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Fannulloni per decreto

11 Mar 09

Se la fantasia costituisce la prima qualità degli uomini politici, il nostro presidente del Consiglio ne ha da vendere. Il Parlamento va a rilento? È appesantito da troppe votazioni? Le votazioni regalano talvolta brutte sorprese a chi ha il timone del governo? Bene, facciamo votare solo i capigruppo e non pensiamoci più. Ricetta semplice, e probabilmente quantomai efficace. Magari un poco ruvida, un po’ eccessiva per quel migliaio di anime rinchiuse nei palazzi delle due assemblee legislative, che passerebbero così dalla catena di montaggio delle leggi all’ozio più assoluto. Ma che importa, conta solo il risultato. Peccato che questo risultato sia impossibile. Peccato che s’infranga contro i principi che reggono la nostra democrazia costituzionale. Peccato che strida col buon senso.

Anche perché questa soluzione suona ben più drastica del voto ponderato, in uso presso varie istituzioni. A cominciare dall’Unione europea, dove il voto di Germania, Italia, Francia e Regno Unito vale 29 punti, mentre un piccolo Stato come Malta pesa 3 punti appena. Ma in questo caso non c’è alcun esproprio del diritto di voto, non c’è un silenziatore alla voce dei più piccoli. Non c’è nemmeno una ferita al principio d’eguaglianza, perché tale principio – come stabilì Aristotele – s’applica agli eguali, non ai diseguali.

È evidente che gli Stati più popolosi rappresentano un numero più alto di cittadini europei, sicché misurarli secondo il loro peso demografico effettivo evita di sovradimensionare il voto dei maltesi. Ma c’è un’élite di rappresentanti più rappresentativi in Parlamento? C’è un deputato il cui collegio elettorale coincide con l’intera Lombardia, mentre il suo vicino di banco è stato eletto dai soli cittadini di Ragusa? Non c’è, non ci può essere; altrimenti gli elettori verrebbero discriminati a propria volta.

Qui allora viene in gioco un altro cardine delle democrazie costituzionali: l’eguaglianza del voto e dei votanti. In passato qua e là si praticava il voto plurimo, per esempio quello del capofamiglia, che esprimeva un valore superiore all’unità. Ma la Rivoluzione francese lo ha confinato tra i relitti della storia, da quando la Dichiarazione dei diritti del 3 settembre 1791 introdusse il principio del suffragio universale. Poi, certo, ce n’è voluto per tradurre il principio nella prassi. In Italia fino al 1882 votava appena il 2 per cento della popolazione. Nel 1912, mezzo secolo dopo l’unità, fu Giolitti a estendere a tutti i cittadini maschi il diritto di partecipare alle elezioni. Infine nel 1946 venne la volta delle donne, e a quel punto la traiettoria si è compiuta. Imporre una sordina ai parlamentari significa imporla agli elettori, significa perciò riportare indietro le lancette della storia.

E c’è poi un altro punto dolente nella ricetta che propone Berlusconi. Anzi due, anzi tre, anzi quattro. In primo luogo stabiliremmo una gerarchia fra i parlamentari, offendendo la norma conservata nell’art. 67 della Costituzione, secondo cui ogni membro del Parlamento rappresenta – ebbene sì, lui solo – la Nazione. In secondo luogo, anche ad ammettere che le sue personali convinzioni si riflettano come in uno stampo con le convinzioni del suo capogruppo, offenderemmo il principio della personalità del voto, racchiuso a propria volta nell’art. 48 della Carta. In terzo luogo svuoteremmo la regola del voto segreto, che i regolamenti parlamentari prescrivono ad esempio sulle questioni di coscienza, per tutelare l’autonomia di senatori e deputati. In quarto luogo, come mai faremmo noi elettori a valutare l’operato di chi ci rappresenta in seno alle due Camere? La mancata rielezione è l’unica arma che ci rimane in mano rispetto ai voltagabbana, ai traditori delle promesse elettorali, ai fannulloni; ma se diventano tutti fannulloni per decreto, tanto varrebbe privarci del diritto di votare.

Insomma l’epilogo non piacerà al presidente del Consiglio. Non piacerà neppure a chi ritiene che il Parlamento sia un ingombro di cui l’Italia dovrebbe sbarazzarsi. E allora rifugiamoci nell’autorità di Montesquieu: le lungaggini parlamentari, le procedure talora estenuanti della democrazia, sono il prezzo che paghiamo per la nostra libertà.

La battuta quotidiana

13 Mar 09

Berlusconi mostra una quotidiana insofferenza per le regole che reggono il sistema politico fondato, come vuole la Costituzione, sulla democrazia parlamentare.

Non riesce a dare un ordine alle sue idee e alle sue pulsioni con proposte legislative e riforme organiche. E lo fa mentre il suo governo e la sua maggioranza hanno impegnato il Parlamento a discutere del federalismo. Con le sue battute sulla decretazione come metodo per governare e sul ruolo dei capigruppo delegati a votare per tutti i parlamentari, il Cavaliere apre un altro fronte sul terreno costituzionale senza un progetto e senza una linea concordata nemmeno nel suo personale partito. Il quale si appresta a fare un congresso e l’unica cosa su cui pare si sia aperto un dibattito è il sistema di voto con cui incoronare il Cavaliere: per acclamazione o per alzata di mano.

Ma un partito è tale solo se ha un’idea politico-costituzionale dello Stato e delle sue istituzioni. Dopo la Liberazione fu questo il banco di prova dei partiti che, risorti, diedero vita alla Costituzione. E questa fu la bussola delle forze che per cinquant’anni governarono il Paese o svolsero il ruolo di opposizione. C’è da aggiungere che la grave crisi economica che scuote il mondo suggerisce alle forze politiche, al governo o all’opposizione, non solo di registrare le politiche economiche e sociali per fronteggiare la tempesta, ma anche di verificare se gli strumenti di cui le istituzioni, gli Stati e la comunità internazionale dispongono sono adeguati alla bisogna.

L’Italia vive alla giornata anche perché, questa è la mia opinione, i partiti di governo e di opposizione vivono sulla battuta quotidiana. Il discorso che ho fatto per il Pdl, l’ho già fatto, anche su questo giornale, per il Pd. C’era un vuoto politico e si pensava di riempirlo con lo stare insieme dei Ds e della Margherita. Ricordiamo i fatti più recenti. Nel momento in cui nacque il Pd e Berlusconi dal predellino della sua auto annunciava la fusione tra Forza Italia, Alleanza nazionale e la formazione del Pdl, molti osservatori scrissero che finalmente in Italia si dava vita al bipartitismo e tutto si semplificava.

I risultati elettorali dell’aprile scorso, anche se segnano una forte affermazione del partito di Berlusconi e del suo alleato (la Lega di Bossi) rispetto al Pd di Veltroni e del suo alleato (il partito di Di Pietro), sembrava che dessero ragione a chi pronosticava l’avvento di un bipartitismo virtuoso capace di riformare e consolidare il sistema politico. Non è trascorso nemmeno un anno e lo scenario appare già cambiato e devastato. Basta leggere gli ultimi sondaggi. Il Pd è sceso al 22 per cento e sono cresciuti tutti i partiti che in Parlamento e fuori sono all’opposizione: il partito di Di Pietro e l’Udc di Casini, ma anche i partiti della sinistra radicale coalizzati oggi supererebbero la soglia di sbarramento. Nel centrodestra invece si verifica un modesto cedimento del Pdl e un incremento significativo della Lega.

In questo quadro una cosa appare certa: l’ambizione di Veltroni e dei suoi amici di fare del Pd un partito a «vocazione maggioritaria» è sfumata. Franceschini non ne parla più. È in crisi l’alleanza con Di Pietro ma non si capisce quale sarà il sistema di alleanze del Pd. Comunque mi pare chiaro che le prossime elezioni confermeranno la fine del «bipartitismo» mai nato. Mai nato perché nessuno ci ha creduto: né il Pd che fece l’alleanza con Di Pietro e dopo le elezioni «scoprì» che Berlusconi era Berlusconi; né il Cavaliere il quale pensa che l’opposizione deve riconoscergli la sacralità che i suoi sodali gli hanno decretato. Tutto torna come prima e peggio di prima con la moltiplicazione dei piccoli partiti? Ora c’è anche quello di Grillo. In effetti sembra che, con le forze politiche in campo, le possibilità che il Paese sia retto da un sistema politico semplificato e condiviso siano scarse. È invece possibile che l’indebolimento dell’opposizione crei una dialettica più aperta nella maggioranza e Fini interpreta questa esigenza. Può darsi che il Pd faccia un congresso vero e definisca una politica, le alleanze e un gruppo dirigente. Può darsi che nella sinistra o in una parte di essa maturi il convincimento che una competizione dialettica virtuosa con il Pd sarebbe possibile solo se si ricostruisse un partito socialista. Ma tutto oggi sembra incerto. Non vedo processi politici forti tali da cambiare lo scenario. E nell’incertezza il governo personale nella politica, intrecciato con i poteri che governano l’economia e i media, può segnare la fase che stiamo attraversando. Spero di sbagliarmi.

Diamo credito al tentativo di Franceschini

7 Mar 09

Bisogna dare credito al tentativo di Dario Franceschini. Bisogna persino essere generosi con lui, e dunque col partito che dirige. Per quanto ci riguarda, l’impresa non è facile. Non ci è piaciuto il modo in cui Franceschini è diventato segretario del Pd, e non l’abbiamo nascosto.

Bisogna dare credito al tentativo di Dario Franceschini. Bisogna persino essere generosi con lui, e dunque col partito che dirige. Per quanto ci riguarda, l’impresa non è facile. Non ci è piaciuto il modo in cui Franceschini è diventato segretario del Pd, e non l’abbiamo nascosto. Re Franceschiniello, l’abbiamo definito, per segnalare la stranezza di un partito che si affida a un reggente a tempo, per giunta all’indomani della gravissima crisi politica e di leadership che ha portato alle dimissioni di Veltroni. Ma ora che quella scelta è stata fatta, bisogna dargli credito. E proverò qui a spiegare perché.
Con Franceschini, le ambizioni e i progetti del Pd sono infatti radicalmente cambiati. Diciamo che se con Veltroni il Pd giocava per lo scudetto – perso malamente alle elezioni, per poi franare rapidamente verso il fondo della classifica – con Franceschini il Partito democratico lotta per non retrocedere. In termini politici, si è passati dalla vocazione maggioritaria alla vocazione minoritaria. E a un allenatore che lotta per non retrocedere i critici non possono chiedere il bel gioco, la visione, l’invenzione, perché non è con quelle qualità che si resta in serie A. Nei quartieri bassi della classifica (22% alle ultime rilevazioni demoscopiche), ci vogliono grinta, corsa, voglia di combattere su ogni pallone, a testa bassa e gomiti alti.
Del resto è stato Franceschini stesso a dettare l’agenda della sua reggenza: il mio compito – ha detto – è impedire che l’astensionismo, la delusione, il disincanto, portino via così tanti voti al Pd alle europee da mettere a rischio la sua stessa esistenza, dando di converso al Cavaliere una forza strabordante e irrefrenabile, del tutto anomala in una democrazia bipolare.
Si tratta di lottare per non retrocedere, alla Carletto Mazzone tanto per proseguire nel paragone calcistico, Franceschini sta facendo abbastanza bene. Si può criticare – e su questo giornale è stato criticato – quel tanto di demagogico che c’è nelle sue ultime proposte, quella dell’assegno per chi perde il lavoro e quella dell’uso dei risparmi dell’election day per le forze dell’ordine. È chiaro che non sono questi gli ingredienti con cui si costruisce una ricetta credibile per il governo futuro del paese. Né bastano a identificare una via d’uscita da sinistra alla formidabile crisi economica che investe l’intero Occidente. Ma, di questi tempi, chi lo fa? Vedete forse qualcuno a sinistra, Obama compreso, che sia in grado di accendere una luce in fondo al tunnel della sinistra mondiale, che sembra travolta dal crollo di quel mondo di turbo-finanza e iper-liberismo che pure aveva così criticato? E, per essere onesti, vedete forse a destra qualche Messia? Berlusconi forse? O Tremonti?
No, la verità è che la confusione è massima sotto il cielo, e che la situazione non è affatto eccellente. Chiedere a Franceschini oggi, in questo bailamme, di costruire in quattro e quattr’otto quella Weltanschauung riformista che in Italia la sinistra non è riuscita a costruire neanche negli anni della Terza Via di Clinton e Blair, sarebbe davvero troppo. .
Nelle condizioni date, dunque, Franceschini sta facendo il suo onesto lavoro. Innanzitutto sta tornando «back to basic»: la sinistra si occupa innanzitutto della condizione di vita della gente. Veltroni abbaiava alla luna, disegnava grandi progetti, sognava un’Italia che non c’è. Si perdeva dietro a questioni morali e costituzionali che portavano solo voti a Di Pietro. Franceschini, almeno, parla di soldi, assegni, benzina alle auto della polizia. Con l’eccezione dell’iniziale giuramento sulla Costituzione – più un tributo a Veltroni che al padre partigiano – parla di solito come la gente mangia. In secondo luogo non disegna grandi scenari planetari di economia e finanza, ma tenta di tradurre ogni proposta in un modo che passi al tg della sera. In terzo luogo, lancia una proposta alla volta, invece di riunire pletorici governi ombra che partorivano interminabili conferenze stampa.
Cerca, chiaramente e semplicemente, voti. E non li cerca dove in queste condizioni non li potrebbe prendere, dalle parti di Berlusconi; li cerca tra quelli che gli spetterebbero e se ne sono andati, tra gli astensionisti, tra i dipietristi, e, perché no, nell’elettorato smarrito della sinistra radicale. Finora il tentativo non è riuscito. Il 22% è una condanna. Ma può riuscire. Non può portarlo molto in là, ma può portarlo sopra la linea di galleggiamento. Può evitare al Pd l’annegamento.
Questo, di per sè, è già un degno obiettivo politico per il segretario di un partito. Ma noi vorremmo aggiungere un’altra ragione che ci spinge a dar credito al tentativo di Franceschini, meno partigiana e più nazionale, se così si può dire. E la ragione è che l’Italia, proprio nella crisi, ha bisogno di un’opposizione che morda. Guardate alla storia dell’assegno. Quella proposta ha quanto meno avuto il merito di svegliare il governo da quello che Emma Marcegaglia aveva definito il suo «immobilismo». Hanno rifatto i conti, hanno visto che si poteva trovare un gruzzoletto in più da destinare agli ammortizzatori, si sono affrettati a convocare il Cipe per rigiocarsi i 17 miliardi per le infrastrutture.
Questo è accaduto perché la proposta dell’assegno, nella sua semplicità e forse anche semplicismo, conteneva un problema e un bisogno, dava corpo all’allarme che c’è nelle famiglie tra chi rischia di perdere il posto, a tempo determinato ma più ancora a tempo indeterminato.
A questo serve l’opposizione, in democrazia: a tenere sulla corda la maggioranza e a costringerla a una competizione. Se l’onesto lavoro da mediano di Franceschini ottenesse anche solo questo, sarebbe già un passo in avanti per un sistema politico chiaramente e pericolosamente squilibrato. E se invece non ci riuscisse, se davvero alle europee Berlusconi doppiase il Pd, come gli augurano i sondaggisti amici, non sarebbe affatto un bene per la democrazia italiana. Tutt’altro.
Per questo il tentativo di Franceschini di evitare questo esito va apprezzato. Non disegnerà certamente il sol dell’avvenire della sinistra italiana. Ma nessuno lo disegnerà per un bel po’, se tra tre mesi non ci sarà più il Pd.

Tv, boom di cronaca nera negli anni di Prodi

8 Mar 09

Spazi raddoppiati nel 2006 e 2007: così aumentò la percezione di insicurezza della gente.
Sulle reti Mediaset spesso lo spazio triplicò. Ma i direttori: la politica non c’entra

di Silvia Fumarola

Durante i due anni del governo Prodi (2006 e 2007) i tg hanno raddoppiato lo spazio della cronaca nera. Secondo uno studio del Centro d’ascolto dell’informazione radiotelevisiva (nato da un’iniziativa dei radicali) dal 2003 al 2007, il tempo dedicato ai servizi su delitti, violenze e rapine è raddoppiato (se non triplicato) passando dal 10,4% dei tg del 2003 al 23,7% di quelli del 2007. Dato significativo che potrebbe avere aumentato la percezione di insicurezza da parte degli italiani, e avere avuto un peso alle elezioni politiche del 2008, tesi sostenuta dal centrosinistra in molte occasioni. Come la convinzione che il senso di incertezza e paura sarebbe nato in parte per il battage dei media.

“Adesso arrivano i dati, ma l’abbiamo sempre saputo, Prodi era stato il primo a rendersene conto” commenta Sandra Zampa (Pd) “Purtroppo ce ne siamo accorti a spese degli italiani”. Il tema della sicurezza, e dell’uso che se ne fa, è molto sentito anche oggi: “Paura e insicurezza ci sono”, ha detto il procuratore capo della Repubblica di Torino Giancarlo Caselli a Ercolano, al convegno “L’etica libera la bellezza” “dovrebbero essere sempre mali da curare ma spesso vengono ingigantiti anche dalla carta stampata e da certa politica”.

I numeri dicono che nel 2003 il Tg1 ha dato notizie di cronaca nera per l’11% del suo tempo, il 19,4% nel 2006, il 23% nel 2007. Il Tg2 è passato dal 9,7% del 2003 al 21% del 2006, fino ad arrivare nel 2007, al 25,4%. Il Tg3 è la testata che registra il minore aumento, passando dall’11,5% del 2003 al 18,6% del 2007. Sulle reti Mediaset l’aumento è maggiore: per Studio Aperto, la percentuale è stata pari al 30,2 della durata totale dei tg del 2007, contro il 12,6% del 2003. Il Tg5 è passato dal 10,8% al 25,7%. Il Tg4, malgrado il raddoppio negli ultimi 5 anni, ha avuto l’incremento minore, dal 10,2% del 2003 al 20,9% del 2007.

“Fare una valutazione di natura politica sarebbe sbagliato, bisognerebbe vedere cos’è successo nei diversi anni” spiega il direttore del Tg5 Clemente Mimun. “Prima non era Chicago ora non è Disneyland. La cosa che ha pesato di più, sempre, è stata la situazione economica, per cui l’idea che qualcuno abbia picchiato sulla cronaca per colpire X o Y, lascia il tempo che prova, se non si controlla cos’è accaduto in quegli anni. Esaminando questo bimestre, si è parlato molto di stupri, oggettivamente hanno colpito l’opinione pubblica. Poi se mi chiede: durante il governo Prodi voleva colpire Prodi?, rispondo no”.

“Un buon telegiornale racconta le cose che accadono” replica il direttore del Tg2 Mauro Mazza “ma imputare ai tg il fallimento delle elezioni non è accettabile, le ragioni vanno cercate altrove. Il pubblico di metà giornata è più attento alla cronaca e ne segue gli sviluppi. Alle 20,30 la quota diminuisce”. Mario Giordano, direttore del Giornale, ha guidato Studio Aperto dal 2000 al 2007. “Ricordo la stessa polemica nel 2000, l’epoca delle rapine in villa. Poi c’è stato l’11 settembre. È vero, è aumentata l’attenzione per la cronaca nera, non solo quella che crea insicurezza. I grandi casi – Cogne, Erba, Garlasco – aumentano gli ascolti. Impiegando la nera in chiave politica pro o contro qualcuno si fa solo un pessimo servizio”.

I valori rifugio

8 Mar 09

C’è sempre il sospetto, quando si parla con frequenza assillante di un bene o una virtù, che i tempi in cui se ne parla siano specialmente vuoti: che quel bene si assottigli, e in particolare il bene comune. Che le virtù si faccian rare: in particolare quelle esercitate nella sfera pubblica, presidiate da istituzioni e costituzioni durevoli ma discusse. Sono i tempi in cui con più fervore garriscono le bandiere dei valori, come ebbe a scrivere Carl Schmitt nel breve saggio del 1960 intitolato La Tirannia dei Valori (Adelphi, 2008). Salvare i valori da questi sbandieramenti è urgente, perché è pur sempre in nome di principi e valori che la stortura andrà corretta.

Tempi simili son dichiarati cinici, nichilisti. In genere son colorati di nero. Enzo Bianchi, in un testo scritto su La Stampa dopo la morte di Eluana, li chiama tempi cattivi, da cui usciamo non concordi ma più divisi (15-2-09). Tempi in cui il vociare attorno ai valori si dilata, invadendo lo spazio più intimo dell’uomo «al solo fine del potere», e distruggendo i valori stessi. Tempi in cui il sale perde il suo sapore e però diventa molto salato, corrosivo. Può accadere addirittura che s’unisca al salace, producendo strane misture di gossip, lascivia e moralismo. Negli Ultimi Giorni dell’Umanità, Karl Kraus descriveva l’eccitata vigilia della Guerra ’14-’18 come epoca di valori tanto più gridati, quanto più fatui. I giornalisti, tramutati in vati, erano ingredienti decisivi di quest’epoca enfatica, violenta e cieca.

Non è diversa la crisi che viviamo, e di sicuro s’aggraverà man mano che lo sconquasso finanziario ci toccherà da vicino. Come custodire in tali condizioni il potere, quando governi e politici sono ingabbiati nella dura necessità di un precipizio che controllano a mala pena o non controllano affatto, essendosi affidati alle illusorie forze degli Stati-nazione? Possono dire, con Cocteau: «Visto che questi misteri ci oltrepassano, fingiamo di esserne gli organizzatori». È quello che fa il presidente del Consiglio in Italia: prima negando la crisi, poi accusando i media d’ingigantirla evocando tragedie, sempre usando i valori come diversivi. I valori sono già oggi e diverranno sempre più lo strumento per governare con magniloquenza e distrarre l’attenzione da sfide vere, mal comprese e mal spiegate. Prendono il posto del mistero che ci oltrepassa, s’impongono con rigide gerarchie: ci sono valori superiori, e poi più giù valori inferiori o perfino disvalori. Al disastro dell’impotenza, a una politica incapace di reinventare linee divisorie, si replica con ferree graduatorie: ogni schieramento pretende d’esser custode dei valori supremi, relegando l’avversario nelle terre dei disvalori. Facendo garrire i valori, nessun mistero ci oltrepassa: invece della crisi, si parla d’altro.

Non sono in questione solo la morte e la vita, come nel caso Englaro. I valori in blocco, cioè l’insieme di virtù e beni, vengono tramutati in espediente, in trucco che distrae. La giustizia, la libertà, l’eguaglianza, la vita, la pace, l’autonomia, il benessere dei più, la moderazione del dialogo politico non sono in sé squalificati: restano beni essenziali, per la costituzione e il cittadino. Ma nello stesso momento in cui sono adoperati a fini di potere si snaturano, trasformandosi in mezzi. Il potere, innalzato a fine, non li serve ma se ne serve per affermarsi e negare l’avversario.

I valori come assillo che finisce col distruggere quel che si vuol restaurare non sono una novità. Apparvero nell’800, in risposta a un nichilismo ritenuto letale per i valori supremi e addirittura per Dio. Oggi tornano in auge, come strumento di lotta all’avversario, deturpando parole e abolendo antiche distinzioni. Secondo Kant ad esempio, sono le cose ad avere un valore (le si fanno valere sulla base d’un prezzo, sono scambiabili) mentre le persone, se considerate fini e non mezzi, hanno una dignità che non si paga ma si rispetta. Basti pensare al termine valore-rifugio: in economia funziona, nell’etica no. Anche la Chiesa si presta a un’operazione che assolutizzando i valori li incattivisce, e non è un caso che il Concilio Vaticano II – con il suo desiderio di vedere la realtà da più punti di vista – sia considerato da tanti un impedimento. Ci sono parole di Giovanni XXIII difficilmente immaginabili oggi: «Qualcuno dice che il Papa è troppo ottimista, che non vede che il bene, che prende tutte le cose da quella parte lì, del bene: ma già, io non so distaccarmi naturalmente, a mio modo, dal nostro Signore, il quale pure non ha fatto che diffondere intorno a sé il bene, la letizia, la pace, l’incoraggiamento». L’arroganza dei valori è da anni prerogativa della destra, ma non sempre fu così. Anche quando si chiamavano virtù, c’era chi non dissociava valori e violenza. Nella Rivoluzione francese Robespierre diceva: «Il terrore è funesto, senza virtù. La virtù è impotente, senza terrore».

I valori degradati a mezzi cambiano il linguaggio, e ci cambiano sfociando nella svalutazione – o trasvalutazione – dei valori. Fin quando sono fini, essi devono costantemente confrontarsi con valori non meno possenti, se vogliono generare regole condivise da chi – pur discordando – deve pur sempre convivere. Se vogliono evitare l’antinomia, che è lo scontro fra norme egualmente primarie ma diverse. Per proteggere il fine, devono scendere a patti. Le costituzioni sono lo sforzo tenace, acribico, di conciliare leggi morali in conflitto tra loro ma egualmente preziose, da preservare una per una (per esempio l’eguaglianza e la libertà, il diritto alla vita e il diritto a dominare la propria morte). Quando invece i valori sono espedienti, possono divenire prevaricatori, visto che il fine è il potere di chi li maneggia: qui è la loro possibile tirannia. Se i valori sono un fine, i mezzi vanno adattati alla loro molteplicità. Se cessano di esserlo, lo scontro si fa feroce e il valore vincente assurge a valore non solo supremo ma unico. Forse per questo esistono pensatori e filosofi non minori che diffidano della parola valore, preferendo parlare di principi, beni o norme.

La crisi economica che traversiamo è tragica, checché ne dica il presidente del Consiglio, proprio perché il politico per padroneggiarla converte i fini in mezzi e viceversa. Perché svaluta valori o li assolutizza, capricciosamente servendosene. La crisi attualizza più che mai quel che Marx scriveva nel Manifesto: «La borghesia non salva nessun altro legame fra le singole persone che non sia il nudo interesse, il “puro rendiconto”.(…) Tutto quel che è solido evapora, tutto ciò che è sacro è sconsacrato, e alla fine l’uomo è costretto a guardare con freddo spirito le sue reali condizioni di vita e le relazioni con i suoi simili».

Il valore unico, come il pensiero unico, taglia le ali a altri valori e non preservandoli crea squilibri. Prefigura alternativamente o guerre di tutti contro tutti, o estesi conformismi. Assolutizza perfino i modi del conversare democratico. La scorsa settimana ne abbiamo avuto un esempio. Venuto da fuori, straniero al comune sentire come i persiani delle Lettere di Montesquieu o il bambino di Andersen che scopre il re nudo, un allenatore di calcio (José Mourinho, dell’Inter) ha denunciato la «grandissima manipolazione dell’opinione pubblica», la «prostituzione intellettuale» di tanti giornali, il «pensare onesto» che in Italia fatica a guardare i fatti e s’abbarbica a idee preconfezionate. Ad ascoltarlo c’era da trasecolare: Mourinho sembrava parlasse non del calcio, ma dell’Italia tutta. Subito è stato zittito in nome dei sacrosanti «toni bassi»: quest’altro valore supremo, usato come mezzo per non affrontare il merito di una questione e azzittire avversari o magistrati. Toni bassi abbandonati senza pudore, ogni volta che fa comodo al capriccio dei potenti.

Mourinho, lo Sgarbi anti Juve

4 Mar 09

Dipende da quello che sei. Se sei un tifoso interista, da ieri stai lì, torace al vento, che esulti nei blog e nei bar, che saluti il tuo nuovo messia al motto di «siamo uomini o caporali», inneggiando al metallo puro di cui sarebbero fatti i suoi attributi. Diverso, molto diverso, se sei un tifoso di Juventus, Milan o Roma, soprattutto se sei il loro allenatore. Smaltito lo stupore e poi l’attacco di bile, inevitabile darsi al libero sfogo di fantasie confessabili, del tipo come deformare quel faccino simmetrico da stereotipo cinematografico, meglio ancora sarebbe bastonarlo sui denti, secondo il noto auspicio di un dirigente del Catania, qualche tempo fa pure lui trafitto dalla parola assassina dello Zorro di Setubal.

Se sei invece il direttore di un qualsiasi organo di comunicazione non puoi che fregarti le mani e dire: questo Mourinho, se non ci fosse bisognerebbe inventarlo. Ora, siccome l’hanno inventato, qualunque cosa tu sia, ci devi fare i conti. A partire da noi «prostituti» del bordello mediatico, attivando un pensiero che, fino a ieri, pensavamo immodestamente fosse il nostro ma, ora, sappiamo essere invece un disprezzabile scarto, manipolato o manipolatorio, forse entrambe le cose, non s’è ben capito (su questo il tranchant Mourinho è sembrato un po’ confuso).

Certo è che il suo show di ieri in conferenza stampa, con la scusa della coppa Italia, sette minuti sette, gettonatissimi in decine di siti on line, ha ufficialmente aperto anche nel calcio l’era dello sgarbismo, ovvero la malattia infantile del superomismo. E cioè della telecamera puntata come formidabile attivatore di un ego già espanso di suo, per motivi che lasciamo alla competenza della psicoanalisi. Un concentrato del migliore o peggiore repertorio di Mourinho, a seconda delle strisce e dei colori che porti addosso: faccine imbronciate, fissità paranoidi, sguardi messianici, passaggi profetici, torbidi sospetti, impennate demagogiche. Il seduttore dall’occhio di tenebra ha praticamente stabilito con l’anticipo tipico dei veggenti che Roma e Milan devono già fare l’inventario del loro fallimento e che la Juventus, di fatto, è ancora lì nel marcio, che va avanti a colpi di favori arbitrali. Una prodezza, la sua, a poche ore da una partita in cui la squadra che allena è stata prima dominata e poi salvata da un’invenzione arbitrale. Il capolavoro: inventarsi paladino dei deboli, offrendo, non richiesta, la sua solidarietà ai vari Zenga, Prandelli, Marino, Novellino.

Tecnicamente, lo si potrebbe definire, lo sfogo di José, un eccesso di reazione. Comprensibile solo se prendi atto che Ranieri, Spalletti, Ancelotti e, prima di loro, Wenger, Benitez, Ferguson, il Beretta storpiato in Barnetta, la città di Palermo (è del 2005 lo striscione degli offesi tifosi rosanero «Mourinho, a tu madri mi tigno») e di Catania, sono solo pretesti intercambiabili di un’impresa titanica: accreditarsi presso il padreterno. È lì Mourinho, in ostinata esibizione, prima vittima del culto della personalità che lo riguarda, aspettando che prima o poi un Morgan o una Ventura, di fattezze celesti sia chiaro, gli riconosca l’X Factor che ha in corpo.

La differenza con l’originale è evidente. Vittorio Sgarbi ama il confronto, lo cerca, vuole il ring, l’ammucchiata, il corpo a corpo, al confine tra l’istinto sanguinario e il gioco intellettuale. Josè è un cavaliere solitario che predica nel deserto e rifiuta il confronto. Prima o poi ci mostrerà le stimmate. Un uomo che esiste solo in funzione dei nemici che accumula, numeri che certificano la sua grandezza.

Talmente pieno di sé che in qualunque momento potrebbe spiccare il volo come una mongolfiera. Da credere a tutto quello che dice, anche quando quello che dice è una palese alterazione della realtà. Ha dato ieri dei «faccionisti» televisivi a Ranieri e Spalletti, due che la telecamera magari non la disdegnano ma certo la subiscono. Parola di uno cui bisogna ogni volta strappare il microfono di bocca, per quanto il microfono è una protesi di quella bocca. Nella foga di fare a pezzi il mondo avverso, Mourinho non si è reso conto di quanto apparire piaccia assai anche al suo amato presidente Moratti, altro timido sedotto e abbandonato dalla telecamera.
Ha bacchettato manipolatori e manipolati, lui, apprendista stregone della parola come azione manipolatoria. Memorabile, alla vigilia della partita con la Juve, l’uso dell’alibi precostituito, detto volgarmente mettere le mani avanti: «Se vincerà la Juventus sarà normale», disse. La Juventus vinse. «Normale», esultarono i tifosi dell’Inter, già all’epoca sotto incantamento.

Quando appenderà la panchina al chiodo, José Mourinho potrà scrivere il suo diario del seduttore. Un catalogo sterminato, tra Portogallo, Inghilterra, Italia e, chissà, domani Spagna. «Non sono un pirla», aggiornato poi nel «non sono un merlo», la studiatissima frase scenica che ha decretato il suo folgorante trionfo mediatico. Salvo poi ritrovarsi condannato ogni giorno a dimostrare al mondo che non è un pirla.

Manipolatori gli altri? Impressionante come Mourinho non si renda conto di raccontare se stesso, quando è convinto di raccontare gli altri. Ogni sua uscita pubblica è fin troppo meditata. Titoli, svenimenti, stupori, ogni volta che apre bocca. Quando ha tirato fuori dal cilindro la parola «empatia» (non si era mai sentita nel mondo del calcio) sono venute giù le tribune. «Non sono il migliore, ma nessuno è migliore di me», la sua perla. Non vuol dire nulla, ma la gente sta ancora lì a strizzarsi il cervello, non capisce ma gli è comunque riconoscente.

Certo, possiamo ora dire di saperlo il vero movente che ha spinto questo non comune personaggio a una così rapida e forbita acquisizione della nostra lingua. Rispetto di una nazione? No, smania di acquisire in fretta lo strumento per dimostrare a una nazione intera quanto fosse fortunata nell’ospitare, senza meritarlo, un simile genio (sia chiaro in modo effimero, come ribadisce ogni volta). Labile nel calcio come nella vita, non sa Mourinho, è il confine tra il genio e la macchietta, come tra l’uomo e il caporale. Quasi sempre convivono nella stessa panchina.

Un assegno che non piace ai politici

4 Mar 09

Può piacere o non piacere Dario Franceschini, il nuovo segretario del Partito democratico. Si possono nutrire seri dubbi sulla sua preparazione economica, visto il modo in cui si fece strapazzare da Tremonti in tv qualche mese fa a proposito di Pil, deficit e dintorni. Per non parlare del semplicismo della sua ultima proposta: fare un decreto legge per dare un assegno a tutti i disoccupati e finanziarlo con i proventi della lotta all’evasione fiscale. Però è difficile negare che da quando c’è lui – ossia da poco più di una settimana – la musica nel Pd sembra cambiata. Il nuovo segretario appare meno indeciso, meno condizionato dalla nomenklatura di partito (forse anche perché non ambisce a essere confermato a ottobre), meno oscillante fra dialogo e non dialogo, meno romanocentrico, ma soprattutto sembra avere interrotto o perlomeno attenuato la sindrome da incertezza che affliggeva il Pd su quasi tutto.

Su testamento biologico, collocazione nel Parlamento europeo, rapporto con i sindacati, referendum elettorale e così via. In più, come ha capito subito l’esperto Berlusconi, Franceschini sa stare in tv.

Fra tutte le mosse del neo-segretario, quella dell’assegno per tutti i disoccupati (non solo per le fasce protette) è decisamente la più importante, perché interessa la gente, mette in difficoltà il governo, e costringe un po’ tutti a prendere posizione. Vediamole dunque queste posizioni.

Posizione A: si può fare, ma per adesso si deve fare in deficit, recuperando i soldi nei prossimi anni, ad esempio con i proventi della lotta all’evasione fiscale. Per quel che capisco, è la posizione prevalente nel Pd e nei sindacati (e anche quella di Franceschini).

Posizione B: si può fare, ma non in deficit, i soldi si possono trovare riformando le pensioni (ad esempio abrogando la contro-riforma di Prodi). È la posizione dell’Udc, della Confindustria, di Enrico Letta e dell’ala liberal-riformista del Pd.

Posizione C: non ci sono né i tempi né i soldi, non si può fare. È la posizione di molti esponenti del governo, compreso Berlusconi.

Ciascuna di queste posizioni ha dalla sua diverse buone ragioni. È vero, ad esempio, quel che dice il ministro Sacconi, e cioè che una riforma degli ammortizzatori sociali organica richiederebbe troppo tempo, mentre il problema di sostenere il reddito di chi perde il lavoro va affrontato subito, quindi inevitabilmente con gli strumenti che già ci sono. Così come è vero che qualsiasi riforma degli istituti attuali – assegno di disoccupazione, cassa integrazione ordinaria e straordinaria, mobilità breve e lunga, ecc. – dovrebbe eliminare una miriade di abusi (da parte delle parti sociali) e inadempienze (da parte della pubblica amministrazione): lavoratori in cassa integrazione che lavorano in nero, proroghe concesse per pressioni politiche, borsa del lavoro incapace di far incontrare domanda e offerta. È altrettanto vero che lo stato dei nostri conti pubblici rende estremamente rischioso un finanziamento in deficit e suggerisce piuttosto di puntare su un riequilibrio del sistema pensionistico, che sarebbe ben accolto dai mercati e potrebbe rendere meno vulnerabili i nostri conti pubblici (grazie a una riduzione del differenziale fra titoli di stato italiani e bund tedeschi). È verissimo, infine, che in un momento di crisi è dura chiedere ulteriori sacrifici ai lavoratori.

In tutta questa discussione, però, resta in ombra – almeno nel dibattito politico – un punto a mio parere assolutamente centrale, e cioè che in gioco non ci sono solo una decina di miliardi di euro (le valutazioni del costo della riforma oscillano fra i 5 e i 15 miliardi di euro) ma anche un principio di enorme portata psicologica: l’automatismo o la discrezionalità del sostegno. Attualmente buona parte dei cosiddetti ammortizzatori si attivano e si prorogano in base a scelte discrezionali della politica, come risultanti di complessi negoziati fra sindacati, Confindustria, governo, amministrazioni locali. Inevitabilmente tali scelte premiano gli attori e i territori forti a discapito di tutti gli altri. Proprio per questo il sistema attuale non dispiace alla politica, intesa in senso lato, e penalizza enormemente gli attori deboli: giovani precari, artigiani, piccole imprese e loro dipendenti. Il sistema alternativo, ossia quello dell’assegno unico e automatico per tutti coloro che hanno perso un precedente lavoro, ha invece il grande vantaggio di codificare un diritto individuale che non andrebbe negoziato con nessuno, e quindi toglierebbe molto potere alle istituzioni e alle lobby che – aprendo e chiudendo infiniti tavoli di trattativa – amministrano l’esistenza dei lavoratori, per lo più tutelando i forti e dimenticando i deboli. Ma c’è un altro preziosissimo vantaggio del sistema dell’assegno unico e automatico: rendendo universale e certo il godimento del beneficio in caso di necessità, l’assegno unico contribuirebbe a ridurre l’incertezza delle famiglie, ossia una delle cause che oggi deprimono la fiducia e per suo tramite i consumi.

Che fare, dunque? Una modesta proposta potrebbe essere questa. Governo e opposizione si diano un termine certo, per esempio il 30 settembre di quest’anno, per approvare in Parlamento un disegno di legge condiviso per il riordino e l’unificazione degli attuali ammortizzatori sociali (molti progetti esistono già, si tratta solo di integrarli e soprattutto di scrivere le norme attuative, fondamentali se non si vuole che l’entrata in funzione vada alle calende greche). Quanto al finanziamento del nuovo istituto, la base minima potrebbe essere costituita dalla somma dei costi degli istituti pre-esistenti, pari a parecchi miliardi di euro. Il resto sia tratto dalla riforma della previdenza, in una misura che potrà aumentare man mano che ci decideremo a ritoccare il nostro sistema previdenziale, rendendolo più sostenibile. Se una certa riforma fa risparmiare la cifra X, mettiamo quella cifra nel «salvadanaio» del nuovo assegno di disoccupazione. Gli iperprotetti pagheranno qualcosina, ma in compenso giovani e fasce deboli avranno finalmente un minimo di tutela.

Naturalmente non se ne farà nulla, perché politici, amministratori locali, sindacati vari preferiranno continuare a sedersi intorno a un tavolo per negoziare tutto. Ma è bello qualche volta immaginare di vivere in un mondo diverso da quello reale. Un mondo in cui la politica, che proprio grazie alla crisi vede continuamente crescere il proprio potere, sia capace anche – per una volta – a fare un piccolo passo indietro. Per il bene dei più indifesi, e forse persino per il bene della politica stessa.

Il mercato ci fa uguali

5 Mar 09

A leggere certi commenti, come ad ascoltare talune dichiarazioni, sembra quasi di respirare un’aria di mesta rivincita nei confronti del mercato, accusato di essere un meccanismo che, quando va bene, alimenta l’ineguaglianza e le vanità, e quando va male accentua la prima e mostra il carattere fatuo delle seconde. Si insinua il dubbio che il mercato non sia il luogo in cui si manifesta la «distruzione creatrice» del capitalismo ma, al contrario, abbia in sé una tendenza dissipatrice, che deve essere permanentemente regolata dall’esterno.

Normalmente la difesa della «virtù» del mercato avviene associandolo alla sua funzione di scudo, insieme con la proprietà privata, della liberta politica e, in termini di efficienza, ricordando che, in ambito economico, vale per il mercato e il capitalismo quel che è stato osservato per la democrazia in ambito politico: è la peggior forma di organizzazione economica a parte tutte le altre. Nessun socialismo (e neppure nessun colbertismo) riuscirà mai a eguagliare l’efficienza del mercato.

Per la semplice ragione che esso si basa sulla semplice constatazione che non esiste alcun giudice illuminato migliore del singolo individuo nel determinare quale sia la propria scala di priorità nella soddisfazione dei suoi bisogni. Ma difendere il mercato in nome della libertà è operazione fin troppo facile. Ciò su cui si riflette meno è invece il ruolo che il mercato gioca per consentire che l’eguaglianza sia qualcosa di più che un semplice enunciato astratto.

Potrà apparire paradossale che il mercato, che si fonda sulla disuguaglianza per fornire incentivi all’azione economica e che produce disuguaglianza in forza della diseguale qualità del contributo di ognuno, possa essere «difeso» in nome dell’eguaglianza. Ma il paradosso è solo apparente. L’eguaglianza è un principio politico fondamentale, a cui solo i totalitarismi di destra e il conservatorismo preilluminista e antimoderno si sono opposti apertamente. All’azione politica, e non a quella economica, spetta primariamente di riallineare le posizioni tra i membri della comunità e, in un’ottica liberale, di garantire ai cittadini non solo un trattamento eguale a prescindere dalle condizioni di ricchezza o dalle abilità e competenze possedute, ma persino condizioni eque di partenza anche nella competizione economica.

L’eguaglianza è un concetto antico, tipico delle democrazie, ma non è loro esclusivo appannaggio. I sistemi aristocratici, tipicamente, prevedevano l’eguaglianza tra «i migliori». E le stesse democrazie dell’antichità sono delle «aristocrazie allargate», egualitarie al punto che le cariche politiche potevano essere estratte a sorte, perché persino la virtù era supposta essere identica tra i pochi che potevano vantare il titolo di cittadino.

A questa eguaglianza dai tratti «esclusivi», le moderne democrazie hanno contrapposto un’eguaglianza effettivamente «inclusiva». Questo passaggio, indubbiamente positivo, ha finito però col fare sì che, nella vita quotidiana di gran parte dei cittadini delle democrazie liberali, il valore dell’eguaglianza fosse assai poco sperimentabile, limitato al diritto di voto e all’eguaglianza di fronte alla legge. Ciò che ha cambiato radicalmente le cose, facendo dell’eguaglianza un dato diffuso nella vita quotidiana di centinaia di milioni di individui delle classi non privilegiate, è stato in realtà il mercato di massa. È il successo del mercato di massa che ha reso le classi popolari sempre meno distinguibili da quelle «agiate», a partire dai consumi, innanzitutto, elevando in maniera inimmaginabile il loro tenore di vita, schiudendogli la praticabilità di desideri prima preclusi: e questo resta vero nonostante il fatto che negli ultimi decenni la ricchezza abbia conosciuto una nuova polarizzazione.

Così, chi oggi invita al pauperismo, alla sostituzione dei consumi e a una sobrietà non certo intesa come eleganza e ragionevole distacco dal superfluo, o chi si erge a triste profeta della «decrescita» come soluzione alla crisi economica, o favoleggia di arcadie economiche perlomeno improbabili, in un pianeta sovraffollato di viventi, dovrebbe ripensare a com’era l’Italia di inizio Novecento, guardare le foto dell’Archivio Alinari, ricordarsi dei tempi grami in cui «il popolo» si riconosceva persino dall’odore. E soprattutto, dovrebbe ricordare che se domani saremo più poveri saremo anche meno eguali: perché, come la storia insegna, l’eguaglianza non alligna nella miseria.

Le ronde sbagliate

7 Mar 09

Una vecchia canzone, che molti anni fa ho sentito cantare da Milly — credo in uno dei suoi ultimi récital — dice del malinconico giro notturno di una ronda militare guidata da un caporale. La ronda sfiora le insidie della notte, senza riuscire a sventarle; anche quando s’imbatte in una coppia clandestina teneramente abbracciata, il caporale, che ha riconosciuto nella donna sua moglie, non può intervenire e deve proseguire, perché si è accorto che l’uomo è il suo generale.

Benché inconcludente, quella ronda è almeno composta di soldati e il suo passo cadenzato comunque rassicura almeno un po’, in quella dimessa notte, nell’eventualità di pericoli più gravi. Certo, non solo di notte ci si può sentire insicuri, come dicono le cronache recenti. Pure certe facce possono, da sole, incutere un po’ di paura, a vedersele davanti e troppo vicine.

Una di queste facce deve essere per esempio quella del giovanotto aspirante rondista che si vantava di avere in tasca un’arma impropria, con l’evidente voglia di usarla, menzionato dall’onorevole Tabacci, in un magnifico intervento di alcuni giorni fa durante una trasmissione televisiva (Ballarò), in cui diceva che non avrebbe proprio voluto trovarselo di fronte. Un liberale dovrebbe sapere che una società civile si fonda sul presupposto che solo lo Stato abbia il monopolio della forza e il compito di esercitarla; talora — se occorre, dinanzi a criminali agguerriti e pericolosi — con tutta la durezza necessaria. Sono i soldati a difendere la Patria con le armi; il termine «forze dell’ordine » designa polizia e carabinieri (i quali sono pure militari) e non altri. Quell’aspirante rondista con l’arma impropria in tasca è un nemico della società e dei cittadini e deve essere messo — dalle forze dell’ordine, non dalla Società Ginnastica o da quella Filatelica — in condizione di non nuocere. Si parla dell’urgenza di tutelare la sicurezza dei cittadini affiancando in quest’opera alle forze dell’ordine ronde costituite da volonterosi volontari.

Ma perché non si parla di tutte le forme di violenza che ci minacciano? Ci sono gli stupri, che vanno ovviamente impediti e repressi con la massima severità, siano essi compiuti da romeni su italiani o da italiani su romeni, come è pure avvenuto anche se se n’è parlato un po’ meno, da poveri immigrati o da bellimbusti di più fortunati natali, come pure avviene. È evidente che nessun lacrimevole buonismo e nessuna sconcia solidarietà di classe possono intralciare l’azione penale, sia il reato commesso da un immigrato clandestino o da un rispettabile professionista, simile a quei delinquenti dalle buone maniere e dal prestigio sociale che il genio di Buñuel ha immortalato ne Il fascino discreto della borghesia. Non tutti i poveracci che dormono sotto i ponti («gli oppressi ragionano male», diceva Marx), e non tutti i soci di un elegante club hanno cuore e sono brave persone.

Tuttavia i bravi cittadini non sono minacciati solo da stupratori, ladri o rapinatori. La mafia, la camorra o la ‘ndrangheta delinquono ben di più; assassinano, uccidono bambini che spariscono nel calcestruzzo, taglieggiano migliaia di onesti commercianti, incendiando i loro negozi se non pagano il pizzo. Il fenomeno è così diffuso da rendere difficile alle forze dell’ordine, sovraccariche di lavoro, fronteggiarlo. Perché chi propone le ronde non le destina a proteggere quei commercianti dalla criminalità organizzata, vigilando sui loro esercizi taglieggiati, pronti a segnalare l’arrivo degli scagnozzi della camorra o della mafia? E perché, se si vogliono le ronde, non adibirle a un altro servizio, pur esso provvido e urgente: la protezione dei pacifici cittadini dalle bestiali violenze dei bestiali cosiddetti ultrà del calcio, che aggrediscono persone causando loro gravi o gravissime lesioni, devastano e distruggono (l’ho visto con i miei occhi) esercizi e locali per puro sfogo osceno di violenza, causando gravissimi danni a individui e famiglie che vedono distrutto il risultato di anni di lavoro e di risparmio e si vedono economicamente danneggiati in misura assai pesante. Anche in questo caso, ovviamente, l’esercizio della repressione e la tutela della sicurezza spettano allo Stato. Sicurezza di tutti, senza pregiudizi a priori nei confronti di nessuno e senza troppe titubanze. Sarebbe increscioso se le forze dell’ordine, già così oberate, dovessero pure intervenire per difendere i pacifici cittadini da ronde esaltate o, ancor peggio, per difendere inesperte ronde da esperti malviventi.

Walter ultimo fallimento

22 Feb 09

Barbara Spinelli

Vale la pena osservare il naufragio dell’opposizione italiana con l’aiuto d’un terzo occhio, più ingenuo forse ma più vero: l’occhio che ci guarda da fuori. Perché il nostro sguardo s’è come consumato col tempo, se ne sta appeso alla noia, è al tempo stesso astioso e non severo, collerico e passivo. Non credendo possibile cambiare la cultura italiana dell’illegalità, siamo da essa cambiati. Se qualcuno riscrivesse le Lettere Persiane di Montesquieu, racconterebbe il nostro presente come i due principi Usbek e Rica videro, nel 1700, la Francia di Luigi XIV: con stupore, senso del ridicolo, e realismo. È quello che i giornali stranieri hanno fatto negli ultimi giorni: dal New York Times alla Süddeutsche Zeitung, da Le Monde al Guardian o El País. Tutti si son domandati, candidamente, come mai tanto clamore sul caos nel Pd e quasi nulla sull’evento per loro sostanziale: la condanna di Mills. Come mai Veltroni addirittura si scusava, mentre il capo del governo protetto da una legge che lo immunizza avallava il più singolare dei paradossi (il corrotto c’è, ma non il corruttore).

Chi fuori Italia si interroga ha poco a vedere con la sinistra salottiera o giustizialista criticata da Veltroni. Naturalmente c’è caos, nel partito nato dalle primarie del 2007. Ma soprattutto c’è incapacità di fare opposizione, di dire quel che si pensa su laicità, testamento biologico, sicurezza, immigrazione, giustizia, per non urtare gli apparati che compongono il nuovo-non nuovo ancor ieri esaltato all’assemblea che ha eletto Franceschini segretario provvisorio. Il partito democratico non è nato mai, e oggi è chiaro che alle primarie 3 milioni di italiani hanno eletto il leader di un partito senza statuto, senza iscritti, in nome del quale si è distrutto il governo Prodi per poi lasciare l’elettore solo. Arturo Parisi lo spiega bene a Fabio Martini: «Quando un partito si costituisce come somma di apparati, assumendo come premessa la continuità di una storia e di un gruppo dirigente, ogni scelta rischia di essere o apparire come l’imposizione di una componente sull’altra e quindi di mettere a rischio la sopravvivenza del partito». Solo un «partito nuovo, fatto di persone che decidono ex novo, democraticamente» può riuscire (La Stampa, 18-2). Solo un’analisi spietata di errori passati: i siluramenti di Prodi, la fretta di presentarsi da soli, le intese con Berlusconi quando questi parve finito nell’autunno 2007.

Veltroni ha giustamente difeso, mercoledì, il «tempo lungo, quello in cui si misura il progetto (…) che deve convincere milioni di esseri umani». Ma lui per primo ha tolto tempo al tempo, ha avuto fretta d’arrivare, di esserci. Non è un errore di anziani ma di cacicchi, che della politica hanno una visione patrimoniale. L’Ulivo cancella i cacicchi: è stato quindi seppellito. I cacicchi vogliono il potere, senza dire per quale politica: lo vogliono dunque nichilisticamente, al pari delle destre. Come scrive Gustavo Zagrebelsky: lo vogliono «come fine, puro potere per il potere» (la Repubblica 9-2). Per questo il Pd non ha un leader, che rappresenti l’opposizione nella società e sia sovrano sulle tribù. Anche qui Parisi ha ragione: non di facce nuove e giovani c’è bisogno (ci sono giovani vecchissimi), perché «in politica le generazioni che contano sono le generazioni politiche». Si capisce bene lo scoramento di Veltroni: le correnti del Pd e Di Pietro lo hanno logorato. Ma non l’avrebbero logorato se il suo sguardo si fosse interamente fissato sul fine, che non era il potere partitico ma la risposta a Berlusconi. Se Di Pietro non fosse stato bollato, ogni volta che parlava, di giustizialismo.

Naufragi analoghi si son già visti in Europa, conviene ricordarli. Il socialismo francese, prima di Mitterrand, era assai simile. La Sfio (Sezione francese dell’internazionale operaia) fu per decenni un’accozzaglia di partitelli incapaci d’opporsi a De Gaulle. Oscillavano fra il centro e il marxismo, un giorno erano colonialisti l’altro no, volevano e non volevano ampie coalizioni. Erano perpetuamente in attesa, assorti nel rinvio della scelta: proprio come ieri all’assemblea Pd, che ha rinviato primarie e nomina d’un vero leader («Perché Bersani non si candida segretario oggi, e invece rinvia?», ha chiesto Gad Lerner). Sempre c’era un segretario a termine, guatato da falsi amici. La parabola fu tragica: nel ’45 avevano il 24 per cento dei voti, nel ’69 quando Defferre sindaco di Marsiglia si candidò alle presidenziali precipitarono al 5.

È a quel punto che apparve Mitterrand: non mettendosi alla testa d’un partito ormai cadavere, ma creando una vasta Federazione a partire dalla quale s’impossessò della Sfio e di tutti i frammenti e club. Anche la Sfio era un accumulo di clan in lotta. Mitterrand guardò alto e oltre: l’avversario non era questo o quel clan, ma De Gaulle e poi Pompidou. In una decina d’anni costruì un Partito socialista, lo rese più forte del Pc, portò l’insieme della sinistra al potere.

Prodi ha fatto una cosa simile, battendo Berlusconi due volte. Anch’egli edificò inizialmente una federazione (Ulivo, Unione): è stata l’unica strategia di sinistra che ha vinto. Mentre non è risultata vincente né coraggiosa l’iniziativa veltroniana di correre da solo, liberandosi dell’Unione. A volte accade che si frantumi un’unione per riprodurne una ancor più frantumata. Veltroni osserva correttamente che «Berlusconi ha vinto una battaglia di “egemonia” nella società. L’ha vinta perché ha avuto gli strumenti e la possibilità di cambiare dal mio punto di vista di stravolgere il sistema dei valori e persino le tradizioni migliori» in Italia. Ma che vuol dire «avere strumenti»? Berlusconi ha le tv ma Soru ha ragione quando dice che su Internet la sinistra «ha già vinto, anzi stravinto». Quel che occorre è «lavorare in profondità sulla cultura degli ignoranti, sulle coscienze dei qualunquisti e battere l’incultura del nichilismo aprendo dappertutto sezioni di partito e perfino case del popolo». Berlusconi da tempo inventa realtà televisive, ma è anche sul territorio che lavora.

Per questo è così importante il terzo sguardo. Perché da fuori si vedono cose su cui il nostro occhio ormai scivola: l’illegalità, il fastidio di Berlusconi per ogni potere che freni il suo potere, il diritto offeso degli immigrati, la fine del monopolio statale sulla sicurezza con l’introduzione delle ronde. Perché fuori casa fanno impressione più che da noi certi tristi scherzetti: sui campi di concentramento, su Obama, sulle belle ragazze stuprate, sulla gravidanza di Eluana, su Englaro che «per comodità» si disfa della figlia, sui voli della morte in Argentina: voli concepiti dall’ammiraglio argentino Massera, membro con Berlusconi della P2 di Gelli.

Veltroni ha lasciato senza rappresentanza molti italiani d’opposizione, e il suo monito non è generoso («Non venga mai in nessun momento la tentazione di pensare che esista uno ieri migliore dell’oggi»). Per chi si sente abbandonato c’è stato uno ieri migliore, e la sensazione è che da lì urga ripartire: dalle cadute di Prodi, inspiegate.

Come nell’Angelo Sterminatore di Buñuel, è l’errore inaugurale che va rammemorato. In un aristocratico salotto messicano, a Via della Provvidenza, un gruppo di smagati signori non è più capace, d’un tratto, d’uscire dal palazzo. È paralizzato dal sortilegio della non volontà, o meglio della non-volizione. Sfugge alla prigione volontaria quando ripensa al modo in cui, giorni prima, si dispose nel salotto. È vero, appena scampato s’accorge che liberazione non è libertà: anche il vasto mondo è una gabbia, tutti come pecore affluiscono in una Cattedrale oscura. Ma almeno i naufraghi hanno sentito una brezza, e in quella Cattedrale potrebbero anche non entrare, e fuori dal Palazzo il mondo è un poco più vasto.

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