9 Ago 08
Andrea Romano
Ci sono tanti modi per riscrivere la storia. Uno di questi è aggiudicarsi l’organizzazione delle Olimpiadi e allestire una portentosa cerimonia d’inaugurazione priva di qualsiasi cenno alle vicende dell’ultimo secolo. È il metodo scelto dalle autorità cinesi, che con la liturgia solenne offerta ieri a quasi quattro miliardi di telespettatori hanno voluto celebrare l’anima antica e la potenza moderna del proprio Paese. Uno spettacolo ovviamente grandioso, impressionante, monumentale.
Etuttavia questa volta è stato più scomodo del solito abbandonarsi all’inganno volontario che ogni celebrazione nazionale porta con sé. Perché nella geniale sequenza delle scenografie dirette dal regista Zhang Yimou mancava persino la più piccola traccia del secolo cinese che il mondo ha conosciuto nel Novecento, delle sue molte pagine tragiche tanto quanto di quelle segnate dall’eroismo delle rinascite.
Non che fosse cosa semplice rendere festosamente i lutti colossali del maoismo o il senso del cammino ritrovato dopo i traumi della rivoluzione culturale. Ma nel metodo cinese di gioiosa obliterazione del passato c’è qualcosa di profondamente diverso, ad esempio, dalla capacità della Russia post-sovietica di riassorbire dentro un’unità di contrari il secolo del comunismo. Se nella Mosca di Putin e Medvedev si celebra il genio militare di Stalin accanto all’eroismo antistaliniano di Solzenicyn, nella Pechino olimpica tutto scompare nella magnificazione dell’unico protagonista del racconto ufficiale: l’orgoglio di una grande potenza millenaria ma senza storia. Sono due metodi di digerire un passato che non passa, entrambi lontani dalla capacità di affrontare a viso aperto il peso del Novecento. Quello che abbiamo visto ieri a Pechino è il metodo di un grande Paese che ci sorride di un sorriso inquietante perché del tutto fasullo, almeno nella sua versione ufficiale, nonostante i vertiginosi tassi di crescita grazie ai quali è riuscito ad allestire un’Olimpiade destinata comunque a stupirci.
«Il momento storico che abbiamo a lungo atteso è finalmente arrivato», aveva detto il giorno prima Hu Jintao ai leader mondiali presenti al banchetto d’onore. Ed effettivamente quella olimpica è già diventata, come ci ha mostrato la cerimonia inaugurale, l’occasione tutt’altro che mancata per raccontare al mondo la doppia uscita della Cina dal feudalesimo e dal comunismo. Le antiche giunche di Zheng He e le fascinose tappe della via della seta per dimenticare il «Grande balzo in avanti»? Forse non era tanto articolata la sceneggiatura ideologica vista ieri a Pechino. Ma certo è che l’esibizione di potenza a cui abbiamo appena assistito è destinata ad accompagnare l’immagine ufficiale cinese ancora per molti anni a venire.
Quanta sostanza vi sia sotto quell’immagine è poi il vero punto interrogativo. Perché non può sfuggire la coincidenza tra gli splendori propagandistici della cerimonia olimpica e la notizia dell’ennesimo conflitto post-imperiale venuta ieri da Mosca. «La guerra è iniziata»: il tono lapidario con cui Vladimir Putin ha annunciato l’attacco alla Georgia dovrebbe essere messo a confronto con il volo del ginnasta Li Ning, l’ultimo tedoforo cinese. E spingerci a riflettere sulla differenza che passa tra la promessa di grandezza vista ieri a Pechino e l’implacabile freddezza della potenza russa: una potenza assai meno fastosa, molto meno ridondante di tassi di sviluppo ma non per questo minimamente intenzionata a farsi sfuggire il ruolo che le spetta nella sua fetta di mondo.


