Archivio per Novembre 2008

Il senso del denaro

28 Nov 08

Lucia Annunziata

Un po’ di conti: se una famiglia guadagna 500 euro al mese, un dono mensile di 40 euro costituisce quasi il 10% di aumento del suo reddito.

Sputateci sopra! Molto fastidiosa, perché molto snob, la discussione sollevata dall’introduzione della Social card. Si è sentito di tutto: «Umiliante elemosina», «tessera annonaria», «beffa». «Misura irrisoria e paternalista». Definizioni eccessive, e perfetto esempio di come la polemica a tutti i costi spesso non fa bene all’opposizione e non lede il governo.

Provo a partire dalle critiche fin qui mosse al pacchetto anticrisi che il governo dovrebbe approvare: si dice che 80 miliardi sono pochi per un vero intervento, sono ancora tutti sulla carta e in più i soldi realmente disponibili sono in parte già impegnati, come quelli per il Sud (i fondi Fas). Più sostanzialmente il pacchetto è criticato tuttavia per il suo approccio: esaminate da vicino, le sue misure sono più di difesa contro il peggio che un vero stimolo economico. La mancanza di un intervento diretto sulle tredicesime, per far sì che davvero i consumi vengano rilanciati nel critico periodo di Natale, è un buon esempio simbolico di tutti questi limiti.

Sono critiche condivisibili, che per altro sembrano avere un’eco nello stesso governo, se è vero quel che si legge delle tensioni dentro l’esecutivo intorno a un intervento prima di Natale, e se si leggono bene le dichiarazioni del premier sulla necessità di avere più risorse a disposizione, grazie anche alla leggera flessibilità sui parametri arrivata dall’Europa. Ma – ecco la vera domanda – perché respingere (ridicolizzare) le misure che contiene di una qualche efficacia? Ad esempio: lo spostamento del pagamento dell’Iva al momento in cui si incassa non è certo un forte intervento di detassazione, ma non è anche un piccolo sollievo? Ancora: se gli ammortizzatori sociali vengono estesi anche a lavoratori precari e irregolari, si può dire giustamente che questi fondi non sono sufficienti per tutti coloro che si troveranno in difficoltà, ma bisogna per questo respingere quelli che arriveranno a pochi?

Lo stesso vale per la Social card. Non mi è chiaro che cosa ci sia esattamente da criticare. È dedicata specificamente «agli ultimi degli ultimi», a quel milione e mezzo di poveri irreversibili – vecchi, donne sole con bambini, famiglie prive d’ogni prospettiva – gli stessi la cui esistenza Prodi denunciò, facendone la base dei suoi interventi più immediati. La Card è per definizione un piccolissimo gesto di sostegno sociale e se anche fosse la piccola carità dei capitalisti compassionevoli, non sarebbe per questo da respingere. Su qualche giornale (centrodestra e centrosinistra) si sostiene che questi interventi deludono la classe media, ma i fondi dedicati a questa assistenza avrebbero avuto ben piccolo impatto su quel che serve per la classe media. Mentre per i veri poveri, per chi guadagna 500 euro al mese, anche 40 euro in più fanno una differenza.

L’impressione è che al centro della discussione sulla Social card ci sia un vuoto di consapevolezza su che cosa sia la povertà. Non la povertà «percepita» di una società che diventa progressivamente più immobile, né quella della classe media che deve ridefinire il suo stile di vita, e neanche quella di una classe operaia che deve drasticamente ridurre anche i consumi essenziali. Parliamo di poveri veri, che per metà vivono con quello che hanno, per l’altra metà vanno alle mense pubbliche; di coloro per cui a Natale andare a mangiare un pasto decente (e servito) alla Comunità di Sant’Egidio fa tutta la differenza del mondo. Questa la gente che a volte ruba una mela nei supermercati o che nei supermercati con dignità compra una mela e una scatola di pelati a prezzi scontati. E anche chi sta meglio di loro – e che non avrà la Social card – non vive con molto di più: la pensione di un operaio che ha lavorato quarant’anni è fra 700 e 800 euro, e uno stipendio nel nostro Paese è di 1200-1500 euro.

Questo è il senso del denaro che hanno i cittadini comuni. Per ognuno di loro 40 euro sono un mese di carica per il telefonino del figlio o una sera fuori a cena, o la spesa di una settimana. Per quelli davvero poveri 40 euro sono il consumo mensile di elettricità, la differenza fra riscaldarsi o meno. Inoltre, queste persone non hanno vergogna di avere nelle mani una carta che ne attesti la condizione di povertà: i veri poveri sanno di esserlo e conoscono già l’umiliazione di mettersi in fila alle mense, o di chiedere ai figli qualche lira in più. Una carta probabilmente porta loro almeno un senso di considerazione da parte degli altri. Sono poi stati così terribili i «food stamp» kennediani? Erano certo più dei 40 euro della nostra carta, e come questa sono stati discussi: i neri d’America ne sono stati umiliati ed esacerbati, ma ne sono anche stati aiutati in uno dei peggiori passaggi della loro storia.

Attenzione, dunque, a non parlare per chi non ha la nostra stessa condizione e la nostra stessa voce. Quelli che «con 40 euro si comprano tre caffè e le sigarette» probabilmente non si rendono conto dell’ammontare di privilegio che è contenuto in questa frase.

Il sentimento del Nord

29 Nov 08

Luca Ricolfi

E’ un bel po’ di anni che se ne parla, ma nell’ultima settimana – dopo l’intervista di Sergio Chiamparino a questo giornale – se ne discute di più. Di un partito del Nord distinto dalla Lega, relativamente libero nelle sue alleanze, si cominciò a ragionare più o meno quindici anni fa, quando la Lega di Bossi fece cadere il primo governo Berlusconi (1994), e per circa cinque anni rimase «in sospensione» fra sinistra e destra, fino al rientro nell’alveo del centro-destra (2000). Poi il tema scivolò fuori del dibattito, salvo riaffacciarsi timidamente nel 2007, dopo le sconfitte della sinistra nelle elezioni amministrative di primavera. Pochi mesi dopo, con la costituzione del Partito democratico (autunno 2007) il tema pareva di nuovo e definitivamente sepolto, perché tutti i leader del Nord, compresi quelli che ora vagheggiano un distacco dal Pd romano, preferirono accontentarsi della promessa veltroniana di una «forte struttura federale» piuttosto che lanciarsi nell’avventura di un partito veramente autonomo. Non ho mai capito perché, allora, Cacciari, Chiamparino, Penati e gli altri principali dirigenti del Nord si siano lasciati incantare da Veltroni: che la confluenza nel Pd fosse uno schiaffo alle aspirazioni del Nord era più che evidente a qualsiasi osservatore disincantato. Quindi, pur essendo fra quanti hanno ripetutamente caldeggiato la nascita di un Partito del Nord, capisco ancora meno l’improvvisa conversione di questi giorni. Chissà, forse è solo una questione di voti, che ieri ci si illudeva di agganciare con la nuova creatura veltroniana, e oggi si è compreso benissimo che non torneranno mai più all’ovile.

Al di là delle beghe interne al Partito democratico, tuttavia, la domanda resta: vale la pena dar vita a un partito del Nord distinto dalla Lega? Dipende. In termini di carriere politiche è sicuramente indispensabile: la sinistra aveva perso la maggioranza dell’elettorato del Nord già nel 1948, e dopo il 1994 non ha fatto che perdere ulteriore terreno. Chi vuole fare politica al Nord senza confluire né nella Lega né nel partito di Berlusconi è dunque costretto a pensare a un contenitore nuovo. Ma per noi elettori è veramente utile? O meglio ancora: c’è spazio, oggi, per una nuova formazione politica che abbia il suo baricentro nel Nord e non sia l’ennesimo partitino? Secondo me sì, anche se tale spazio – per ora – non è grandissimo (diciamo che è fra il 10% e il 20% dei voti validi). Lo spazio si è creato poco per volta, ma le vicende politiche degli ultimi anni lo hanno notevolmente allargato. Oggi è molto più chiaro di ieri che né la destra né la sinistra attuali sono in grado di entrare in sintonia con il sentimento centrale delle regioni settentrionali, uno stato d’animo che è ampiamente diffuso nel Nord ma, sia pure in diversa misura, è presente in tutte le aree del Paese e in tutti gli strati sociali. Ci sono molti modi di mettere a fuoco tale sentimento, ma quello più chiaro a me pare efficacemente racchiuso in un’espressione di Lucia Annunziata ai tempi del governo Prodi, quando ebbe a parlare di un «generale senso di ingiustizia» serpeggiante nel Paese. Tale sentimento è particolarmente diffuso nel Lombardo-Veneto perché, qualsiasi campo si consideri, la scuola, l’università, la sanità, l’assistenza, la burocrazia, quei territori sono al tempo stesso i più virtuosi del Paese e i meno rappresentati dalla politica (a dispetto dei lombardi presenti nel governo nazionale). Ma è diffuso anche altrove, ovunque ci si rende conto che il merito è calpestato, gli sprechi e i privilegi sono inestirpabili, gli umili soccombono ai prepotenti, gli onesti sono calpestati dai furbi. Il Paese non chiede semplicemente meno tasse e migliori servizi, ma più equità e più responsabilità individuale. Di fronte a questa domanda, che spira impetuosa dal Nord ma esiste ovunque, un cittadino si aspetta dagli altri quel che pretende da sé stesso, le forze politiche si mostrano incapaci di fornire risposte convincenti. Nessuna di esse ha interesse a ripulire le istituzioni dall’invadenza dei partiti, come mostrano le non-riforme in campi vitali quali la sanità, la Rai, ma soprattutto i servizi pubblici locali, che solo Linda Lanzillotta provò (invano) a sottrarre alla voracità dei politici locali. L’azione della destra è paralizzata dal peso degli interessi egoistici e clientelari del Mezzogiorno, che hanno già indotto la Lega stessa ad annacquare enormemente il suo modello di federalismo fiscale. La sinistra, anziché combattere questa deriva conservatrice della destra, la asseconda in nome di un malinteso principio di solidarietà, che la porta a tutelare i territori inefficienti e a ignorare la domanda di equità che proviene da quelli virtuosi. La sinistra, in altre parole, confonde l’equità con la solidarietà, e sembra non capire che il Nord non è nemico della solidarietà, ma della sua versione incondizionata: se le risorse sono scarse, non puoi donare senza condizioni, ma hai il dovere civile di pretendere che non vadano dissipate. Queste, a mio parere, sarebbero le sole ragioni per far nascere un partito del Nord. Un partito del Nord ha senso se riesce a essere, al tempo stesso, più aperto e più rigoroso della Lega. Più aperto con l’altro, a partire dagli immigrati e dai «non padani». Più rigoroso sui temi del merito e della giustizia territoriale, ossia più e non meno federalista della Lega. Ma il conservatorismo mentale della sinistra e dei suoi uomini è così grande, che dubito che una rivoluzione simile possa essere compiuta nel breve volgere di una stagione politica.

La paura del vento come nel medioevo

26 Nov 08

Mario Tozzi

Raffiche di un vento primordiale hanno spazzato la Penisola da Nord a Sud, uccidendo, provocando gravi danni e risvegliando in noi un timore profondo, quasi atavico. Veloce, freddo e incostante – che sembra scemare e poi riprende invece più impetuoso di prima -, il vento è uno dei pochi legami che abbiamo ancora con quel mondo primordiale in cui non c’era difesa dagli agenti naturali. Come per il terremoto e i vulcani, è meglio non trovarsi lungo la sua strada, ma – a differenza di questi – il vento non può essere fronteggiato solo costruendo meglio o allontanandosi dalle zone di pericolo, anche perché oggi la geografia dei fenomeni meteorologici a carattere violento cambia continuamente. E noi ne siamo in qualche modo corresponsabili, fosse solo per l’energia supplementare che abbiamo fornito all’atmosfera, diventata ormai un’arma caricata a cicloni e uragani. Non basta essere ricchi per difendersi dalle avversità del maltempo, come dimostra il caso di Katrina, e anche in Italia i venti costruiscono il rischio idrogeologico, insieme ai flash flood (le «bombe d’acqua») e alle frane: non è un caso che le aree di crisi nel Paese siano in aumento.

Un vento così forte non è comunque estraneo al territorio italiano. Un «turbine spaventoso», che spazza la catena appenninica da Ancona fino in Toscana, con alberi secolari sradicati, i tetti delle chiese sconnessi e scagliati in pezzi a centinaia di metri di distanza, le case rovinate e quel «rombo assordante», cupo, che precede la devastazione. È il 24 agosto 1456 e questa è la descrizione che Niccolò Machiavelli ci rende di uno spaventoso vento nell’Italia centrale di oltre cinque secoli fa, forse un tornado a vortici multipli con una direzione inconsueta e con dimensioni assolutamente fuori dal comune alle nostre latitudini. Più spesso, però, in Italia i tornado vengono chiamati semplicemente trombe d’aria: vortici sottili e sinuosi, eleganti e leggeri, così diversi da quelli originati dai «supertemporali» tipici del famigerato «corridoio» dell’Oklahoma, dove si registrano più fenomeni meteorologici violenti che in qualsiasi altra parte del mondo. Ma non mancano le raffiche fuori misura legate ai fronti di perturbazione, peraltro non inaspettati in novembre. Anche i venti italiani divellono alberi secolari e cartelloni stradali, inquietano gli animi e fanno pensare al soprannaturale.

Paragonati ai mille tornado che ogni anno investono gli Stati Uniti, quelli italiani sono davvero poca cosa: circa 25 ogni 12 mesi, numero probabilmente sottostimato ma comunque sempre molto piccolo. Eppure si tratta di un fenomeno significativo che investe soprattutto la Pianura Padana, le coste del versante tirrenico, l’Appennino centrale, la Puglia e la Sicilia. Ma anche quello tremendo dell’Oltrepò Pavese del 1957, di cui si racconta lo straordinario spostamento di un asino, ritrovato vivo a 80 metri dal luogo in cui era stato lasciato, ancora attaccato a un palo. E poi in Brianza, dove il fenomeno è ricorrente, visto che la tromba d’aria eccezionale del luglio 2001 – che spostò un grosso camion – ha investito proprio la stessa area già flagellata nel 1910. E Udine, nel 1930, con 23 vittime, e Catania, nel 1968, e poi ancora Venezia nel 1970. Forse però il più violento di cui si abbia una testimonianza storica precisa è quello del 1851 in Sicilia, che sembra aver ucciso più di 500 persone: una catastrofe inimmaginabile. Eppure la realtà è che oggi, con tutto il patrimonio tecnologico e con tutti i denari e i mezzi del terzo millennio, siamo indifesi di fronte ai venti violenti più o meno come lo eravamo nel Medioevo. Ma guai a dirlo: è un pensiero che va scacciato subito, almeno fino alla prossima volta.

Quelli del nulla

25 Nov 08

Giovanna Zucconi

Nel nulla dipinto di nulla della vita-videogioco, accade che quattro imbecilli diano fuoco a un uomo, per noia. «Volevamo solo divertirci», hanno detto. Dando fuoco! A un uomo! Fra tanta enfasi giornalistica in eccesso (su tutto, dal meteo alla Borsa), ripristiniamo per una volta utilmente l’esclamativo. Per restituire valore alle parole: cioè alle persone. E per compatire, anzi auto-compatire, altre parole: le nostre. Cioè le fiumane di commenti, analisi, disquisizioni, dissertazioni, che hanno tentato di trovare un significato a quel gesto.

Di dare un senso a ciò che un senso non aveva neppure per chi l’ha commesso. Dunque non c’è niente da spiegare. Non c’è niente da capire. Inutile scavarci dentro, nel nulla fatto di nulla. Per automatismo umanistico, voci anche egregie si sono invece volonterosamente sforzate di rintracciare ragioni plausibili di quella violenza. Magari orrende, ma sempre ragioni. Dovute magari al disagio. Al razzismo, che dilaga. Alla politica, ancorché ridotta alle pulsioni elementari della paura e dello sprezzo. Tutte forme, sia pure residuali e minimali e ormai calcinate, di visioni del mondo. Ombre di ideologie: analizzabili con il vecchio, nobile armamentario della psicologia, della sociologia, dell’antropologia. E invece no. Separati dalle opinioni, i fatti si rivelano per quello che sono: un nulla causato dal nulla. Che però causa, a sua volta, e senza neanche accorgersene, dolore e orrore.

Il 10 novembre a un uomo che dormiva su una panchina a Rimini, Andrea Severi di 44 anni, viene dato fuoco. Quattordici giorni dopo, ieri, la squadra mobile arresta quattro ventenni, incensurati, che confessano: «Volevamo solo divertirci». Un barista, un impiegato, un elettricista, uno studente. Di famiglie «modestissime ma normali», ha detto la polizia. Di buona famiglia, forse perfino di famiglia buona. Intanto però Andrea Severi è ancora ricoverato al centro grandi ustionati di Padova, con ustioni di secondo e terzo grado su metà del corpo. Non è morto, per poco.

Forse è tutta questione d’immaginazione. Il barista, l’impiegato, l’elettricista e lo studente ne hanno avuta a sufficienza per individuare la loro vittima: un clochard (per delle nullità, è un nulla). Nei mesi, radunati davanti a quella panchina, gli hanno lanciato dei sassi, dei petardi. Non bastava a mandare via la noia, e allora sono andati al distributore, hanno comprato benzina, ne hanno cosparso quel corpo, hanno dato fuoco. Sequenze di gesti. Chissà che ridere, vederlo saltare su mentre i vestiti bruciavano come in un film. Che emozione, dover scappare via di corsa, sentire le sirene avvicinarsi, e finire nel telegiornale, e credere di farla franca. Chissà che divertimento, immaginare la pelle che si scioglie e si carbonizza, bronchi e polmoni ostruiti, le infezioni batteriche che straziano, le aritmie cardiache, la perdita di liquidi, le palpebre bruciate, le mani contorte, i muscoli che schioccano, l’ipotermia, l’edema, le vescicole, le piaghe, le cicatrici che sfigurano, le operazioni chirurgiche, le fasciature, la riabilitazione, il dolore, quel «mai più come prima» che è ormai la vita. Chissà che divertimento, a immaginarlo.

Peccato che chi ha detto «volevamo solo divertirci» non abbia immaginato, azzardiamo, un bel niente. Il nulla non è in grado di immaginare nulla. Gesti senza causa, e senza neanche supporre che abbiano conseguenze. Non c’è neppure maledettismo, non c’è demone dostoevskiano, nichilismo zero. Tanto si è detto e scritto, negli anni, sulla violenza provocata dalle ideologie. Verissimo. Ma adesso le ideologie non ci sono più, e la violenza c’è ancora. Utile soltanto a riempire la serata in provincia di quattro sciagurati, e senza neanche pagare il biglietto o la consumazione. A consumarsi è stato quel corpo che neanche immaginavano umano. Forse le ideologie servivano almeno a riempire il cervello. Avendolo, s’intende.

Villari e l’elettore schiavo

25 Nov 08

Michele Ainis

Tutto sommato dovremmo essergli grati. Non tanto per aver resuscitato Kafka in Parlamento, come ha detto il presidente del Consiglio; benché in quei corridoi qualche lettura in più, diciamo così, non guasterebbe. Quanto perché la strenua resistenza del senatore Villari ci fa spalancare gli occhi su un buco nero della nostra vita pubblica. Lui magari avrà tutte le ragioni, deve pur esserci un limite all’arroganza dei partiti, che prima ti fanno papa e il giorno dopo vorrebbero degradarti a sagrestano. Ha dalla sua pure il vocabolario, che contempla la voce «mi dimetto», ma non anche quella «ti dimetto». La sua elezione a presidente della Vigilanza Rai è stata assolutamente regolare, nel pieno rispetto delle forme e delle procedure. Infine il regolamento della commissione, pur dopo le tre modifiche approvate dopo il 1975, non menziona le dimissioni coatte del presidente eletto. E dunque perché mai l’eletto dovrebbe liberare la poltrona, solo perché glielo domanda l’elettore?

Ecco, è esattamente in questo punto che s’allarga il buco nero. Ed è questa voragine che ingoia i nostri poteri d’elettori, ogni volta che siamo chiamati a esercitarli. Vale per i parlamentari, come dimostra per esempio il caso Mele, che nessuno ha potuto schiodare dal suo seggio pur dopo aver scoperto come il moralista pubblico fosse in privato un immorale. Ma vale altresì per il rettore, per il presidente d’un Rotary club, per il rappresentante dei genitori in consiglio di classe. Tu lo voti, lì per lì ti dà fiducia, poi il minuto dopo lui rovescia ogni promessa nel suo opposto. Oppure dà di matto, e di nuovo tu non ci puoi far nulla. Sicché ti risuona nelle orecchie la sentenza di Rousseau: «Il popolo inglese crede di essere libero, ma si sbaglia. È libero soltanto durante l’elezione dei membri del Parlamento; appena questi sono eletti, il popolo diventa schiavo, non è più niente».

Eppure un anticorpo ci sarebbe: la revoca, la mozione di sfiducia. Ipotesi dichiarata «irresponsabile» dai capigruppo Pdl, in una lettera ospitata ieri dal Corriere della sera. Se oggi fosse praticata contro Villari – si legge in quella lettera – domani potrebbero restarne vittima gli stessi presidenti di Camera e Senato. Ma irresponsabile è in realtà il potere senza responsabilità, il potere che non deve rispondere a nessuno delle proprie decisioni, perché ha rotto il cordone ombelicale con il popolo votante. E d’altronde la Costituzione italiana tiene quel cordone teso sia verso il governo (che ha l’obbligo di dimettersi dopo un voto di sfiducia delle Camere), sia verso il Capo dello Stato (attraverso l’impeachment). Perché mai la regola che governa i piani alti del nostro ordinamento dovrebbe eclissarsi ai piani bassi? Perché mai se cambio idea posso revocare l’avvocato, ma non anche il deputato?

Insomma viva Villari. Perché il suo caso, comunque si concluda, può impartirci una lezione. E a sua volta la lezione riguarda un pubblico più vasto dei segretari di partito, dei loro delegati dentro la commissione di Vigilanza Rai. Ci coinvolge tutti, e coinvolge la nostra vita associativa. Sicché delle due l’una: o la libertà dell’elettore, oppure quella dell’eletto. O la reversibilità delle scelte elettorali, oppure un tram senza ritorno. O un matrimonio rinnovato di ora in ora, oppure la negazione del divorzio. Ma dopotutto al divorzio fra moglie e marito siamo già arrivati. Ora non sarebbe male conquistarsi il divorzio dagli eletti.

Barack e le sirene del New Deal

25 Nov 08

Alberto Bisin

La politica economica dell’amministrazione Obama comprenderà certamente un importante stimolo fiscale. I tagli fiscali di Bush saranno resi permanenti per coloro i cui redditi non superino i 200-250 mila dollari, come promesso in campagna elettorale. Inoltre, un grosso piano di spesa in infrastrutture sarà finanziato per limitare gli effetti della crisi sull’occupazione.

Nel discorso di sabato alla radio Obama ha usato una retorica da New Deal: «Il fatto che il Sogno Americano sia sopravvissuto per oltre due secoli è testimonianza non solo del potere del sogno stesso, ma anche del grande sforzo, sacrificio e coraggio del popolo americano», «questa è la chance che il nostro nuovo inizio ci offre», e così via.

Ma Obama, allo stesso tempo, non ha affatto ceduto alle sirene che nelle scorse settimane gli hanno suggerito politiche fiscali irresponsabili, proponendo forse implicitamente se stesse per attuarle. L’esortazione di Paul Krugman sul New York Times del 31 ottobre, «Obama decida di quanta spesa il Paese ha bisogno, e poi spenda il 50 per cento in più», non pare fortunatamente aver avuto alcun effetto. Né quelle simili di Jeff Sachs su Slate.com o di Joe Stiglitz su The Economist’s Voice.

Al contrario, Obama ha lanciato espliciti segnali di pace ai mercati per mezzo della scelta della squadra che lo accompagnerà nelle decisioni di politica economica. Si è innanzitutto circondato di esperti di prim’ordine: da Larry Summers, economista di Harvard che agirà da consulente personale del Presidente, a Timothy Geithner, che guiderà il ministero del Tesoro dopo aver gestito la crisi finanziaria con competenza dalla sua posizione di governatore della Fed di New York. Ma, soprattutto, Obama ha scelto personaggi noti per le loro posizioni di difesa della responsabilità fiscale, del libero mercato e del commercio estero, e per la fiducia dei mercati che essi hanno ripetutamente coltivato e guadagnato nelle loro precedenti posizioni pubbliche.

Per quanto Obama si sia ben guardato dal produrre una stima del costo del piano di stimolo fiscale che sta preparando, i numeri che circolano sulla stampa e per i blog sembrano prefigurare un piano enorme, forse addirittura di più di 500 miliardi in due anni. Troppi. Troppi perché le tasse future su famiglie e imprese, necessarie per finanzare una spesa di tale entità, finirebbero per limitare la crescita del Paese e quindi per ritardarne l’uscita dalla recessione. Non solo, le aspettative di alte tasse in futuro potrebbero avere l’effetto di rallentare l’attività economica prima ancora che la spesa abbia modo di avere gli effetti espansivi desiderati. È vero che il piano di stimolo prevede non solo spesa anti-congiunturale, ad esempio generosi sussidi alla disoccupazione, ma anche investimenti.

Gli investimenti, si dice, si pagano da soli. Ma questo può avvenire solo per investimenti produttivi. Obama aveva visto giusto in campagna elettorale proponendo un piano di investimento sul sistema scolastico elementare. Ma ora si parla insistentemente solo di investimenti pubblici in infrastrutture. Questi investimenti sono purtroppo spesso sinonimo di spreco e bassa produttività: l’immagine tipica negli Stati Uniti è quella del «ponte verso il nulla». Non che non esistano investimenti produttivi, anche necessari. Ma il processo politico finisce per favorire di per sé quelli poco produttivi. Questo in condizioni economiche normali. E quindi a fortiori quando l’obiettivo principale della spesa non è l’investimento stesso ma i posti di lavoro creati dall’investimento.

L’idea keynesiana che in una recessione sia utile assumere operai anche per fare buchi e poi ricoprirli è un’enorme stupidaggine. A meno che non si possano finanziare i buchi senza nuove tasse future e senza stampare moneta, risultato che nemmeno i poteri magici di Obama possono raggiungere. Allo stesso modo, è necessario evitare di gettare denaro pubblico ad imprese in fallimento, sventando una necessaria ristrutturazione. È il caso dell’industria dell’auto a Detroit. Per quanto faccia uso della retorica del New Deal, Obama questo lo sa. E fortunatamente lo sanno anche Summers e Geithner.

Aziende in guerra con Facebook “Distrae, meglio oscurarlo”

18 Nov 08

Vittorio Zambardino

Dalla Provincia di Milano alle Poste, aumentano i “filtri” al sito di social network. A Bologna bloccate chat e programmi di telefonia via internet. A Napoli è contingentato

Sono quasi 4700 gli aderenti al gruppo “Cazzeggio al lavoro con Facebook”. Molti? Pochissimi: 200 mila per una petizione anti Gelmini, più di 50 mila per il gruppo “Silvio, sei hai i capelli è per merito della ricerca”. E però si vede che i cazzeggiatori alla scrivania sono molti di più di questi autodenunciati, se Poste Italiane si è decisa a negare l’accesso al sito di social network per i suoi dipendenti, se in Regione Lombardia e Veneto si medita di fare la stessa cosa, e se al comune di Napoli l’hanno razionato. Un’ora al giorno, suddiviso in frazioni di 10 minuti l’una. E a Facebook va già bene: il blog di Beppe Grillo è completamente inibito alla visione dei dipendenti comunali napoletani.

All’elenco si aggiunge la provincia di Milano, che blocca, e il mistero della Regione Campania, dove alcuni computer riescono a “vedere” Facebook ma altri non ce la fanno. E se a Bologna nessuno si sogna ancora di “oscurare” il sito di social network, prediletto dai candidati alle primarie per la scelta del candidato sindaco, è pur vero che sia qui che altrove esistono da anni filtri che bloccano sia le chat che i programmi di telefonia via Internet. Quello Skype, che per funzionare ha bisogno della stessa tecnologia che permette di scaricare musica e film dalla rete. Contro corrente Torino-comune: proibiti solo porno e giochi d’azzardo.

Ma è curioso che da noi appaia come una novità ciò che altrove è già un tema discusso da tempo – del resto la versione italiana di Facebook è della scorsa primavera, quando c’erano, in maggio, meno di 1 milione di utenti/mese (dati Nielsen Netview): a settembre erano 4,2 milioni. E aumentano. Ma gli altri ne hanno discusso prima di noi.

Il 30 luglio scorso, un blogger britannico, ripreso da Business Week, ha scritto che i due terzi delle aziende britanniche bloccano l’accesso ai diversi siti di social networking. Secondo un’inchiesta, realizzata da un’azienda che si occupa di sicurezza informatica (quindi fonte che è parte in causa), la Barracuda, la metà delle aziende americane blocca quei siti. Ma in realtà per Facebook il dato non va oltre il 26%. E fin qui si tratta di aziende private.

Il tema si riscalda, sotto ogni latitudine, quando si discute dei dipendenti pubblici. È del marzo 2007 la decisione – ed è un piccolo primato – delle autorità della provincia dell’Ontario, in Canada, di bloccare l’accesso al sito. Motivo “brucia il tempo del lavoro”.

Per la verità non manca un argomento tutto diverso. Quello che vede nei siti di social networking una fonte di formazione professionale e un vero e proprio canale alternativo per far bene il proprio lavoro. Il dibattito è planetario e vede in maggioranza quelli che considerano tutto ciò una distrazione intollerabile. Ma poi chiedi alla Fiat, nel posto che ti immagini più occhiuto e severo d’Italia. E si scopre che al marketing tengono tutti i modelli su Facebook perché così li promuovono meglio. “Scherza – dice un ingegnere – senza quel sito lavoreremmo la metà”.

Labranca “Facebook è una droga non riesco a uscirne”

19 Nov 08

Gianluca Nicoletti

Lo scrittore “Le mie giornate scandite dalle ricerche di wi-fi gratuiti”

Tommaso Labranca è un clamoroso caso di dipendenza cronica da Facebook. Si è registrato da sei mesi, non ha un numero esagerato di amici legati al suo profilo, ma quei 380 sono sufficienti a riempire emotivamente e concretamente la sua giornata. «Praticamente sono sempre collegato per tutte le 12 ore utili della mia giornata, pensavo proprio oggi di staccarmi, ma non ce l’ho fatta. Smetterò forse domani». Labranca negli ultimi quindici anni è stato il cantore più appassionato di ogni sublime velleità estetica nella classe media del nostro paese. Dall’analisi del «barocco brianzolo» delle ville della borghesia arricchita alla ricerca di tracce metropolitane del mito di Tony Manero nel suo recente saggio «78.08». Ora in piena esplosione dell’onda burina del socialnetworking lo scrittore è cavia consapevole e vittima sacrificale della sua ricerca.

«Mi sono comprato l’iPhone per essere sempre collegato, la mattina apro gli occhi alle cinque e già dal letto controllo chi mi ha cercato per il rito dell’accettazione durante le poche ore in cui ero off line. Rispondo ai messaggi, pubblico il mio primo pensiero e mi alzo». Già, ma per collegarsi pochissimo dopo con il computer di casa. «Mi piace tenere sotto controllo il livello degli amici». Labranca confessa che l’obbiettivo a cui tende è la connessione continua, così il suo rapporto quotidiano con la fonte della dipendenza assomiglia all’errare di un drogato alla ricerca di pusher, solo che per la crisi d’astinenza a Facebook serve connettività veloce: «Anche adesso sto mandando delle mie foto, tutta la mia giornata lavorativa è scandita dalla ricerca di connessioni wi-fi gratuite. Da casa al lavoro ho una precisa mappa mentale delle zone franche in cui si può addentare una rete non protetta e continuare a mandare segnali di esistenza».

I grandi raduni oceanici di patiti di Facebook naturalmente sono fenomeni di massa che esistono soprattutto perché ne parlino i giornali e la tv. Il vero tossico organizza dei mini eventi personalizzati, i convocati non devono superare la quindicina e il raduno è preceduto da una fase di preparazione on line che risponde a precise liturgie: «Ogni tanto organizzo performance a sorpresa che annuncio con un appuntamento a orario fisso. Chiedo di mandare una foto di quello che contiene il proprio frigorifero. Su operazioni collettive del genere si generano discussioni che possono durare per interi giorni».

Ora Tommaso sta tentando un lungo e faticoso cammino di recupero per uscire dalla sua dipendenza. Sa che per fare questo potrebbe contare su un gran numero di gruppi di aiuto composti da persone con il suo stesso problema, ma purtroppo costoro per condividere il proprio disagio non rinunciano di farlo in Facebook. La sincera volontà di uscirne sembra spesso vacillare sotto il fascino della comunità che segue virtualmente ogni passo della vita reale.

Ora Labranca per rimandare la sua dipartita da Facebook ha inventato l’ennesima scusa, la pubblica al volo mentre parla con me: «Io vorrei fare un libro in cui tante persone ne intervistano una sola: io. Narcisistico, lo so. Ma non mi interessa. Chi vuole essere tra gli intervistatori?». Un’altra dose che forse lo terrà dentro la dipendenza da Facebook ancora per un po’.

La fenomenologia dei Villari

17 Nov 2008

Francesco Merlo

E’ difficile entusiasmarsi per Leoluca Orlando o per Riccardo Villari, scegliere tra un democristiano resuscitato e una mummia democristiana, e magari pensare che la sinistra sia incarnata dall´uno o dall´altro o da tutti e due.
Di sicuro Villari, che è stato eletto dai troiani a capo degli achei ma non si vuole dimettere, è un altro capolavoro berlusconiano, un capolavoro di mediocrità italiana. Tutti capiscono infatti che Villari non si dimette perché è un topo che da tutta la vita aspetta il suo pezzo di formaggio. E dunque, adesso, non gli importa nulla che a dargli il formaggio sia stato il gatto, che del topo è l´antagonista.
Eppure, diciamo la verità, non solo Villari non è antipatico, ma non riesce neppure a indisporre e a irritare. Non è in grado di suscitare sentimenti di alcun genere, tanto è fradiciamente democristiana, anche nella metodologia, tutta la vicenda dell´elezione del presidente della commissione di Vigilanza della Rai. C´è infatti Di Pietro che zompa sulla debolezza di Veltroni e ci sguazza. C´è Berlusconi che ha i ‘mezzi’ per governare ben altri trasformismi senza pudori astuti e senza finti candori. E c´è l´intero centrosinistra che, ancora un volta, non riesce a dare segnali di vero rinnovamento, non sa neppure indicare un uomo, una figura per la quale valga la pena di battersi, per la quale sia un po´ più facile mobilitarsi, vuoi per i titoli specifici su Rai informazione e giornalismo, come nel caso per esempio di Sergio Zavoli, Furio Colombo o Giuseppe Giulietti; o vuoi per virtù di garanzia di vigilanza giuridica o culturale: dal costituzionalista Salvatore Vassallo all´ex magistrato Gerardo D´Ambrosio, dal demografo Massimo Livi Bacci allo scrittore Gianrico Carofiglio?.
Sono tanti i nomi altrettanto antiberlusconiani di Orlando ma per i quali potrebbe avere senso accendersi e dinanzi ai quali potrebbero sentirsi inadeguati anche gli Arlecchino servitori di due padroni, com´è il carneade Villari.
Per il resto, l´epatologo Villari non fa neppure sorridere quando si appella al senso dello Stato e vuole essere ricevuto dal presidente della Repubblica e da quelli delle Camere. Non gli pare vero di sentirsi parte dell´Accademia Italiana dei Saggi e degli Equilibrati. E´ anche lui un garante, un arbitro, un´authority e diceva il saggio Senofane: «Occorre un saggio per riconoscere un saggio».
E in fondo Villari non ha ancora tradito e nessuno può accusarlo fino a quando non sarà consumato l´evento. Mastella diceva: «Mando Villari che è un politico avvolgente». E a Mastella Villari diceva: «Manda me che sono sinuoso». Ebbene, anche in questa ambiguità Villari incarna un´eterna maschera italiana, quella del colpevole al quale non si può rimproverare nulla.
Il caso Villari è più vecchio della stessa Dc meridionale, e Villari non riuscirebbe a sorprenderci neppure se volesse. Democristiano di buona famiglia è ovviamente orgoglioso di inscenare, sia pure nel suo piccolo, la commedia dei due forni e delle convergenze parallele. La sua utopia politica è la moglie ubriaca e la botte piena. Lo fa impazzire di gioia l´idea di diventare l´ago della bilancia, il Centro per eccellenza.
Comunque vada a finire, sa che in futuro, tranquillo e rispettabile borghese, ispirerà una certa soggezione quando, nella sua Capri, attraverserà la strada senza ostacolo per scomparire presto dalla vista: «Quello lì un giorno è stato presidente?».
Anche fisicamente Villari rimanda a una politica fatta in casa, autentica e ruspante, che facilmente risveglia i vecchi pregiudizi dei Vicerè: «Piccoli uomini che si sentono più astuti che prudenti, litigiosi, adulatori, timidi quando trattano i propri affari ma d´incredibile temererarietà quando maneggiano la cosa pubblica e allora agiscono in tutt´altro modo: diventano avidissimi mangiatori?.». E ribaltano da sempre, prima ancora che l´Italia inventasse il trasformismo. Nel mondo dei Villari i cristiani passavano all´Islam in cambio di un lavoro nelle navi pirata e gli ebrei diventavano cattolici solo per il piacere di inquisire gli ex compagni di fede. Insomma nella terra dei convertiti e dei pentiti la mediocrissima spregiudicatezza di questo vanitoso allievo di Mastella e di De Mita non scandalizza davvero nessuno. E il finale è ancora apertissimo. Villari può esercitarsi nel finto tradimento, nel bitradimento e nel tradimento del tradimento. La presidenza della commissione di Vigilanza non sarà granché ma pur sempre di potere si tratta, ed è terribile doverlo abbandonare in questo modo: è come morire di sete accanto alla fontana.
Povero Villari e più povera ancora la sinistra. Chi avrebbe mai immaginato che oltre Amendola e Pajetta, Ingrao e Berlinguer, si sarebbe divisa tra villariani e orlandiani? E meno male che Villari ha dichiarato di confortarsi con il suo consigliere spirituale. Proprio come donna Lola che, lasciato compare Alfio (Veltroni) per compare Turiddu (Berlusconi), annuncia: «Domenica voglio andare a confessarmi perché ho sognato dell´uva nera».

Il coraggio della verità

16 Nov 2008

Giuseppe D’Avanzo

Il capo della polizia Antonio Manganelli non si volta dall’altra parte. Non chiude gli occhi. Non sceglie un comodo silenzio. Decide di guardare in faccia la realtà e la realtà è che i pestaggi della Diaz – come le torture di Bolzaneto – sono una frattura tra lo Stato e la società, tra le forze dell’ordine e una giovane generazione. Una macchia nella storia dell’istituzione che governa. È un’ombra incancellabile. Manganelli sembra saperlo, ma dichiara la sua disponibilità a collaborare “senza alcuna riserva” per ricostruire quella “pagina nera” nella convinzione che un’opera di verità possa, per lo meno, evitare che le violenze poliziesche si ripetano in un futuro.

Come è naturale, il capo della polizia non accetta che la sua istituzione possa essere soltanto sospettata di infedeltà costituzionale. Con orgoglio e consapevole dignità, ricorda il quotidiano sacrificio di migliaia di uomini in divisa che fanno il loro lavoro (“sottopagato”) al servizio della sicurezza dei cittadini.

E tuttavia Manganelli ha il coraggio di dire quel che, nelle ore seguite alla pessima sentenza di Genova, nessuno nell’establishment ha accettato anche soltanto di ipotizzare: quel che “realmente accadde a Genova” deve essere ancora esplorato, ricostruito, raccontato. La verità di quei giorni di violenza non può essere rinchiusa in un’aula giudiziaria; spenta nella rete delle responsabilità personali e delle sanzioni penali che guidano un processo; soffocata dalle timidezze della magistratura o annullato dai difetti dei codici.

Manganelli rivela quel che, per quanto nella sua disponibilità, ha messo su per migliorare (“correggere”) il lavoro di strada dei Reparti Mobile, della Celere, affidati a “persone pulite”. In ogni caso, il capo della polizia si assume fin da ora “la responsabilità per gli errori che i suoi uomini possono commettere”. Già è accaduto che, dopo “l’avventatezza” omicida di un agente della Stradale, Manganelli si sia assunto la responsabilità della morte di Gabriele Sandri, ucciso un anno fa da un colpo di pistola nell’area di servizio di Badia al Pino Est dell’A1. Uno stile assai diverso dal suo subordinato Vincenzo Canterini, comandante nel 2001 della Celere di Roma e del VII nucleo antisommossa (i picchiatori della Diaz): un ufficiale che, dopo avere gettato il sasso (un’arrogante lettera di velate minacce, di richiami all’omertà di gruppo, di propositi di vendetta), nasconde ora la mano.

Quel che più conta nella lettera di Manganelli sono un paio di righe: “… il Paese ha bisogno di spiegazioni su quel che accadde a Genova e l’istituzione, attraverso di me, si muove e muoverà senza alcuna riserva, non attraverso proclami stampa, ma nelle sedi istituzionali e costituzionali”.

Ora toccherebbe alla politica, al parlamento inaugurare, se non ci sono, quei luoghi istituzionali dove rendere concreta la possibilità di ricostruire – al di là dell’accertamento penale (o nonostante i suoi mediocri esiti) – quel che è accaduto a Genova; come, con la responsabilità di chi, perché si sia aperto nei giorni del G8 un “vuoto di diritto” che ha inghiottito ogni garanzia costituzionale e consegnato la nuda vita delle persone a una violenza arbitraria e indiscriminata.

Dovrebbe essere la politica a battere ora un colpo, ma la scena che si scorge è avvilente. L’opposizione parlamentare appare afona e quando trova la voce, come con Antonio Di Pietro, è soltanto contraddittoria senza imbarazzi (l’Italia dei Valori bocciò la nascita della commissione parlamentare d’inchiesta che oggi pretende). La maggioranza mostra un volto prepotente fino all’insolenza. Maurizio Gasparri rifiuta ogni ipotesi di commissione d’inchiesta: “Non la voteremo mai. La maggioranza non ha alcuna intenzione di permettere una speculazione in Parlamento ai danni delle forze dell’ordine”. Il presidente dei senatori della destra non si accontenta di sbattere la porta. Dimentico dei 93 arresti abusivi, delle prove artefatte, dei verbali truccati, degli 82 feriti, dei tre disgraziati in fin di vita, si dice convinto dell’innocenza di Canterini e del VII Nucleo antisommossa (per il tribunale di Genova sono i picchiatori della Diaz). Sarebbe davvero desolante, oltre che politicamente grave per la qualità della nostra democrazia, se la disponibilità del capo della polizia non venisse raccolta; se l’opportunità di ricostruire “i fatti di Genova” non trovasse alcun luogo istituzionale per essere acciuffata nell’interesse di una riconciliazione tra le forze dell’ordine e una generazione. Quale reticenza, quale viltà, quale convenienza potrebbe giustificarlo?

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