riluttanza a fare figli gli italiani citano la disponibilità del partner ad occuparsi della prole. Ma da noi il 77 per cento delle attività domestiche grava sulla componente femminile. E il tempo dedicato dai padri ai figli è aumentato in misura irrisoria negli ultimi 15 anni.

Quindi, nella vantata e reale solidarietà familiare italiana, troviamo una vistosa falla: la divisione ineguale del lavoro in casa. Inoltre, la nostra è una solidarietà soprattutto «discendente». La componente del patrimonio e delle pensioni è rilevante in molte famiglie, sono quindi gli anziani che aiutano le giovani coppie, specie nei momenti di crisi. Sono i nonni, le nonne in particolare, che dedicano tempo ed energie ad accudire i bambini.

Questo tipo di solidarietà familiare è peraltro necessaria. Le donne italiane citano, infatti, come principale ragione per non fare figli la scarsità di reddito e i pochi aiuti nella cura. Nei confronti degli asili nido c’è però una resistenza culturale, che colpisce più in generale il lavoro delle madri di bambini piccoli. Alle domanda «un figlio in età prescolare soffre se la mamma lavora?» il 77,8 per cento degli italiani risponde di sì, contro il 18 per cento dei danesi. Le mamme che avrebbero voluto comunque mandare i figli al nido e non lo hanno fatto lamentano la scarsità di posti, la lontananza, gli orari inadeguati. Quindi la famiglia è solidale anche per supplenza, perché i sostegni pubblici in denaro e in servizi sono carenti. La questione riguarda non solo i bambini, ma anche gli anziani: a volte le potenziali madri sono costrette a scegliere se curare la suocera o fare un altro figlio.

In conclusione, a parte una certa latitanza nelle faccende domestiche dei mariti, la solidarietà familiare in Italia c’è, anzi sotto alcuni aspetti, c’è fin troppo. Si trasforma con eccessiva facilità in connivenza. Le cronache ci raccontano di insegnati e allenatori malmenati da genitori inferociti per gli scarsi successi dei bimbi. Casi estremi, ma inquietanti, perché si collocano in un quadro in cui valori socialmente utili, come il merito e la fiducia negli altri, trovano poco spazio negli insegnamenti dei genitori. Inoltre, l’orizzonte della solidarietà delle famiglie italiane è ravvicinato. Se ci confrontiamo con altri Paesi europei, notiamo che i principali valori che le nostre famiglie trasmettono riguardano l’attaccamento alla famiglia stessa, l’importanza del risparmio: valori privati giusti, ma angusti. La dimensione civile è assente, mentre sarebbe cruciale. Studi sull’impatto dei corsi di educazione civica negli Stati Uniti hanno dimostrato che l’interesse e l’impegno nella vita pubblica derivano molto dal tipo di dialoghi tenuti in famiglia. Insomma, la scuola può offrire spunti e indirizzi di educazione civica, ma solo la famiglia è in grado di consolidarli. E non pare che le nostre famiglie si occupino di formare una coscienza civile.

La famiglia può trasmettere valori pubblici non solo discutendo, ma con i comportamenti, con il modello stesso di relazioni di potere che incorpora. Nella difesa che Filmer faceva, contro le teorie liberali di Locke, dell’assolutismo monarchico, egli portava a fondamento e matrice di quel regime, il «naturale» potere assoluto del pater familias: il sovrano doveva governare i suoi sudditi come il maschio adulto governava moglie e figli, senza vincoli, inclusa «la potestà di vita e di morte». All’opposto, quasi due secoli dopo, Stuart Mill considerava l’introduzione di rapporti familiari paritari e la emancipazione della donna come condizioni necessarie alla vita civile: un uomo che dove confrontarsi con un altro libero adulto è costretto alla continua salutare sfida della critica; come capita peraltro nei regimi parlamentari. Inoltre, un individuo che sia costretto a farsi carico da solo della sopravvivenza economica della famiglia è più facilmente ricattabile, meno libero politicamente. Insomma, le relazioni familiari possono costituire alternativamente, nel loro microcosmo, matrici di autoritarismo o di pluralismo politico. I legami affettivi possono rappresentare sia una fonte di libertà e di resistenza contro soprusi politici ed economici, sia un vincolo, un ostaggio nelle mani della società che obbliga a sopportare coercizioni esterne.

I progetti di riforma della famiglia e del trattamento giuridico di altre forme di convivenza dovrebbero essere indirizzate a rafforzare le tre funzioni chiave. Mettere le coppie in condizione di fare quanti figli desiderano. Rendere più equilibrate le relazioni di solidarietà tra i vari componenti della famiglia. Invogliare i genitori al compito di educatori civili. Molte delle proposte presenti in Parlamento sono indirizzate al primo obiettivo, gli altri due appaiono, invece, piuttosto trascurati, anche perché andrebbero inseriti in un quadro di interventi ben più ampio. Sta invece acquistando una posizione dominante, nel dibattito sulla riforma della famiglia e sul trattamento delle coppie di fatto, un obiettivo decisamente spurio: la stigmatizzazione della omosessualità. Non credo si possa considerare un obiettivo.

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