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Quasi quasi difendo Travaglio

17 Mag 08

Lucia Annunziata

Vorrei dire qualcosa a favore di Marco Travaglio. Inizierei dal dichiarare i miei personali sentimenti nei suoi confronti. Non per protagonismo ma perché i «sentimenti» – rancore, gelosia, oltraggio, paura – mi pare siano gran parte della discussione in corso. Parlo per esperienza.

Mi sono trovata infatti nelle fauci affilate di Travaglio, all’epoca della chiusura di Raiot in Rai. Fauci capaci di lacerare carne e ossa. D’altra parte, mi difesi con denti che credo non fossero meno taglienti. Vari anni dopo, la questione è sopita – e magari mi illudo oggi che Travaglio abbia scoperto in quello scontro una persona più retta di quel che lui pensasse; di certo io oggi penso che quello è stato un passaggio necessario, nonché istruttivo, per chiunque faccia un mestiere pubblico.

Travaglio ha infatti la capacità di fare da magnete di tutte le opinioni, i malumori, i sospetti che oscuramente ruotano intorno a una persona, o a una situazione. E di dargli voce.

Questa voce è il ruolo fondamentale della critica; che il critico abbia nel merito torto o ragione, è irrilevante.

Il merito: è esattamente questo l’aspetto con cui la nostra democrazia non riesce a fare pace. La possibilità di criticare è un dovere/diritto che si esercita in campo democratico «a prescindere». Al di là del fatto che le critiche siano giuste o sbagliate, fondate o meno, rispettose o irrispettose. La critica si esercita come fattore di inter-azione, è parte della trama stessa del tessuto che tiene insieme una società. Soprattutto è il principale canale comunicatore che mantiene in dialettica ricchi e poveri, eletti ed elettori, buoni e cattivi. La critica è, insomma, un meccanismo necessario proprio in quanto violazione dell’ordine costituito: solo così obbliga la società a una verifica continua e a una messa a punto del suo funzionamento. Senza andare troppo lontano, basta vedere come l’efficacia del giornalismo, anche quello più istituzionale, è nella sua capacità di vedere i punti deboli, più che rafforzare i punti già solidi.

C’è invece in Italia, e il caso Travaglio lo prova, da molti anni l’opinione che la critica va fatta solo come «stimolo», solo se doverosamente incanalata dentro un cosiddetto rispetto della persona o delle istituzioni. Ma questa idea è storicamente errata: senza il costante bombardamento cui la nostra cultura si autosottopone, non saremmo chi siamo. E’ la nostra differenza di Occidentali, dopo tutto. Qualcuno ricorda alla fondazione del pensiero moderno l’Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam? O le tele allucinate di Hieronymus Bosch? La disinvestitura del potere, e lo svelamento della Pochezza che convive con la Grandezza sono dopo tutto i gesti che minano le piramidi sociali medioevali e inaugurano l’inizio dell’era moderna e della libertà individuale. Che ha dato a tutti noi il diritto di essere moralisti, fanatici, irragionevoli, cioè critici.

Ora, io penso che Travaglio, come tutti, sia fallibile ed abbia debolezze. Ma difendo l’idea che la sua irrispettosità dia forma a molte cose che il sistema non riflette o non include: che sia l’opinione dei deboli, o solo il sospetto, l’invidia, la rabbia, la reazione, è irrilevante. Rilevante è che questi elementi vengano alla luce. Come altro potremo spiegarci l’antipolitica? O pensiamo oggi che sia un fenomeno già concluso?

L’alternativa alla quale il sistema vuole arrivare, quale potrebbe invece essere? Un ordinato e rispettoso bussare alla porta assicurandosi prima di essere tutti ben accetti? Immaginare un mondo senza rabbie, sbavature e attacchi? E non sarebbe questo null’altro che la meccanizzazione di ogni diversità, un orwelliano paradiso riempito di aspidistre?

Certo, i politici, le istituzioni, tutti noi, abbiamo il diritto di non essere accusati ingiustamente, e di non essere vilipesi. Come del resto chiede appunto per sé anche Travaglio. Ma questo diritto si afferma nella spiegazione, nello scontro, nella capacità, insomma, di rispondere alla guerra; non nel dettare regole preventive, quali voler conoscere prima la sceneggiatura, o le domande di una intervista, o rivedere un articolo.

Cos’è alla fine la leadership se non saper sopravvivere alle critiche? Il dunque delle democrazie più compiute delle nostre è proprio questo: cosa ci insegnano infatti le sanguinose primarie in Usa, o la vita di leader come Blair o Thatcher? Solo da noi la leadership pare voler essere misurata unicamente dal suono di cimbali e trombette. Solo in Italia la leadership identifica il rispetto con l’unanimità di lodi, e la forza delle istituzioni con il silenzio che le circonda.

Il percorso di un presidente

10 Mag 08

Lucia Annunziata

Nessun cerimoniale al mondo avrebbe potuto scegliere meglio i tempi. Il discorso con cui il presidente Napolitano ha ieri commemorato la morte di Moro, aprendo una nuova stagione di riflessione nazionale sulla nostra storia, era preparato da molto; ma la coincidenza delle sue parole con il giuramento del nuovo governo Berlusconi, in una sequenza perfetta come una scenografia, è stato il miglior viatico che il Quirinale poteva dare a questa legislatura: una sottolineatura del compito che il Colle si aspetta da tutti nei prossimi cinque anni, l’impegno a lasciarsi dietro le liti e le decisioni ideologiche, per tentare di rimettere insieme il Paese.

Il messaggio è stato accolto bene. Tutti hanno omaggiato il Presidente e in particolare il governo ha festeggiato la sua «apertura» intellettuale. Le ragioni dell’entusiasmo sono comprensibili: la rilettura in chiave non partigiana della nostra storia è estremamente necessaria alla compagine di centrodestra, perché solo questo passaggio culturale, l’abbandono dei moduli del ’900, può darle quel riconoscimento finale che ancora le manca per sentirsi – e essere sentita – classe dirigente dall’intero Paese. Nessun dialogo e nessuna collaborazione istituzionale potrebbero esistere senza gettare queste nuove fondamenta.

Tuttavia se il Presidente di una nazione a lungo divisa, un Presidente che ha lui stesso radici «partigiane», apre un nuovo capitolo nella lettura della storia, fa comunque un passo che va al di là delle contingenze politiche. Ed è proprio questo aspetto meno occasionale che attira davvero la nostra attenzione. Giorgio Napolitano è un intellettuale di origine comunista, cioè parte di quella razza particolarissima che ha dominato il ‘900, di chierici formatisi e cresciuti nel senso della missione del loro impegno. Non intellettuali in sé, ma per sé, si diceva nei circuiti dove è cresciuto Napolitano, citando Hegel. Hegel, Kant, studiati ben prima di Marx; filosofi espressione dell’humus profondo della fondazione culturale dell’Europa moderna, nella cui visione etica, logica e fine sono un unico intreccio. La cultura non come specchio, ma come azione; e l’azione come obbligo morale. Da quella stessa radice, a guardare oggi il secolo scorso con occhi meno appannati dalle passioni, è nato in verità non solo il comunismo ma anche il nazismo, in una divisione di percorso che in conclusione ha condiviso non i fini forse, ma l’utopia e i mezzi sì.

Immaginiamo forse troppo, perché a questa generazione appartengono i nostri padri e come tali li abbiamo sempre studiati con l’intensità con cui gli adolescenti fissano vezzi e vizi degli adulti. Immaginiamo dunque forse troppo, dicevo; eppure il percorso che il Presidente della Repubblica sta facendo ci pare acceso non dalla contingenza, e neppure dal desiderio di servire il Paese. Il «revisionismo» di Napolitano ci piace pensarlo come frutto di un complicato e macerante percorso privato da parte d’uno degli uomini di quella storia, che ha avuto la fortuna non solo di sopravvivere ai suoi tempi, ma di diventarne per obbligo un simbolo. Il Presidente avrebbe potuto infatti evitare, personalmente, qualunque ripensamento: in fondo il Napolitano politico avrebbe potuto vantare patenti di «distacco dalla Russia» ante-litteram, convinzioni atlantiste non solcate da dubbi, maturate in anni quando nessuno ancora osava portare, come lui ha fatto, il suo comunismo nelle università inglesi e americane. Napolitano non avrebbe come dovere neppure quello di scusarsi della pecca maggiore della sua generazione: la macchia nera dell’appoggio alla repressione della rivolta in Ungheria, degli insulti agli operai rivoltosi definiti dai comunisti italiani «sediziosi» e «provocatori». «L’intervento militare russo in Ungheria serve a salvare la pace nel mondo», scriveva nel ‘56 l’attuale Presidente della Repubblica. Ma a quel giudizio errato non si è poi mai sottratto, e ha continuato a farne una lunga penitenza al punto da fare come primo viaggio all’estero quello sulla tomba di Imre Nagy, leader della rivolta ungherese ucciso dai russi.

Se ieri il Presidente ha parlato in maniera così chiara, esprimendo una potenziale equazione fra comunismo e nazismo, e ruotando su sé stesse le lotte degli anni di piombo italiani, in modo da esporre a luce la pena le vittime, invece delle ambiguità dei terroristi, non ha espresso parole contingenti, e nemmeno facili da pronunciare. Napolitano sembra fare davanti ai nostri occhi il disvelamento pubblico di un viaggio dentro la sua vita e dentro un’epoca. Non pensiamo sia facile per nessuno, tanto meno per una persona quale è lui. La sua emozione si vede, e spesso appare persino imbarazzante per lui, nella sua visibilità sotto le fredde luci degli occhi elettronici che lo inquadrano permanentemente.

Insomma, noi pensiamo che Napolitano creda in quel che dice; che non agisca sulla base di opportunità politiche nazionali. Ma proprio per questo, noi che spesso lo abbiamo difeso, vorremmo comunicare questa nostra convinzione anche al nuovo governo di centrodestra. Diciamolo con franchezza: l’appartenenza di Napolitano all’esperienza comunista è quello che il centrodestra gli ha sempre rimproverato; è lo strumento con cui sfama, periodicamente, il populismo di destra quando ha bisogno di accusare la sinistra, le sue Caste, o ha anche solo bisogno di destabilizzare il gioco politico. Sono ancora fresche le tracce di insulti e provocazioni con cui spesso è stato assalito l’inquilino del Quirinale nei mesi scorsi. Oggi che i politici del centrodestra, dunque, lo applaudono speriamo che essi stessi lo facciano in maniera non contingente. Che il loro applauso sia un identico segnale di apertura intellettuale.

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