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La battuta quotidiana

13 Mar 09

Berlusconi mostra una quotidiana insofferenza per le regole che reggono il sistema politico fondato, come vuole la Costituzione, sulla democrazia parlamentare.

Non riesce a dare un ordine alle sue idee e alle sue pulsioni con proposte legislative e riforme organiche. E lo fa mentre il suo governo e la sua maggioranza hanno impegnato il Parlamento a discutere del federalismo. Con le sue battute sulla decretazione come metodo per governare e sul ruolo dei capigruppo delegati a votare per tutti i parlamentari, il Cavaliere apre un altro fronte sul terreno costituzionale senza un progetto e senza una linea concordata nemmeno nel suo personale partito. Il quale si appresta a fare un congresso e l’unica cosa su cui pare si sia aperto un dibattito è il sistema di voto con cui incoronare il Cavaliere: per acclamazione o per alzata di mano.

Ma un partito è tale solo se ha un’idea politico-costituzionale dello Stato e delle sue istituzioni. Dopo la Liberazione fu questo il banco di prova dei partiti che, risorti, diedero vita alla Costituzione. E questa fu la bussola delle forze che per cinquant’anni governarono il Paese o svolsero il ruolo di opposizione. C’è da aggiungere che la grave crisi economica che scuote il mondo suggerisce alle forze politiche, al governo o all’opposizione, non solo di registrare le politiche economiche e sociali per fronteggiare la tempesta, ma anche di verificare se gli strumenti di cui le istituzioni, gli Stati e la comunità internazionale dispongono sono adeguati alla bisogna.

L’Italia vive alla giornata anche perché, questa è la mia opinione, i partiti di governo e di opposizione vivono sulla battuta quotidiana. Il discorso che ho fatto per il Pdl, l’ho già fatto, anche su questo giornale, per il Pd. C’era un vuoto politico e si pensava di riempirlo con lo stare insieme dei Ds e della Margherita. Ricordiamo i fatti più recenti. Nel momento in cui nacque il Pd e Berlusconi dal predellino della sua auto annunciava la fusione tra Forza Italia, Alleanza nazionale e la formazione del Pdl, molti osservatori scrissero che finalmente in Italia si dava vita al bipartitismo e tutto si semplificava.

I risultati elettorali dell’aprile scorso, anche se segnano una forte affermazione del partito di Berlusconi e del suo alleato (la Lega di Bossi) rispetto al Pd di Veltroni e del suo alleato (il partito di Di Pietro), sembrava che dessero ragione a chi pronosticava l’avvento di un bipartitismo virtuoso capace di riformare e consolidare il sistema politico. Non è trascorso nemmeno un anno e lo scenario appare già cambiato e devastato. Basta leggere gli ultimi sondaggi. Il Pd è sceso al 22 per cento e sono cresciuti tutti i partiti che in Parlamento e fuori sono all’opposizione: il partito di Di Pietro e l’Udc di Casini, ma anche i partiti della sinistra radicale coalizzati oggi supererebbero la soglia di sbarramento. Nel centrodestra invece si verifica un modesto cedimento del Pdl e un incremento significativo della Lega.

In questo quadro una cosa appare certa: l’ambizione di Veltroni e dei suoi amici di fare del Pd un partito a «vocazione maggioritaria» è sfumata. Franceschini non ne parla più. È in crisi l’alleanza con Di Pietro ma non si capisce quale sarà il sistema di alleanze del Pd. Comunque mi pare chiaro che le prossime elezioni confermeranno la fine del «bipartitismo» mai nato. Mai nato perché nessuno ci ha creduto: né il Pd che fece l’alleanza con Di Pietro e dopo le elezioni «scoprì» che Berlusconi era Berlusconi; né il Cavaliere il quale pensa che l’opposizione deve riconoscergli la sacralità che i suoi sodali gli hanno decretato. Tutto torna come prima e peggio di prima con la moltiplicazione dei piccoli partiti? Ora c’è anche quello di Grillo. In effetti sembra che, con le forze politiche in campo, le possibilità che il Paese sia retto da un sistema politico semplificato e condiviso siano scarse. È invece possibile che l’indebolimento dell’opposizione crei una dialettica più aperta nella maggioranza e Fini interpreta questa esigenza. Può darsi che il Pd faccia un congresso vero e definisca una politica, le alleanze e un gruppo dirigente. Può darsi che nella sinistra o in una parte di essa maturi il convincimento che una competizione dialettica virtuosa con il Pd sarebbe possibile solo se si ricostruisse un partito socialista. Ma tutto oggi sembra incerto. Non vedo processi politici forti tali da cambiare lo scenario. E nell’incertezza il governo personale nella politica, intrecciato con i poteri che governano l’economia e i media, può segnare la fase che stiamo attraversando. Spero di sbagliarmi.

E se provassimo a dare fiducia a Franceschini?

24 Feb 09

Emanuele Macaluso

Ricordate i giorni in cui nasceva il Pd? L’orchestra di tutto il sistema mediatico suonava inni di evviva e voci forti di tenori che avevano calcato tante scene cantavano «vincerò!», non come Pavarotti alla Scala, ma come Mina a Sanremo. Sono trascorsi solo pochi mesi e la stessa orchestra suona, stonando, la marcia funebre di Chopin. Fuor di metafora, oggi molti commentatori hanno scritto che il progetto Pd era buono ma è stato condizionato e affossato, nota il mio amico Angelo Panebianco, dal «club degli oligarchi». Eugenio Scalfari fa la stessa analisi e aggiunge che con le dimissioni di Veltroni «l’oligarchia è stata delegittimata e spazzata via tutta insieme». Potrei continuare nelle citazioni. Ma, scusatemi amici miei, sedici mesi addietro non fu il «club degli oligarchi» a promuovere il Pd, a scegliere uno di loro, a candidarlo a segretario del Pd e a organizzare le cosiddette primarie? Non fu D’Alema, oggi indicato come capo del «club degli oligarchi», che disse, a chi voleva ancora l’Ulivo (Prodi) per le elezioni politiche, che bisognava fare subito il Partito democratico?

Faccio queste osservazioni non per ribadire che il progetto di mettere insieme Ds e Margherita in un partito era sbagliato. Le faccio perché osservo che oggi nell’analisi sul Pd si commettono gli stessi errori. Cioè, si continua a pensare che le cosiddette primarie siano la medicina di tutti i mali di cui soffrono i partiti, soprattutto il Pd, e solo attraverso questo mezzo sia possibile rinnovare i gruppi dirigenti e «cacciare l’oligarchia ». Il Time con un gran titolo dice che il fiorentino Renzi è l’Obama italiano. A mio avviso dice una sciocchezza.

Il ricambio di un gruppo dirigente può verificarsi solo attraverso una lotta politica, su scelte da fare o non fare. Fu così nel Pci, dove pure c’era, con Togliatti, il centralismo democratico; fu così nella Dc, con De Gasperi, con Fanfani e Moro, il ricambio coincise con le svolte politiche; fu così nel Psi con Nenni, De Martino e Craxi. Questi partiti si sono spenti quando si è spenta la lotta politica fondata su scelte di fondo e quando su tutto prevalse la guerriglia per il potere. Anche nel Pci-Pds-Ds, come nella Margherita, si è verificata questa involuzione. E non si capisce perché una volta insieme, con le primarie o senza, le cose dovessero e potessero cambiare. Cambieranno solo se ci sarà una lotta politica su scelte chiare. Franceschini, se ho capito bene, ha detto che nel Parlamento europeo il Pd dovrebbe lavorare per costruire un gruppo progressista più largo di quello socialista, ma che occorre farlo insieme con i socialisti. Cioè nel gruppo parlamentare del Pse. Ha poi spiegato perché non è condivisibile il testamento biologico, proposto dalla destra, in discussione nel Parlamento, facendo sue le cose dette e ridette dal senatore Ignazio Marino. Sono due opzioni chiare su cui discutere e votare. Certo, c’è da riflettere sul fatto che Franceschini faccia oggi scelte che Veltroni non seppe fare. Dopo Prodi, sembra che nel Partito democratico, così come è stato concepito, una politica di sinistra moderata e moderatamente laica possa essere fatta solo da una personalità che proviene dalla Dc e dal mondo cattolico.

Non è vero che le «vecchie» appartenenze non contano. Contano e continueranno a contare. Tuttavia il nuovo segretario non può essere circondato dal sospetto, da parte di chi viene dalla sinistra storica, per la sua «vecchia» appartenenza. Il confronto nel Pd e tra esso e la destra deve svolgersi su fatti, su scelte, con confronti e, ripeto, con limpide battaglie politiche. Ora Franceschini si trova di fronte due grandi questioni: 1) come costruire un Partito veramente democratico superando le false alternative di cui si discute: primarie e plebiscitarismo o centralizzazione e oligarchie; 2) chiarire se il Pd mantiene quella che è stata definita «vocazione maggioritaria» o se occorre costruire un sistema di alleanze e con chi.

In definitiva si tratta di capire qual è il terreno su cui competere con la destra che, come ora dicono tanti, esercita una «egemonia» sulla società. Cioè c’è una destra, con il «Cavaliere nero» leader, che ottiene consensi. Riflettete perché. E questo mentre è in corso una grave crisi che sta sconvolgendo vecchi assetti sociali e civili in Italia e nel mondo. È questa la sfida, una sfida di lunga lena, su cui si costruiscono anche le forze politiche, oggi e domani. È questa la sfida a cui è chiamato Franceschini. Ce la farà? Vedremo.

Pd debole anche senza Di Pietro

21 Ott 08

Emanuele Macaluso

Di Pietro è lontano dalla cultura democratica», ha detto Walter Veltroni annunciando, nel corso della trasmissione Che tempo che fa, la fine dell’alleanza tra il suo partito e quello personale dell’ex pm. Certo, il fatto che il segretario del Pd scelga la tv di intrattenimento per comunicare ai militanti e agli elettori una decisione politica rilevante ci dice «che tempo che fa» nell’universo politico di questo Paese. Del resto, non so chi alla vigilia delle elezioni nel Pd decise di dare a Di Pietro quello che era stato negato ai socialisti: un’alleanza che, grazie a una balorda legge elettorale, premiava il partito dipietrista che usufruiva del «voto utile», invocato da Veltroni.

Senza quell’alleanza, senza il «voto utile», Di Pietro e i suoi seguaci sarebbero rimasti fuori dalle aule parlamentari, perché non avrebbero mai superato lo sbarramento del 4%. Ma, francamente, in questa storia Di Pietro non può essere accusato di incoerenza e frode politica. Semmai c’è da chiedere a Veltroni, e non solo a lui, come mai e perché solo nell’ottobre del 2008 si è accorto che Di Pietro è lontano dalla cultura democratica. Era vicino a quella cultura quando nel 1996 il Pds di D’Alema, Fassino e Veltroni lo candidò con un gran rullo di tamburi nel collegio rosso del Mugello? E lo era quando diventò ministro dei governi di centrosinistra?

Elo era quando fu scelto, nel 2008, alleato privilegiato del Pd? Non scherziamo con cose serie, che non sono solo cose che riguardano il gruppetto che oggi guida il Pd. La verità è un’altra e andrebbe esaminata con serietà e rigore perché attiene proprio alla cultura politica del Pd. Il quale ancora oggi non si capisce che cosa sia. Infatti, Rutelli, uno dei fondatori del Pd, un anno dopo la nascita del suo partito, ne chiede nientemeno che la rifondazione. L’incerta cultura politica attiene anche ai temi della giustizia e Di Pietro è stato considerato, da sempre, un simbolo a cui riferirsi.

Io non sono tra coloro che considerano l’operazione «mani pulite» un complotto per distruggere i partiti della prima Repubblica e soprattutto il Psi di Craxi e la Dc di Forlani. La crisi del sistema politico si era aperta alcuni anni prima del 1993-1994 e si era accentuata nel 1989 con la caduta del muro di Berlino, la fine del Pci e con il fatto che cambiavano tutti i parametri su cui dopo il 1948 si era costruito quel sistema. Ma nessuno dei leader di allora, Craxi, Forlani, Occhetto e i loro collaboratori capirono e agirono di conseguenza. La conferma venne con le elezioni del 1992 (prima di Tangentopoli) quando la Lega di Bossi conseguì un successo straordinario: 80 parlamentari. Ma nonostante questo la politica dei partiti che pure avevano fondato la Repubblica e scritto la Costituzione, non cambiava: Craxi pensava di tornare a Palazzo Chigi e Andreotti e Forlani al Quirinale. Le cose andarono come sappiamo.

La corruzione certo c’era, ma Tangentopoli esplose quando il sistema politico implose. In questo contesto i dirigenti del Pds, tutti insieme, pensarono di tifare per Di Pietro «simbolo» dell’operazione «mani pulite» (lo fecero anche i giornali e le tv di Berlusconi) considerata la leva per la rigenerazione del sistema politico. A vincere la corsa non furono però i dirigenti del Pds (Occhetto, Fassino, Veltroni, Violante ecc.), ma Berlusconi che prevalse nelle elezioni del 1994. E Di Pietro lasciò la magistratura e pensò di usare la sua immagine di giustiziere nel nuovo sistema politico. Infatti prima pensò di imbarcarsi con la destra, ma poi capì che la «continuità» della sua immagine poteva trovarla solo a sinistra. E a sinistra D’Alema, Fassino, Veltroni e altri, che non avevano una loro autonoma elaborazione sui temi della giustizia che anche Tangentopoli aveva messo in forte evidenza, scelsero Di Pietro come uomo-giustizia il quale ha dato alla politica della coalizione di centrosinistra un’impronta giustizialista. Un’impronta che ha consentito all’ex pm di fare un partito personale in grado di condizionare il Pd non solo sui temi della giustizia, ma anche sul tema centrale che attiene ai rapporti tra governo e opposizione.

Insomma il Pd era ormai ostaggio di Di Pietro e non aveva più spazio di manovra politica. Oggi le cose cambiano? Certo, ma la guida politica del Pd, non solo di Veltroni, ancora una volta, si rivela debole perché incerta è la sua cultura politica. Rutelli vuole rifondare il partito? E su quali basi? Se si vuole aprire un dibattito reale, insisto su ciò che ho già scritto su queste colonne: occorre un congresso vero, su mozioni diverse e con candidati che esprimano una cultura e una posizione politica chiara e leggibile per tutti gli italiani.

Opposizione, fatela credibile

14 Ott 08

Emanuele Macaluso

La manifestazione della sinistra radicale, che sabato scorso si è ritrovata in una piazza di Roma per contestare la politica del governo, è stata salutata da alcuni commentatori come una vera resurrezione.

Mentre altri l’hanno vista come conferma di un definitivo tramonto. Tuttavia a me pare che valutare il futuro politico della sinistra massimalista dal fatto che nella stessa piazza si ritrovassero sparpagliati leader e leaderini di quella sinistra, e con loro alcune migliaia di militanti delusi e arrabbiati, sia sbagliato.

Il dato vero, leggibile di quella manifestazione era l’assenza di una strategia politica. Francesca Schianchi sulla Stampa di domenica ci ha raccontato la manifestazione e abbiamo letto che Oliviero Diliberto ha detto che quel sabato era «il giorno dell’orgoglio comunista»; e Fausto Bertinotti è stato contestato perché aveva scritto che «comunista è una parola indicibile». È chiaro che l’ex presidente della Camera dava una valenza tutta politica alla parola «indicibile», ma è stata considerata la prova di una vergognosa abiura. I dirigenti del partito di Rifondazione comunista erano tutti presenti alla manifestazione, ma Vendola e Ferrero marciavano separati. Quest’ultimo vuole ancora «rifondare» il comunismo. Vendola pensa di unire le membra sparse di una «sinistra d’opposizione», con Mussi, Occhetto, Fava e altri. Con quale prospettiva non si capisce. Anche perché c’è già il Partito democratico, dove si ritrovano altri pezzi della sinistra tra cui D’Alema, Veltroni, Fassino e compagni, che si qualifica come opposizione e alternativa di governo. Un partito anch’esso anomalo rispetto alla sinistra europea. Infatti in Italia al partito del socialismo europeo aderisce solo il piccolo partito ora diretto da Nencini.

Ho fatto questa premessa per dire che la sinistra nel suo complesso continua a non capire due processi politici con cui fare i conti. Il primo attiene al fatto che con le ultime elezioni politiche in Italia il bipolarismo si è consolidato ma con una tendenza che va valutata bene perché si manifesta anche in Europa. Infatti nel nostro sistema a destra c’è un partito-coalizione (Pdl), alleato con una forza «anomala» come la Lega di Bossi; e a sinistra c’è un partito-coalizione (Pd) alleato con una forza anomala come l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. Forze «anomale» che tendono a crescere anche perché hanno entrambi una cifra antisistema.

Il secondo processo, che si segnala anche su scala europea, è una seria difficoltà politica dei partiti socialisti (evidentissima in Inghilterra, Germania, Austria) i quali nelle elezioni perdono voti, ma non a favore della sinistra radicale, che perde terreno, ma in direzione opposta: i conservatori o la destra populista. Tuttavia i partiti socialisti, ancora una volta, mostrano di essere la sola forza di sinistra che cerca di fare i conti con le crisi e le trasformazioni del capitalismo, cercando di coniugare l’interesse generale con quello della difesa dei lavoratori e dei ceti più deboli. Lo fanno anche oggi che sono in difficoltà. Lo sta facendo in Europa Gordon Brown che sembrava ormai uno sconfitto. Del resto, in altri momenti i partiti socialisti, che sembravano essere stati messi fuori giuoco dalla destra di Reagan, della Thatcher o dai democristiani tedeschi di Kohl, hanno saputo rinnovare il loro patrimonio politico e culturale e tornare a governare i loro Paesi. Ebbene, fuori dai partiti socialisti europei, non c’è altro a sinistra che possa dare voce ai lavoratori e al tempo stesso guardare l’interesse generale della collettività nazionale e internazionale.

Quel che stupisce della manifestazione della sinistra radicale è la separazione di ciò che considera interessi del popolo da quelli più generali del Paese. Debbo dire che anche il Pd non giuoca bene la sua partita. Ha ragione Luca Ricolfi quando osserva che dire la verità, tutta la verità, su come stanno le cose è la premessa per essere credibili e per fare proposte adeguate ai fatti. E questo non c’è. La destra populista è quella che è, ma può essere ridimensionata se c’è un’opposizione credibile. Domenica, su la Repubblica, c’era uno studio di Ilvo Diamanti con sondaggi seri che ci dicono come il gradimento del governo, anche nel corso della crisi, è cresciuto ed è al 67%. Non penso che questo vantaggio si verifichi per particolari meriti dei governanti. Si verifica per il fatto che non c’è ancora un’alternativa credibile. La sinistra radicale da una parte e il Pd dall’altra mostrano una sostanziale impotenza. E temo che le «grandi» manifestazioni, quella già fatta e l’altra del Pd il 25 ottobre, legittime e certo da non demonizzare, in questo quadro servano proprio a confermare questa impotenza tutta politica. Volete o no ragionare sui fatti?

Capitalismo alla fine?

19 Set 08

Emanuele Macaluso

Il terremoto che scuote il sistema finanziario americano e con esso quello globale fa riemergere una discussione sulle tendenze del capitalismo e dell’anticapitalismo. La crisi dell’Alitalia, che è poca cosa nel quadro mondiale, accentua in Italia i toni del dibattito. Fausto Bertinotti ha scritto un piccolo saggio (martedì su Liberazione) in polemica con un articolo di Mario Deaglio (La Stampa di lunedì) per dire che la crisi non è nel «sistema» del capitalismo finanziario, ma del capitalismo, e trova modo per ribadire che «l’unica salvezza dell’umanità sta nel superamento del capitalismo». Del resto anche all’inaugurazione della Summer School(!) del Pd si è parlato del superamento del capitalismo in una formazione che vorrebbe somigliare al partito democratico americano. Come stiano insieme le due cose è uno dei misteri veltroniani. Ma anche il ministro Tremonti parla di un «ritorno a Keynes».

Io non credo che il capitalismo sia l’ultima categoria della storia e non siano possibili altre formazioni sociali, ma da tempo mi sono convinto che aveva ragione Eduard Bernstein quando non prefigurava la società del futuro, non proponeva un modello di riferimento, ma si affidava al movimento «che è tutto». E quindi ai mutamenti, alle riforme che la società via via chiede. E, avvertiva Bobbio, la sinistra deve indirizzare movimenti e riforme verso il progresso e l’uguaglianza. Bertinotti, giustamente, nota come il conflitto sociale sia un valore anche in un’ottica liberale. Ma – ecco il punto – quali sono, oggi, i contenuti del conflitto sociale?

Su questo Bertinotti ragiona come se i contenuti del conflitto e i mutamenti che intervengono nel mondo non andassero tenuti presenti. A un certo punto Fausto scrive: «Fu Reagan a schiantare la lotta dei controllori di volo. Fu la Thatcher a sterminare i minatori inglesi. Fu la Fiat a sconfiggere la classe operaia della grande industria nella vertenza dei 35 giorni». E senza porsi il tema cruciale del perché di quelle sconfitte, se fosse nei contenuti di quelle lotte la causa, commenta: «Tre eventi chiave di quel processo di “restaurazione rivoluzionaria” che nega sia la libertà dell’agire dei lavoratori, sia l’autonomia contrattuale del sindacato». Bertinotti e con lui altri pensano alla globalizzazione come «male assoluto» e non guardano a questi processi come fenomeni dello sviluppo capitalistico (ne aveva scritto anche la buonanima di Marx) per porsi il problema di come operare anche a livello mondiale, per governarli. A questo proposito non c’è dubbio, e lo dice anche Deaglio, che questi terremoti «confermano la superiorità sociale dei modelli europei» rispetto a quelli liberisti Usa. E chi richiama Keynes potrebbe anche ricordare lo Stato sociale costruito dai partiti socialisti europei. La stessa Thatcher ha dovuto fare i conti con quella realtà che non fu smantellata. E, mentre in Usa i licenziati delle banche lasciano il posto di lavoro con gli scatoloni, in Italia il liberista Berlusconi «offre» ai lavoratori dell’Alitalia la mobilità con 8 mesi di cassa integrazione. Anche lui deve fare i conti con la nostra Costituzione e con la storia del «conflitto sociale» nel Paese. Ma Bertinotti e altri che operano anche nel sindacato sbagliano se non individuano le ragioni del conflitto sociale per non ripetere gli errori fatti con i minatori inglesi, i controllori di volo Usa e alla Fiat in Italia.

Il fatto nuovo su cui riflettere è la crisi del sindacato corporativo. Chi pensava di difendersi meglio facendo pesare nella contrattazione il fatto di svolgere un lavoro essenziale e privilegiato, oggi deve rivedere le sue posizioni. E il sindacato confederale deve tornare a coniugare l’interesse delle categorie con l’interesse generale.

Il «caso» dei piloti della Delta descritto da Deaglio non è, come pensa Bertinotti, un inno alla globalizzazione. È la presa d’atto di una realtà con cui fare i conti. E quando lo stesso Deaglio ricorda l’esperienza fatta in Scandinavia, dove la flessibilità è stata integrata in un sistema di sicurezza sociale con ammortizzatori che consentono la riqualificazione dei lavoratori in mobilità e la garanzia di lavoro per tutti, ci dice anche che il «conflitto sociale» in Italia deve essere aperto su questo terreno. Si potrà così evitare la mortificante e intollerabile «offerta» di ammortizzatori sociali condizionati e come atto di «liberalità» di un generoso e paterno presidente del Consiglio. Un’indecenza.

Attenti, colonnelli

14 Set 08

Emanuele Macaluso

Le dichiarazioni di Fini su fascismo e antifascismo, fatte davanti ai giovani di An, hanno un significato su cui è bene discutere. Anche perché, nella stessa sede, non un ex fascista ma Silvio Berlusconi, con il camaleontismo che lo distingue, aveva esaltato il ruolo di Italo Balbo in Libia per accattivarsi le simpatie di quei giovani.

L’intervento del Cavaliere è una chiave di lettura di una linea politica che tende a sbiadire tutto, a mettere sullo stesso piano chi difese la libertà e chi la cancellò, chi fu vittima di un tardo e feroce colonialismo e le vittime di quell’oppressione. L’elogio di Balbo voleva essere una pacca sulle spalle a tutti quei ragazzi, ai quali, invece, occorre dire la verità e aiutarli a riflettere e a capire. Da questo punto di vista le parole di Fini pronunciate dopo le cose dette da Alemanno e La Russa acquistano un significato particolare.

Il presidente della Camera, in questa occasione, ha parlato come deve chi rappresenta un’istituzione che esprime la libertà degli italiani. Fini ha detto con chiarezza che non si può equiparare «chi combatteva per una causa giusta di uguaglianza e libertà e chi, fatta salva la buona fede, stava dalla parte sbagliata». E alla destra, cioè alla sua parte, dice che i valori costituzionali di libertà, uguaglianza e giustizia sociale «sono valori a pieno titolo antifascisti». È un chiarimento importante, quello di Fini, col quale tende a collocare la destra come forza che ha nell’antifascismo e nella Costituzione un riferimento essenziale. Importante anche perché, come scriveva ieri Gian Enrico Rusconi sulla Stampa, sembra che il paese abbia perso l’orientamento. Cioè è allo sbando. E per recuperare un orientamento, come auspica il Capo dello Stato, il riferimento delle forze politiche e sociali alla Costituzione e all’antifascismo è essenziale.

Io non so sino a che punto i quadri che vengono dal Msi siano in grado e disponibili a portare fino in fondo il processo di revisione avviato dalla stesso Fini a Fiuggi. Le sortite di Alemanno e La Russa, due esponenti di primo piano di An, rivelano una difficoltà seria su cui è bene ragionare. Anche perché un approdo costituzionale della destra non riguarda solo chi milita a destra, ma il sistema politico nel suo complesso e l’interesse generale del paese. E questo per più motivi. Sino a oggi la destra che proveniva dal Msi era stata «sdoganata» da Berlusconi, il quale ha assunto le vesti del santo protettore della destra. Anche dopo Fiuggi. E a ben pensarci, Fini ha deciso di intrupparsi nel partito berlusconiano per lavare i panni di coloro che ancora sentono il richiamo della foresta fascista. Il partito unico, infatti, dovrebbe omologare tutto e tutti. E forse La Russa e Alemanno hanno voluto dire che accettano l’unificazione ma non l’omologazione.

Il problema vero di questo «equivoco» è però Berlusconi. Il quale vuole un partito padronale, senza una base politico-culturale e senza una somma di valori che lo identifichino. Infatti nel partito berlusconiano gli ex socialisti dicono che esprimono una politica di sinistra, l’ex comunista Bondi richiama il pensiero di Antonio Gramsci come riferimento culturale, gli ex radicali vedono nel partito del Cavaliere uno spazio per esprimere liberalismo e laicismo, gli esponenti di Comunione e Liberazione ritengono invece che quel partito è in sintonia con i vescovi. E potrei continuare. In questo quadro Alemanno e La Russa pensano che c’è spazio anche per richiamare la «parte buona» del fascismo. Forse, dico forse perché nulla è ancora chiaro, con le sue odierne prese di posizioni, Fini parla a nuora perché suocera intenda. E la suocera è proprio Berlusconi. Ma se è così, il presidente della Camera dovrebbe aprire un dibattito più vasto e coinvolgere il Pdl nel suo complesso per individuare e definire i connotati di questo partito. Fini di questi connotati ha individuato un tratto essenziale, la Costituzione e l’antifascismo. Bene. Ma un partito che ha questi riferimenti non può avere un padrone e deve avere una vita e una dialettica democratica. È possibile aprire in quel partito, su questi temi un dibattito e un confronto congressuale? Temo proprio di no.

Lasciate stare Moro e Berlinguer

10 Set 08

Emanuele Macaluso

Sabato, Enrico Ghezzi, nel suo Blob ha mandato in onda pezzi di tribune politiche degli Anni 60-70 con i leader (Togliatti, Moro, Saragat, Fanfani, Berlinguer, Almirante e tanti altri «minori») interrogati dai giornalisti su casi che anticipavano la «questione morale» o ripresi mentre facevano un discorso su temi scottanti (Fanfani e Almirante sul divorzio).

Una di queste riprese riguardava Aldo Moro, allora (1960) segretario della Dc, al quale un giornalista chiedeva come spiegava il fatto che nella lista per le elezioni amministrative a Mussomali (grosso comune nella provincia di Caltanissetta) la Dc aveva incluso il capomafia Genco Russo. La risposta è imbarazzata («si tratta di un piccolo comune, non è capolista» ecc.) ma poi il leader dc afferma: «Non ci sono atti e documenti che qualifichino quel candidato come mafioso». La risposta fa pensare che Moro conoscesse il fatto anche se si verificava in un «piccolo comune» e non dicesse il vero, dato che c’erano atti e documenti che qualificavano Genco Russo come mafioso. Questo non vuol certo dire che Moro fosse colluso con la mafia, ma al contrario che la Dc (anche con Moro) preparando le elezioni del 1948 e successivamente per costruire la diga contro il comunismo e garantirsi il ruolo guida, accettò il «quieto vivere» (l’espressione è di Andreotti) con la mafia. E l’accettarono De Gasperi, Fanfani, Andreotti. Quest’ultimo operò con più spregiudicatezza, ma dentro quel quadro.

Ho ripreso questo pezzo della storia politica italiana per ricordare agli smemorati che Aldo Moro in tutti i momenti, anche nei più sgradevoli, difese il ruolo centrale della Dc alla guida del Paese. Ricordo anche il suo discorso alla Camera dei deputati in occasione delle accuse fatte ad esponenti della Dc per le tangenti pagate dalla società Usa Lockheed per le forniture di aerei: «Non ci faremo processare sulle piazze». E quando nel 1976 raggiunse con Berlinguer un’intesa di governo volle, fortemente volle, che a guidarlo fosse Andreotti, per garantire l’unità e il ruolo della Dc. Anche nella prigione delle Br le sue lettere hanno come asse la famiglia e l’incerto domani della Dc («il futuro non è più solo nelle nostre mani»).

Questo scenario mi è tornato in mente quando sull’Unità ho letto che nei circoli Pd sono ammessi due quadri, Moro e Berlinguer, santi protettori del partito. Ma, se Moro fu il leader democristiano che con più coerenza e determinazione difese il ruolo della Dc e dei cattolici democratici, Berlinguer fu il più deciso sostenitore dell’identità comunista del partito. Il leader del Pci si separò umanamente e politicamente dal comunismo sovietico con nettezza e determinazione e ricercò un rapporto con quei dirigenti socialdemocratici che si battevano per la causa del Terzo Mondo (Olof Palme, Willy Brandt), ma restò un comunista che, con la democrazia e le riforme di struttura, voleva superare il capitalismo e realizzare una società socialista. Per questo il Pci doveva restare, con la sua autonomia, nel campo anticapitalista e antimperialista e separato dalle socialdemocrazie.

Poi c’è stato l’89 e il crollo del Muro e del «campo», e non sappiamo come avrebbero reagito Moro e Berlinguer. Certo diversamente da come confusamente hanno reagito i loro eredi. I quali pur non avendo elaborato un loro pensiero, una strategia e una cultura per fare un partito, mettono nei circoli le foto di Moro e Berlinguer identificandoli come padri del Pd. Invece furono leader di due partiti con identità radicalmente diverse anche se li unì una forte tensione politico-morale nella guida dei loro partiti. L’operazione Dc-Pci, Moro-Berlinguer la fanno proprio coloro che ripetono sino alla noia che le culture politiche del Novecento sono morte e sepolte. Oggi autorevoli promotori del Pd dicono che questo partito «implode» (Scalfari domenica su Repubblica). E con Scalfari tanti altri. Ma perché implode? Perché c’è Veltroni e non D’Alema o Parisi o un quarantenne? Non scherziamo. Cari amici democratici, lasciate in pace Moro e Berlinguer, anche perché non meritano di «implodere» con il Pd e, se volete, avviate un confronto serio e reale su cos’è oggi questo partito e cosa potrebbe essere domani. Intanto il Papa dice che all’Italia occorre una nuova generazione di cattolici impegnati nella politica. Per chi suona la campana?

Il partito padronale e il partito che non c’è

3 Set 08

Emanuele Macaluso

Siamo a settembre e voglio riprendere alcuni temi, emersi nella polemica ferragostana tra il sindaco Chiamparino e i dirigenti del Pd torinese, che hanno una valenza generale e toccano i nervi scoperti del sistema politico italiano. Del resto non è un caso che le polemiche torinesi somiglino a quelle che leggiamo sul Pd e il presidente della Regione sarda e quelle di altre regioni. Il tema a cui alludo attiene al rapporto tra i partiti e le istituzioni dopo la crisi che ha travolto le formazioni politiche che diedero vita alla Costituzione e ressero il sistema per circa cinquant’anni.

In un articolo apparso venerdì sulla Stampa Sergio Chiamparino scriveva: «Sono convinto dell’importanza decisiva dei partiti, a condizione però che siano veicoli di reale rappresentanza di interessi e di valori e non macchine (o macchinette) distributrici di potere e nemmeno caricature di quelli che sono stati seri e nobili partiti ma che non ritorneranno più». Lascio stare la carica polemica, certo non infondata, che c’è nello scritto di Chiamparino nei confronti dei partiti oggi e in primis rispetto al suo Pd. È vero, quei partiti non torneranno più, ma la riflessione riguarda l’oggi.

I grandi partiti di massa, dopo la Liberazione, riconoscendosi nella Costituzione che avevano scritto insieme espressero anche una forma nuova e più forte di unità nazionale. Vaste masse popolari (cattolici, socialisti, comunisti) si riconobbero nello Stato unitario. Non è un caso che grazie a quel patto costituzionale il separatismo, che scosse la Sicilia nel dopoguerra, fu sconfitto e, invece, dopo la crisi dei grandi partiti è sorto il leghismo separatista al Nord. E di fronte a fenomeni nuovi, figli della crisi, i «nuovi» partiti annaspano. Basti pensare alle oscillazioni opportunistiche, a destra e a sinistra, sul federalismo.

Oggi è all’ordine del giorno il «federalismo fiscale», senza avere affrontato il nodo costituzionale del federalismo. Insomma, è plausibile un federalismo fiscale senza federalismo costituzionale? Sul ruolo dei Comuni e dei sindaci il discorso non cambia. Non fu una trovata della «nuova sinistra» il «partito dei sindaci»? E vorrei chiedere a Chiamparino perché non parlò quando, nel fare il Pd, leader del partito veniva incoronato il sindaco di Roma che manteneva i due incarichi. I sindaci di Bari, Pescara e Messina si candidarono a segretari regionali del Pd e hanno mantenuto i due incarichi. Il sindaco, come dice Chiamparino oggi, non rappresenta tutti i cittadini? In Calabria il segretario regionale Pd è stato il viceministro dell’Interno sino alle elezioni politiche. Che dirigenti del Pd pensino che ci sia un cordone ombelicale che lega il sindaco al Partito (cosa che non esisteva nemmeno nel Pci) è un segno dei tempi.

Questi fatti però ci dicono cose che non possono sfuggire a una persona con l’intelligenza e l’esperienza di Chiamparino. Il Pd è nato senza un progetto politico-costituzionale e su ogni questione che si pone – il federalismo, la giustizia, le leggi elettorali, il ruolo dei partiti – è al rimorchio di altre forze, seguendole o contestandole. Il fatto che la «transizione» non finisca mai e non si riesca a «normalizzare» i rapporti tra governo e opposizione non è dovuto solo alla presenza «anomala» di un presidente del Consiglio con un evidente e pesante conflitto di interessi, ma anche al fatto che l’opposizione non ha un suo progetto. Nei mesi scorsi, su queste stesse colonne, avevo proposto di convocare un’assemblea costituente per separare il riordino costituzionale dalle vicende che travagliano l’attività di governo. Ma c’è scetticismo anche perché la maggioranza governativa pensa di imporre comunque il suo progetto (ha i numeri per farlo) e l’opposizione pensa solo a contrastarlo.

In questo clima operano anche le istituzioni locali. E non mi stupisce che nel Pd, come dice Chiamparino, si verifichino «scontri di potere finalizzati al rinnovo dei vertici istituzionali e in particolare alla loro sostituzione».

Questo quadro ne richiama un altro e attiene alle regole che dovrebbero consentire in un partito la democratica convivenza di posizioni politiche diverse e le personalità che hanno ruoli diversi, nelle istituzioni e nella guida delle strutture partitiche. Ma nel Pd, a quanto pare, non ci sono regole. Non si sa ancora se ci sarà un congresso o se tutto, invece, è affidato alle investiture del leader con le primarie. Le quali si svolgono senza una legge e senza sapere quali regole vigano nel partito del leader. È vero, i vecchi partiti con le loro vecchie regole non possono più tornare. Ma si vuole discutere su cosa sono e dovrebbero essere i partiti in una moderna democrazia? A destra c’è ancora il partito padronale, a sinistra, leggendo le polemiche agostane di cui parla Chiamparino, non si capisce cosa c’è.

L’unica via per fare le riforme

7 Ago 08

Emanuele Macaluso

Macaluso dimentica il fascino perverso e ammaliante della piazza. Ognuno la invoca o la depreca per strumentalizzarla ai propri obiettivi. (ndb)

Nel corso di una conferenza stampa Berlusconi ha detto che l’opposizione non è «leale», che non c’è quel rispetto (nei suoi confronti) necessario per fare insieme le riforme le quali, ha aggiunto, saranno comunque realizzate «con la forza di una vasta maggioranza che gli italiani ci hanno dato sia alla Camera che al Senato». Forse è bene ricordare al presidente del Consiglio che in questa legislatura non ci sono parlamentari eletti, ma solo nominati dai capipartito e che la maggioranza è larghissima anche perché ha usufruito di un premio in seggi parlamentari grazie a una norma costituzionalmente discutibile e politicamente indecente. È bene anche ricordare che l’articolo 138 della Costituzione ha previsto il meccanismo di approvazione delle modifiche costituzionali, anche con maggioranza semplice e possibilità di referendum, perché tutto l’impianto della Carta ha come premessa la legge con cui fu eletta la Costituente, cioè la proporzionale.

Nessuno certo pensa di mettere in discussione la netta vittoria elettorale della coalizione governativa, ma pensare che quella maggioranza può fare e disfare la Costituzione è solo delirio di onnipotenza. Non è un caso del resto che i presidenti delle due Camere e i leader della Lega insistono per riaprire un dialogo tra maggioranza e minoranza per fare le riforme. Fatta questa affermazione, occorre verificare – con onestà e realismo – se i rapporti politici fra governo e opposizione consentono di attuare quelle riforme con gli stessi protagonisti di entrambi gli schieramenti impegnati nello scontro quotidiano nelle aule parlamentari.

Luca Ricolfi, domenica scorsa su queste colonne, ha osservato che «sarebbe molto più facile cooperare sulle riforme economico-sociali che sulla riforma delle istituzioni». Questo è assolutamente vero. E anch’io, che sono più vecchio di lui, avverto, come lui, un brivido alla schiena tutte le volte che sento ripetere che «questa sarà una legislatura costituente». Del resto bastano i primi cento giorni che hanno caratterizzato la vita di questo Parlamento per capire che legislatura sarà.

Il Capo dello Stato fa il suo dovere quando disinnesca mine che possono fare saltare tutti i ponti tra le due sponde del Parlamento e fa bene a sollecitare l’attraversamento anche di un solo ponte per costruire qualcosa che serva alle istituzioni e al Paese. Ma non è un caso che, disinnescata una mina, ne viene confezionata un’altra: sono prodotti della realtà politica in cui viviamo. Infatti nel momento in cui dal Quirinale venivano diffuse esortazioni alla distensione e al lavoro comune, in un altro Palazzo (il Palazzaccio), l’onorevole Di Pietro depositava la richiesta per indire un referendum sulla legge Alfano. E questo senza sapere se e quando un’autorità giudiziaria si rivolgerà alla Consulta per contestare la costituzionalità di quella legge.

Bene ha fatto Veltroni a respingere la richiesta dell’ex pm di aiutarlo a raccogliere le firme. Ma abbiamo visto con quanta prontezza due autorevoli esponenti del Pd amici di Prodi, Arturo Parisi e Franco Monaco hanno manifestato sostegno caloroso all’iniziativa dipietrista. Non saranno i soli se guardiamo il ventre molle del Pd. Un partito che non riesce ancora ad avere una politica e un’identità chiare come abbiamo visto nel voto promosso dalla destra per aprire, sul caso della povera Eluana, un conflitto di competenze tra il Parlamento e la magistratura. Di Pietro, ma anche Parisi e altri, sanno che la fermezza di Veltroni non reggerà e saranno in molti nel Pd a firmare la richiesta del referendum.

Faccio una parentesi per dire come, Berlusconi da una parte e Di Pietro dall’altra, entrambi beneficiari della transizione post-tangentopoli, continuano a tenere il sistema in tensione. Insomma con il mio ragionamento voglio dire che nelle aule parlamentari non ci sono le condizioni per un comune progetto di riforme. Berlusconi continuerà ad accusare il Pd di «slealtà» e Veltroni a rinfacciare al Cavaliere di non volere seguire la linea suggerita dal Capo dello Stato. Un duetto che dura da anni e può durare ancora sino alla fine di questa legislatura checché ne pensi Tremonti. Il quale, nell’intervista alla Stampa, sulla base di dati politici incomprensibili, ritiene che la bicamerale resusciterà.

E così al pessimismo di Ricolfi che non vede soluzioni Tremonti risponde con soluzioni solo sognate. Ai miei due amici dico che occorre rompere questo giuoco e rivolgersi direttamente al popolo eleggendo con il sistema proporzionale 75 persone impegnate a trovare in un anno una soluzione condivisa o votata a maggioranza ma, in ogni caso, sottoposta a referendum popolare. Una forza che si chiama «partito del popolo» ha paura di un voto popolare? E una forza che si chiama «partito democratico» ha paura di una consultazione democratica?

Miseria politica

17 Lug 08

Emanuele Macaluso

La bufera giudiziaria che in Abruzzo ha coinvolto il presidente della Regione Ottaviano Del Turco, assessori e molti amministratori della Sanità ha scatenato un dibattito sui rapporti tra politica e giustizia per molti versi ripetitivo. Berlusconi ha colto l’occasione per dire, senza leggere le carte, che i magistrati abusano del loro potere e Di Pietro per ripetere che le toghe hanno sempre ragione.

Sul piano giudiziario la cosa che trovo sconcertante è il fatto che i media hanno avuto un’informazione sulla vicenda solo attraverso quello che dicono i magistrati, mentre Del Turco è in isolamento, non può parlare col suo avvocato e non si conoscono le sue ragioni se ne ha di valide. Voglio dire che quando l’azione penale per reati che hanno carattere altamente infamante coinvolge un uomo politico nell’esercizio delle sue funzioni, il giudizio della pubblica opinione, degli elettori è decisivo. E allora è giusto che l’accusato possa difendersi non solo nelle aule giudiziarie, ma anche attraverso i canali d’informazione che hanno diffuso le valutazioni e i giudizi dei magistrati che lo accusano.

Fatte queste osservazioni e in attesa degli sviluppi dell’azione giudiziaria, da ciò che si legge e si capisce emerge una questione politica: cosa sono e come operano i gruppi dirigenti dei partiti nelle regioni del Sud? Parlo del Sud non per dire che nel Nord tutto è trasparente e limpido, ma perché nel Mezzogiorno il problema della formazione delle classi dirigenti ha una storia particolare e si intreccia strettamente con quella che è stata definita «questione meridionale»: da Giustino Fortunato a Guido Dorso, da Luigi Sturzo ad Antonio Gramsci. E mi interessa parlare della sinistra, del centrosinistra, non perché la tempesta si abbatte in una Regione amministrata dal Pd, ma perché questo tema oggi sembra estraneo alla destra berlusconiana.

Insomma, ancora una volta dopo la vicenda dei rifiuti in Campania, dopo le traversie giudiziarie che hanno interessato il Pd calabrese, dopo il risultato elettorale siciliano, una domanda si pone: cos’è il Pd nel Mezzogiorno? Una domanda che io stesso posi nel momento in cui questo partito nasceva da una fusione a freddo dei gruppi dirigenti locali della Margherita e dei Ds. Partiti che nei loro congressi non si erano mai posti questo problema. Eppure, esso emergeva non solo in rapporto a vicende giudiziarie, ma per il fatto incontestabile che i gruppi dirigenti si formavano, si dissolvevano e si riformavano attorno alla gestione dei poteri locali: Comuni, Province, Regioni. E alla miriade di società pubbliche e semipubbliche, ai consulenti e agli assistenti che popolano tutte le strutture, politiche e amministrative.

Il Pd è nato con progetti ambiziosi, con dichiarazioni di intenti roboanti, accompagnati da analisi generali, a volte ricche di spunti culturali interessanti, di adesioni disinteressate ed entusiaste. Quel che mancava e manca ancora è un’analisi di ciò che in concreto è quel partito nella realtà in cui opera nel governo locale e dove dovrebbe svolgere l’opposizione come in Sicilia. Realtà in cui non c’è più un dibattito e una lotta sociale, politica e culturale tale da attrarre i giovani in un impegno nel volontariato politico.

Di fronte alla vicenda abbruzzese non basta certo dichiarare che in ogni caso il Pd sta con i magistrati o di giurare sull’onestà e la correttezza di Del Turco. Sulla questione giudiziaria abruzzese è giusto discutere e, via via, i fatti ci diranno come, su questo versante stanno le cose. Ma il risvolto politico c’è tutto. La miseria politica di quel gruppo dirigente è evidente. Che la sanità sia oggi la fascia ricca dei bilanci regionali e il rapporto tra pubblico e privato in questo campo il più inquinato, è un fatto. Che la sua gestione transiti dalla destra alla sinistra con un continuismo impressionante è un altro fatto. È su questo che occorre discutere nel Pd se si vuole coniugare, come è necessario, etica e politica. Richiamare la necessità dell’etica come fa ora Veltroni senza una politica è solo un gesto velleitario. Così come richiamare le dure regole della politica senza l’etica significa scadere nel cinismo della gestione intrecciando affari privati e iniziativa pubblica prescindendo dagli interessi generali. Ecco perché in questa situazione le dichiarazioni generiche lasciano le cose come stanno.

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