9 Dic 08
Federicio Geremicca
Da una parte l’incudine di una questione morale salita agli onori della cronaca, dall’altra il martello berlusconiano di una riforma della giustizia brandita come una spada.
In mezzo c’è il Pd che cerca di mettere ordine nell’agenda delle sue emergenze politiche e fatica a trovare il bandolo della matassa. Tale difficoltà non è del resto incomprensibile, se solo si pensa che la settimana scorsa si era aperta con l’ennesima polemica tra veltroniani e dalemiani e si era poi invece chiusa con le immagini del sindaco di Firenze incatenato a un palo per protesta. E prima c’erano stati la querelle sulla collocazione europea del partito, l’interminabile confronto su congresso sì-congresso no, la lacerante discussione intorno alla necessità (o all’inopportunità) di un «Pd del Nord», e chi più ne ha più ne metta. Un avvitamento polemico che stenderebbe un partito forte e in salute come un toro: e dunque figuriamoci una formazione politica che ha avuto il suo battesimo elettorale appena otto mesi fa ed è ancora alla ricerca di una più netta identità… Il fatto, però, è che nulla – in verità – lascia presagire che la settimana appena aperta sarà meno avara di dispiaceri per Walter Veltroni e il suo partito.
Il Pd è alla vigilia di una sconfitta elettorale (quella abruzzese) che, per quanto largamente scontata e attesa, rischia di acuire ulteriormente lo stato di tensione tra i democratici. È prevedibile che anche dal voto di domenica in Abruzzo qualcuno trarrà motivi di polemica (per la scarsa difesa di Del Turco, magari, o per aver deciso di far correre il Pd dietro le insegne di un candidato-presidente dipietrista…), aggiungendo così confusione a confusione. Ma soprattutto dalla partita che si va aprendo sulla riforma della giustizia rischiano di arrivare i guai maggiori. Accettare di affrontare oggi un confronto sul più antico e tradizionale terreno di scontro col Cavaliere – la giustizia, appunto – espone infatti il Pd a due rischi. Il primo è che l’apertura al dialogo possa essere interpretata come una sorta di «vendetta» nei confronti della magistratura, che mette sotto inchiesta i suoi amministratori dalla Calabria fino alla Liguria; il secondo è di lasciare ad Antonio Di Pietro l’esclusiva dell’«antiberlusconismo giustizialista»: una miscela che con il riemergere di vere o presunte questioni morali potrebbe tornare a esercitare un qualche fascino su settori non proprio marginali dell’elettorato.
Si tratta di rischi che però, giunti al punto cui sono arrivate le tensioni anche all’interno della magistratura, il Pd ha l’obbligo di correre. Per troppi anni il vecchio Pci ha pagato – in termini di evoluzione riformista – il dogma secondo il quale la propria linea politica non doveva mai lasciar spazi occupabili alla propria sinistra: sarebbe davvero paradossale se il Pd – che è naturalmente tutt’altra cosa dal Pci – si ponesse oggi un problema simile, e per di più nei confronti del partito personale di Antonio Di Pietro. Del resto, la richiesta di una riforma del funzionamento della giustizia in Italia arriva ormai da settori sempre più ampi della stessa magistratura; per non parlare, naturalmente, di quanto la necessità di un intervento sia reclamata – e non da oggi – da chiunque abbia la sventura di metter piede in un’aula di tribunale.
Dunque, tra le tante cose che potranno aiutare il Pd di Walter Veltroni a uscire dal guado, forse c’è anche questo: il superamento della barriera che ha fin qui reso impossibile un confronto sulla giustizia, ogni volta che a proporlo è stato Silvio Berlusconi. Ma intendiamo un confronto, certo: non un diktat, un decreto da votare, come è accaduto per la manovra prima e per il pacchetto anti-crisi poi. In questo caso, rifiuti e ritirate sarebbero inevitabili, oltre che comprensibili. E la possibilità di un dialogo vero non potrebbe che sciogliersi di nuovo come neve al sole.


