Un otto per mille alle madri

(13 Mag 07)

Antonio Scurati

Il deserto cresce attorno a noi. Non sono necessari dati statistici per certificarlo, lo si osserva a occhio nudo. Io mi guardo attorno e vedo che la maggior parte dei miei amici non ha figli, e non ne avrà.

Appartengo a una generazione drammaticamente infeconda. Forse la prima generazione nella storia umana per la quale la riproduzione è divenuta un’ipotesi incerta. Ieri centinaia di migliaia di persone hanno manifestato in difesa della famiglia ma la loro rischia di essere una battaglia di retroguardia. L’autentica questione sociale del nostro tempo non è la crisi della famiglia ma la crisi della natalità. Questo è il tratto antropologico fondamentale che la nostra società rischia di cancellare: la natalità come specifica capacità dell’essere umano di portare nel mondo una novità radicale, oltre ogni dato naturale, di cui la facoltà di generare un individuo umano, sempre unico e irripetibile, è l’espressione somma. Una generazione di uomini e di donne che smetta di fare figli, negandosi alla natalità, smarrisce una caratteristica propria della natura umana prima che una particolare cultura storica. Da questo punto di vista, la famiglia è un fenomeno di superficie, storicamente mutevole, che cambia forma di epoca in epoca, il fatto fondamentale è la natalità.

Una «generazione precaria», senza tutele
La minaccia radicale che la nostra società porta alla natalità non discende dalla dissoluzione della famiglia tradizionale ma, al contrario, proprio dalle condizioni che ostacolano la generazione di figli al di fuori dei confini, oggi storicamente superati, della struttura famigliare tradizionale. Se oggi le mie amiche trentenni, pur desiderandolo, non hanno figli, è principalmente perché le condizioni lavorative della «generazione precaria» non lo consentono. È la progressiva scomparsa delle tutele legislative per le lavoratrici cosiddette «atipiche», non l’eclissi di un sentimento religioso del mondo o di supposti valori tradizionali, a scoraggiarci tutti, uomini e donne, rispetto al gesto sovrano della procreazione: le lavoratrici a termine, a progetto, in nero etc. sono sempre più spesso poste dinanzi alla drammatica scelta tra i figli o il lavoro, e questo accade proprio da quando sono venute meno da un lato le garanzie statali sui diritti dei lavoratori e dall’altro le reti di solidarietà sociale fornite un tempo dalla famiglia allargata.

Perché le donne siano libere di avere bambini
Ma, proprio per questo, una società laica e progressista che voglia tutelarsi propiziando la natalità, lo deve fare sostenendo la maternità attraverso politiche serie che ripristino o allarghino le garanzie, i diritti e i servizi per le donne lavoratrici con uno spettro di aiuti che va dalla reintegrazione certa nel posto di lavoro per le «atipiche», agli asili gratuiti, ai fasciatoi sui treni a lunga percorrenza. Questo non per lasciare le donne sole con i loro bambini ma per renderle nuovamente libere di averne. Se negli Anni Settanta una politica sociale progressista passava attraverso la battaglia affinché le donne fossero libere di interrompere la gravidanza, oggi passa attraverso una che consenta loro di proseguirla.

Tutto ciò ovviamente ha dei costi. L’unica domanda onesta è se siamo disposti a pagarli. Credo che, come me, ci sarebbero moltissime persone felici di tassarsi per finanziare politiche sociali di sostegno alla maternità delle lavoratrici non garantite. Perché, per esempio, non consentire ai contribuenti di poter destinare al sostegno della maternità il loro otto per mille (oltre che alle chiese di ogni religione e confessione)? Detto con il linguaggio della magnifica iconografia cristiana, ciò significherebbe rimettere al centro della società l’immagine della madonna con bambino, sostituendola a quella della sacra famiglia. Se poi, accanto a sé, quella donna vorrà San Giuseppe, il bue, l’asinello, oppure un presepe diverso, a lei deciderlo.

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