Miseria politica

17 Lug 08

Emanuele Macaluso

La bufera giudiziaria che in Abruzzo ha coinvolto il presidente della Regione Ottaviano Del Turco, assessori e molti amministratori della Sanità ha scatenato un dibattito sui rapporti tra politica e giustizia per molti versi ripetitivo. Berlusconi ha colto l’occasione per dire, senza leggere le carte, che i magistrati abusano del loro potere e Di Pietro per ripetere che le toghe hanno sempre ragione.

Sul piano giudiziario la cosa che trovo sconcertante è il fatto che i media hanno avuto un’informazione sulla vicenda solo attraverso quello che dicono i magistrati, mentre Del Turco è in isolamento, non può parlare col suo avvocato e non si conoscono le sue ragioni se ne ha di valide. Voglio dire che quando l’azione penale per reati che hanno carattere altamente infamante coinvolge un uomo politico nell’esercizio delle sue funzioni, il giudizio della pubblica opinione, degli elettori è decisivo. E allora è giusto che l’accusato possa difendersi non solo nelle aule giudiziarie, ma anche attraverso i canali d’informazione che hanno diffuso le valutazioni e i giudizi dei magistrati che lo accusano.

Fatte queste osservazioni e in attesa degli sviluppi dell’azione giudiziaria, da ciò che si legge e si capisce emerge una questione politica: cosa sono e come operano i gruppi dirigenti dei partiti nelle regioni del Sud? Parlo del Sud non per dire che nel Nord tutto è trasparente e limpido, ma perché nel Mezzogiorno il problema della formazione delle classi dirigenti ha una storia particolare e si intreccia strettamente con quella che è stata definita «questione meridionale»: da Giustino Fortunato a Guido Dorso, da Luigi Sturzo ad Antonio Gramsci. E mi interessa parlare della sinistra, del centrosinistra, non perché la tempesta si abbatte in una Regione amministrata dal Pd, ma perché questo tema oggi sembra estraneo alla destra berlusconiana.

Insomma, ancora una volta dopo la vicenda dei rifiuti in Campania, dopo le traversie giudiziarie che hanno interessato il Pd calabrese, dopo il risultato elettorale siciliano, una domanda si pone: cos’è il Pd nel Mezzogiorno? Una domanda che io stesso posi nel momento in cui questo partito nasceva da una fusione a freddo dei gruppi dirigenti locali della Margherita e dei Ds. Partiti che nei loro congressi non si erano mai posti questo problema. Eppure, esso emergeva non solo in rapporto a vicende giudiziarie, ma per il fatto incontestabile che i gruppi dirigenti si formavano, si dissolvevano e si riformavano attorno alla gestione dei poteri locali: Comuni, Province, Regioni. E alla miriade di società pubbliche e semipubbliche, ai consulenti e agli assistenti che popolano tutte le strutture, politiche e amministrative.

Il Pd è nato con progetti ambiziosi, con dichiarazioni di intenti roboanti, accompagnati da analisi generali, a volte ricche di spunti culturali interessanti, di adesioni disinteressate ed entusiaste. Quel che mancava e manca ancora è un’analisi di ciò che in concreto è quel partito nella realtà in cui opera nel governo locale e dove dovrebbe svolgere l’opposizione come in Sicilia. Realtà in cui non c’è più un dibattito e una lotta sociale, politica e culturale tale da attrarre i giovani in un impegno nel volontariato politico.

Di fronte alla vicenda abbruzzese non basta certo dichiarare che in ogni caso il Pd sta con i magistrati o di giurare sull’onestà e la correttezza di Del Turco. Sulla questione giudiziaria abruzzese è giusto discutere e, via via, i fatti ci diranno come, su questo versante stanno le cose. Ma il risvolto politico c’è tutto. La miseria politica di quel gruppo dirigente è evidente. Che la sanità sia oggi la fascia ricca dei bilanci regionali e il rapporto tra pubblico e privato in questo campo il più inquinato, è un fatto. Che la sua gestione transiti dalla destra alla sinistra con un continuismo impressionante è un altro fatto. È su questo che occorre discutere nel Pd se si vuole coniugare, come è necessario, etica e politica. Richiamare la necessità dell’etica come fa ora Veltroni senza una politica è solo un gesto velleitario. Così come richiamare le dure regole della politica senza l’etica significa scadere nel cinismo della gestione intrecciando affari privati e iniziativa pubblica prescindendo dagli interessi generali. Ecco perché in questa situazione le dichiarazioni generiche lasciano le cose come stanno.

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