Archivio per 28 Maggio 2008

Genova e il partito fantasma

28 Mag 08

Emanuele Macaluso

Don Baget Bozzo, sulla Stampa di domenica scorsa, ha commentato le vicende giudiziarie che hanno coinvolto l’Amministrazione comunale di Genova come epilogo di «una città uscita da una storia guidata dalla sinistra che aveva deciso di gestirla come una rendita». L’analisi di don Gianni non è del tutto convincente (ci sono spunti interessanti) perché non è convincente la visione di una città separata, riserva di caccia di una sinistra separata, in cui è presente una destra separatamente sconfitta.

I processi sociali e politici, che hanno accompagnato la trasformazione di una Genova dove l’industria pubblica ebbe un ruolo centrale sono stati oggetto di studi e analisi. Processi che certo vanno tenuti presenti anche quando si valutano fatti politico-giudiziari che riguardano la sinistra che ha avuto un ruolo essenziale nella storia di Genova. Ma, a mio avviso, si tratta di fatti che vanno collocati nella crisi della sinistra italiana e nel contesto di ciò che oggi è il Partito democratico in cui una parte rilevante di quella sinistra si ritrova. La vicenda politico-giudiziaria di Genova non è un fatto isolato, un fulmine a ciel sereno. E non è certo convincente la reazione del sindaco Marta Vincenzi quando dice che è stata «pugnalata alla schiena» da suoi stretti collaboratori coinvolti nell’affare. E non è nemmeno convincente quel che dice Mario Margini dirigente storico del Pci-Pds-Ds e ora assessore del Pd: «Non avrei mai immaginato che ci fosse un gruppo di potere che voleva costruire un sistema parallelo».

I miei cari amici genovesi pensavano che i «gruppi di potere» nel Pd fossero solo in Calabria o in Campania, in Sicilia o nella Roma che ha mostrato in tv la Gabanelli? Prima che nascesse il Pd è stato osservato, anche da chi scrive questa nota, che né i Ds, né la Margherita avevano mai fatto un’analisi vera di cosa erano i due partiti, quali erano i loro insediamenti sociali, come venivano selezionati i gruppi dirigenti, cos’erano gli aggregati di potere che si costruivano attorno agli enti locali e alle società pubbliche e semipubbliche. Cosa erano i nuovi «apparati» non più fondati sui funzionari di partito ma sui «consulenti», gli «addetti», gli «esperti», i «collaboratori», scelti dai leader e dai leaderini, qual era il grado di vita democratica che regolava l’andamento interno nei due partiti. Il Pd si è configurato come la somma dei due «aggregati» (Ds-Margherita) con una democrazia plebiscitaria fondata su «primarie» con candidato unico che eletto ha nominato i suoi «collaboratori» e anche – grazie alla legge elettorale ben tollerata – i parlamentari. In questo quadro perché stupirsi che nascano e si alimentino gruppi di potere? Il Pd, ha dichiarato il presidente della Regione ligure, Claudio Burlando, «può autodepurarsi da certi fenomeni». E come? In quali sedi c’è un confronto democratico e anche una battaglia politica? O c’è l’epuratore?

La verità, miei cari amici, è che un partito si afferma quando sa chi è, cosa vuole e come vuole ottenerlo. Ho letto sull’Unità il resoconto del discorso di Walter Veltroni ai «portavoce dei circoli lombardi». Ecco una grande riforma: non più «sezioni» ma «unità di base», aveva sentenziato Occhetto dopo la svolta della Bolognina nel 1989. Ma i militanti continuavano a chiamarle sezioni. Ora quelle stesse sedi si chiamano «circoli» e i segretari «portavoce». Una rivoluzione! Intanto dove imperversa la bufera, nel Napoletano, il Pd è sparito: non si vedono né circoli e circoletti, né segretari né portavoce. Nulla. Nel discorso milanese Veltroni in due (dico due) righe ha parlato della «natura federale del partito dentro un’idea federale di Stato». Se le parole hanno un senso, «federale» significa che ci sono partiti regionali autonomi federati e Stato federale significa quel che significa: non più uno Stato con le Regioni come previsto dalla Costituzione, ma con Regioni-Stato. È questa la linea costituzionale e politica del Pd e della sua organizzazione? E si annuncia con dieci parole? O sono, come temo, solo chiacchiere e le cose restano come prima o peggio di prima? Come stupirsi se poi le cose vanno come a Napoli o a Genova?

A colpi d’emergenza

28 Mag 08

Marcello Sorgi

Certo, è piovuta come un macigno, sulla già tragica situazione di Napoli, l’inchiesta giudiziaria che ha portato all’arresto di 25 dipendenti del commissariato ai rifiuti, tra cui Marta Di Gennaro, la vice del sottosegretario Guido Bertolaso ai tempi in cui era solo commissario, e ancora, ma solo da indagato, il suo predecessore prefetto Alessandro Pansa. Nel giorno in cui un accordo precario ha consentito di rimuovere le barricate di Chiaiano – ma non ancora i cumuli di monnezza dalle strade -, tutto è più incerto, tutto è tornato in discussione.

A una lettura anche sommaria delle carte, le accuse infatti sono molto pesanti: funzionari dello Stato, impiegati e responsabili delle ditte che dovevano fronteggiare l’emergenza si sarebbero macchiati di «generalizzate quanto deplorevoli e inquietanti prassi che hanno connotato l’intera abusiva gestione», e avrebbero fatto «ricorso ai più disparati espedienti per la dissimulazione della realtà, controlli apparenti, controllo dei controllati, valenza esclusivamente scenografica di riunioni per l’allestimento dati, il cui dichiarato possesso era solo un bluff».

Di qui la truffa e altri pesanti reati che la magistratura avrebbe già accertato, con una serie di perizie inoppugnabili.

Gli indagati avrebbero dovuto assicurare che la monnezza tolta dai marciapiedi sarebbe stata sottoposta a un procedimento chimico, una sorta di disinfezione, prima di avviarla agli inceneritori o alle discariche. Invece, stando a quanto hanno accertato le indagini, si limitavano a compattare i sacchetti, a farne dei grossi pacchi – impropriamente definiti «ecoballe» – e caricarli su camion e treni diretti anche in Germania, senza curarsi della stretta osservanza di leggi e divieti.

Se questo è il quadro, anche senza volere per forza attaccare la magistratura, ci permettiamo di avanzare qualche dubbio. Mettiamo pure che le norme non siano state applicate alla lettera: ma qualcosa non funziona, se davvero gli indagati devono rispondere di non aver sterilizzato e profumato la monnezza che da mesi, putrescente, ammorbava l’aria di Napoli. Insomma: era o non era un’emergenza, anche al tempo in cui le indagini sono cominciate? E l’obiettivo, il primo, il più urgente, non era sgomberare le strade dai rifiuti? E se, sia pure accorciando colpevolmente le procedure, la città è rimasta sommersa dai sacchetti, come si può sperare, oggi che la situazione è più grave, di liberarla nel rispetto della legge?

Interrogativi come questi non riguardano solo il merito dell’inchiesta, ma il senso stesso dell’emergenza e della strategia scelta dal governo per affrontarla. Per sua natura, forse per indolenza, o anche solo semplicemente per la complicazione burocratica della sua macchina amministrativa – oltre che spesso per la scarsa propensione dei cittadini a fare il proprio dovere – l’Italia non è nuova a logiche emergenziali. Nella sua storia recente, anzi, ha dovuto rassegnarvisi, sia davanti a calamità naturali come terremoti o alluvioni, sia per fronteggiare mafia, criminalità e terrorismo.

In questi casi, dalla routine dei provvedimenti ordinari si passa a logiche, quando non a leggi, eccezionali. Lo si è fatto e lo si fa a malincuore, sapendo che è uno strappo che porta con sé anche il rischio di conseguenze impreviste, magari assegnandosi un lasso di tempo circoscritto, ma alla fine, se non c’è altra strada, ci si è arrivati e ci si arriva. È esattamente quel che è successo a Napoli, e che il governo ha voluto sottolineare con la solennità della seduta del Consiglio dei ministri convocato irritualmente in città.

Ma all’indomani dell’annuncio, e quando la linea dura scelta dal governo fa a fatica i primi passi, la magistratura si muove in contropiede. Dopo aver inquisito, e posto ormai sotto processo, il governatore e primo commissario all’emergenza Antonio Bassolino, mira al secondo, il prefetto Pansa, e colpendo la vicecommissaria Di Gennaro avverte il terzo, Bertolaso, appena insediato come sottosegretario. Ce n’è abbastanza per capire che all’ombra dei mefitici effluvi di Napoli – e in mancanza dei disinfettanti e dei profumi richiesti dalla legge – un nuovo scontro s’è aperto: tra Berlusconi e il governo da una parte, e dall’altra i procuratori che ne hanno azzoppato il braccio operativo, il commissariato straordinario per i rifiuti solo da pochi giorni messo in condizione di funzionare. Poiché lo scontro è appena cominciato, è difficile dire come finirà. Ma un punto è chiaro: i magistrati spesso sono a favore delle logiche da emergenza quando tocca a loro gestire i poteri eccezionali che ne derivano. Se invece a essere rafforzati sono altri poteri, si schierano contro. Il che non riduce la necessità di fare presto chiarezza. Perché i cittadini hanno diritto di sapere se possono fidarsi dello Stato.


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