Archivio per 25 Maggio 2008

Il dialogo sbagliato

25 Mag 08

Sergio Romano

A Napoli, dopo il Consiglio dei ministri, Silvio Berlusconi ha parlato di «tempo scaduto», ha promesso che il problema dei rifiuti urbani della città sarebbe stato trattato «come un terremoto o una eruzione vulcanica ». E ha aggiunto che le aree individuate per le discariche sarebbero state considerate «zone di interesse strategico nazionale». Poco importa, a questo punto, che i militari vengano automaticamente impiegati per la custodia dei siti o chiamati soltanto in caso di necessità, come sembra di doversi dedurre dall’ultima redazione delle norme. Se non sono semplici grida retoriche, le parole del presidente del Consiglio significano che le località individuate dal governo ed elencate nel decreto pubblicato dalla Gazzetta Ufficiale, sono l’equivalente di una installazione militare. Fu chiaro sin dal primo annuncio, quindi, che il governo aveva alzato di uno scalino la soglia simbolica della sicurezza e detto implicitamente al Paese che questa è un’operazione di Stato nell’interesse dell’intera comunità nazionale. Chi si mette di traverso con manifestazioni violente o cerca d’impedire il funzionamento delle discariche sfida lo Stato e va trattato di conseguenza.

Non potevamo sperare, naturalmente, che il piano del governo sarebbe bastato a zittire i manifestanti. E non potevamo neppure sperare che l’intera classe politica avrebbe immediatamente rinunciato al vecchio gioco dei dubbi, delle reticenze, dei distinguo e delle approvazioni con riserva. Sapevamo che i «tribuni della plebe» non avrebbero esitato a «tastare» la fermezza del governo. E potevamo facilmente immaginare che qualche uomo politico, fiutando il vento, avrebbe cominciato a manifestare il proprio dissenso. Esiste un «fronte del no» di cui fanno parte l’egoismo municipale, interessi affaristici, la camorra, il massimalismo anti-istituzionale e, perché no?, parecchi uomini politici a cui non spiacerebbe che il nuovo governo scivolasse subito su una buccia di banana. Tutto questo, ripeto, era prevedibile e scontato.

Non sarebbero prevedibili e scontati invece il cedimento del governo e l’annacquamento del piano di Napoli. Se il governo facesse un passo indietro, si affidasse a un mediatore e aprisse trattative, la fermezza degli scorsi giorni sembrerebbe una vuota bravata e Berlusconi perderebbe d’un colpo solo il credito conquistato anche sul piano internazionale.

È stata pronunciata più volte, nella giornata di ieri, la parola «dialogo»: una espressione che ricorre frequentemente nel linguaggio politico italiano e che significa ormai patteggiamento e compromesso. Ci piacerebbe che venisse sostituita, in questo caso, con la parola informazione. Dopo le estenuanti trattative e i nulla di fatto degli scorsi anni vi è ancora spazio per correzioni e aggiustamenti.
Ma l’utilità del dialogo si è esaurita. L’informazione, invece, è necessaria. Occorrerà spiegare continuamente ai cittadini, fin nelle sedi più piccole e periferiche, le intenzioni del governo, il progresso dei lavori, i cambiamenti che saranno resi necessari dalle circostanze in corso d’opera. E occorrerà cercare di mitigare gli inconvenienti tenendo conto delle loro esigenze. Ma di «dialogo», nel senso che la parola ha acquisito nel gergo della cattiva politica italiana, a Napoli non c’è bisogno.

23 Mag 08

Andrea’s version

Dal momento che sembra che adesso a Napoli si farà sul serio.

Dal momento che lo stato torna stato, che la guerra alla monnezza sta prendendo corpo, che si piazza l’esercito a difesa delle discariche, si commissariano di fatto i comuni riottosi che stanno tutt’intorno, dal momento che la questione è talmente seria che si usa il “top secret”, che non saranno più accettate le azioni di minoranze organizzate le quali intendano bloccare come prima aeroporti, autostrade, ferrovie e cantieri.

Dal momento che niente più sorrisi, che “pene da tre mesi a un anno per chiunque ostacoli il ciclo dei rifiuti”, e “cinque anni a chi promuove disordini”.

Dal momento che Guido Bertolaso diventa sottosegretario supercommissario con specialissimi poteri in materia, ciò che può essere letto come il fatto che il supercommissario precedente con specialissimi poteri la sta prendendo un po’ in saccoccia.

Visto tutto ciò, per quanto riguarda Napoli, ci permettiamo di ricordare che non c’è solo Napoli. La peggio zozzeria si trova in una contrada di Santa Maria Capua Vetere, proprio lì a due passi, e si chiama Contrada Bruno.

Gli effetti ottici del cavaliere decisionista

25 Mag 08

Eugenio Scalfari

Dice bene il nostro D’Avanzo che ieri ha definito la strategia del Berlusconi-quater come la militarizzazione della politica. È così. Napoli si prestava perfettamente per questa militarizzazione simbolica sia per quanto riguarda i rifiuti sia per il varo del pacchetto sicurezza e il governo ha condotto egregiamente la sua prima uscita pubblica. Ci sono state proteste popolari contro l’apertura delle nuove discariche, molte delle quali erano quelle già individuate dal governo Prodi e da Bertolaso. Individuate ma non aperte. Prodi non poteva militarizzare le sue decisioni, Verdi e sinistra radicale glielo impedivano. Berlusconi non ha questi impedimenti.

Ci saranno altre proteste? Altri scontri con la polizia?. Spero di no. Lo stoccaggio dei rifiuti è una necessità. I termovalorizzatori sono una necessità. I treni verso la Germania sono una necessità. La raccolta differenziata dei rifiuti è una necessità. L’approccio “militare” del governo ha incontrato il favore dell’opinione pubblica anche se è stato contrastato dagli abitanti delle località direttamente coinvolte. La popolarità del governo, stando ai più recenti sondaggi, è cresciuta del 10 per cento. Anche l’opposizione ha fatto buon viso.

Più complessa è la questione del pacchetto sicurezza. I provvedimenti legislativi approvati dal Consiglio dei ministri sono chiari nella loro strategia di “tolleranza zero” e in quanto tali bene accolti anch’essi dall’opinione pubblica. Ma sono molto confusi e talvolta perfino contraddittori nella loro articolazione normativa. Ci sono aspetti di dubbia costituzionalità, come ieri ha chiarito Stefano Rodotà. Ma il ministro dell’Interno ha precisato che si tratta di decreti e di disegni di legge aperti alla discussione parlamentare e ad emendamenti migliorativi.

La “tolleranza zero”, se affiancata dal rispetto dei diritti fondamentali delle persone, è approvata da gran parte degli italiani. La paura montata ad arte è sorretta tuttavia da una paura effettiva. Le due paure mescolate insieme hanno determinato la vittoria elettorale di Berlusconi, della Lega e di Alleanza Nazionale. Ora si sgonfieranno tutte e due proprio in virtù della “militarizzazione” della sicurezza. I reati commessi da immigrati resteranno più o meno al livello attuale che non presenta speciali patologie, ma la loro “percezione” diminuirà e sarà un bene per tutti.

* * *

Quanto alla camorra e alle altre organizzazioni criminali il discorso è diverso, come è diverso il problema dello Stato e della sua ricostruzione.
La camorra infesta Napoli e la Campania fin dalla fine dell’Ottocento, più o meno alla stessa data risale la mafia siciliana e americana. Quella calabrese è invece un fenomeno che non ha più di trent’anni di esistenza, più o meno come la Sacra Corona in Puglia. Da fenomeni di criminalità locale sono diventati nazionali, le cellule di questo cancro sono arrivate nel Centro e nel Nord, i legami internazionali passano per Marsiglia, Zurigo, Amburgo, Amsterdam, Londra, Barcellona e arrivano in Marocco, Turchia, Kosovo, Montenegro, Caraibi, Colombia, Bolivia, Venezuela, Messico. E naturalmente New York, Miami, Las Vegas, Los Angeles.

La traccia che delinea questa geografia planetaria e criminogena è la droga. Il racket, gli appalti, la prostituzione, rappresentano la coda della cometa delinquenziale e non è questione di immigrati o di indigeni, ma di Stati illegali che prosperano dentro e contro la legalità pubblica.

Lo Stato c’è ed è qui, ha detto Berlusconi aprendo il suo primo Consiglio dei ministri a Napoli. Purtroppo non era neppure l’inizio ma un’immagine evanescente di Stato. Nel pacchetto sicurezza non c’è assolutamente nulla che possa scalfire sia pure marginalmente l’anti-Stato delle mafie, la Gomorra e le sue propaggini. La Sicilia di Lombardo, di Schifani, di Micciché, di Cuffaro non è certo quella che possa guidare la cultura della legalità e la rinascita dello spirito pubblico.

C’è un immenso buco nero nel quale sprofondano i corpi e le coscienze. Il populismo e l’antipolitica sono il concime di questo brodo di coltura che erode la legalità e allarga la voragine. Il berlusconismo non è una medicina contro questa peste, tutt’al più un placebo se non addirittura un veicolo inconsapevole che accresce la diffusione dell’epidemia. Spero con tutto il cuore di sbagliarmi, ma temo di no.

* * *

Poi c’è l’economia e Giulio Tremonti in veste di Grande Elemosiniere. Emma Marcegaglia e la luna di miele tra la sua Confindustria e un governo “capace di inaugurare una nuova e irripetibile stagione” all’insegna del decisionismo. Va guardata con molta attenzione questa capacità decisionale della politica. Personalmente penso anch’io che sia un elemento positivo per realizzare soluzioni appropriate.

La crescita non è una soluzione ma un auspicio e semmai un effetto. La Marcegaglia punta sull’aumento di produttività e lo lega soprattutto al costo del lavoro e ad una nuova contrattualistica aziendale. Sono certamente due elementi di rilievo ma non quelli essenziali. La contrattazione aziendale lascia fuori a dir poco l’85 per cento delle imprese, cioè tutte quelle che stanno al di sotto dei trenta dipendenti. In quella moltitudine non c’è traccia di sindacato, l’alternativa al contratto territoriale è il nulla.

Aggiungo che il vero elemento che influisce sulla produttività è l’innovazione, che non dipende dai lavoratori ma dall’imprenditore, dal suo genio e dalle sue capacità di ricerca. Innovazione di processo e innovazione di prodotto. La seconda molto più decisiva della prima.

Emma Marcegaglia e la sua Confindustria rappresentano le imprese, ne sono un ufficio di relazioni pubbliche, ma l’innovazione sono le imprese che debbono produrla. Se c’è stato un crollo di produttività e un crollo ancora maggiore di competitività, le responsabilità ricadono almeno per il 40 per cento sulle imprese, per il 50 per cento sulle carenze infrastrutturali e di illegalità pubblica, cioè sullo Stato. Il costo del lavoro non pesa più del 10 per cento. Non è irrilevante ma non è da lì che si risolve il problema.

Tremonti lo sa benissimo. Anche Draghi lo sa e anche la Marcegaglia dovrebbe. Purtroppo per loro e per tutti noi, saperlo non basta.

***

La ricontrattazione dei mutui immobiliari è un buffetto sulla guancia dei mutuatari, un’operazione di pura immagine. Se stai affondando ti converrà accettare il tasso fisso del 2006 invece di quello attuale, assoggettandoti al prolungamento delle rate più gli interessi aggiuntivi. Otterrai un uovo oggi e dovrai ripagarlo con una gallina domani. L’operazione non è a costo zero, le banche ci guadagneranno, lo fanno per questo.

L’abolizione dell’Ici non serve assolutamente a nulla. Tremonti vi è costretto per onorare l’impegno elettorale assunto da Berlusconi. Anche qui pura immagine fornita ad una platea credulona. Il ministro dell’Economia ne valuta il costo ad un miliardo e lo motiva come un modo per rilanciare la domanda interna. Questa è un’enormità che una persona responsabile non dovrebbe propinare senza arrossire per quel che vuole far credere. Un miliardo per rilanciare la domanda? Un miliardo ottenuto detassando un’imposta di natura patrimoniale? Onorevole ministro dell’Economia, ma si rende conto? Ritiene gli italiani gonzi al punto da credere ad una panzana di queste dimensioni? Poi c’è la detassazione degli straordinari e delle parti flessibili delle retribuzioni. Emma Marcegaglia si è fatta male alle mani per gli applausi tributati a questo provvedimento. Costa – secondo il ministro – 2,6 miliardi.

Personalmente credo che costerà di meno. Il fatturato delle imprese rallenta, i premi di produzione si assottigliano. Se c’è meno fatturato ci saranno meno straordinari, non è così? Oppure ci sarà un blocco nelle assunzioni o addirittura chiusura di aziende e trasferimenti di produzione ad altre aziende collegate. Aumento di straordinari contro diminuzione dell’occupazione. Non è così che funziona, gentile Marcegaglia? Non è questa la logica del capitalismo, onorevole Tremonti?

Accrescere la produttività con queste misure è un marchiano errore. Accrescere la domanda, nemmeno parlarne. Quelle che certamente cresceranno saranno le disuguaglianze di trattamento. Il pubblico impiego è escluso dal provvedimento. Le donne che lavorano non fanno straordinari. Le piccole imprese e il lavoro precario sono un mondo nell’ombra con vita e logiche proprie difficilmente visibili. Quanto al lavoro degli immigrati è inutile parlarne.

Ma soprattutto, lo ripeto: detassare la parte flessibile del salario ha un senso in un’economia che tira; se è ferma o addirittura regredisce si tratta di pura immagine per avere titoli sui giornali e in tivù e qualche commento favorevole. Mi stupisce il Bonanni della Cisl. Angeletti almeno è più prudente.

* * *

Due parole sul ritorno del nucleare. Sono d’accordo con Umberto Veronesi: il tabù contro non ha più ragion d’essere ammesso che l’abbia avuta venticinque anni fa. Oggi una battaglia ideologica è priva di senso. Infatti non mi pare che ci sia qualcuno che voglia farla. Ci vorranno nove anni a dir poco per avere quattro centrali e un 10 per cento di nuova energia: questo è il piano preparato dall’Enel, altri studi specifici non ci sono e quindi diamolo per buono.

Saranno centrali di terza generazione. Detto in breve: nascono vecchie. Producono scorie. L’ammortamento è molto elevato, l’energia prodotta, per conseguenza, molto costosa. I francesi, tanto per parlare d’una economia della quale il nucleare rappresenta l’elemento-base, producono ormai con centrali quasi tutte ammortizzate. Ciò significa che l’energia prodotta oggi è vicina al costo zero. Le nostre, secondo l’Enel, avranno un costo di 30 miliardi.

L’ammortamento comincerà a pesare sul primo chilowattore prodotto. Dunque fuori mercato. Marcegaglia batte le mani. È un tic? Forse bisognerà imboccarla comunque, questa strada, ma c’è poco da applaudire. Non sarebbe meglio usare quella montagna di soldi per nuove ricerche di gas o nuove iniziative nelle energie alternative?

Agli esperti l’ardua sentenza. La sola cosa certa, lo ripeto, è che le future centrali di Scajola-Marcegaglia nascono vecchie. Per degli innovatori ad oltranza non è un grande obiettivo.

“Così il dialogo va in crisi” Sorpresa e irritazione nel Pd

23 Mag 08

Goffredo De Marchis

“Non possiamo ricominciare come nel 2001. L’emendamento che salva Rete4 e la partita della Rai non sono banalità. Se questo è l’atteggiamento di Berlusconi, non dobbiamo fare finta di niente. Anche il dialogo complessivo sulle regole rischia di andare in crisi”. Per Enrico Letta il primo vero scontro tra maggioranza e opposizione racconta di un Cavaliere che in sostanza è sempre lo stesso, di un’immagine soft che appartiene alla scenografia ma non alla realtà.

“L’ostruzionismo di oggi è una risposta chiara, ci voleva. Pronti, via e il governo si presenta con un provvedimento che difende gli interessi del premier: non è possibile. Così l’ipoteca sul confronto è troppo grande”, insiste il ministro ombra del Welfare.
La lettura dell’ex sottosegretario non è isolata. “Io sono per il dialogo, penso che si debba andare avanti, la linea giusta è questa – dice Andrea Martella, titolare delle Infastrutture nel governo Pd – . Ma evidentemente Berlusconi non è cambiato”. Però si può leggere anche in un altro modo. L’offensiva del Partito democratico contro l’emendamento sulle frequenze “mette fine a un equivoco”, dice Paolo Gentiloni. “Noi siamo opposizione ed esercitiamo fino in fondo il nostro ruolo, con tutti i mezzi”, spiega l’ex ministro delle Comunicazioni.

Questo non significa mettere in discussione la linea che Walter Veltroni ha presentato in campagna elettorale ai cittadini e che continua a perseguire in un dialogo diretto con Silvio Berlusconi. Anzi. “Che il Cavaliere avrebbe fatto di tutto per salvare le sue televisioni non è una sorpresa per noi. Potevamo aspettarci qualcosa di più sulla Rai, ma ci ha chiuso la porta in faccia – ammette Gentiloni – . Il confronto tra Pd e Pdl però si poggia su due pilastri: le regole e il no alla delegittimazione reciproca”. E il Berlusconi che non perde il vizio di curare gli interessi personali non ferma il tentativo di cambiare l’assetto istituzionale.

Certo, ora il Pd è chiamato ad abituarsi alla politica del doppio binario, così difficile da gestire in un Paese da anni diviso a metà. “Non c’è nessun imbarazzo da parte mia – dice Veltroni – . Siamo sconfitti, ma abbiamo preso anche un certo numero di voti su un programma chiaro: dialogo sulle regole senza guardare alle convenienze di parte ma perché conviene al Paese. E opposizione ferma sui provvedimenti del governo. L’emendamento sulle frequenze è uno di questi”. Marco Follini però avverte: “La televisione è la parte più complicata del dialogo politico-istituzionale. Antica saggezza consiglia di metterla in coda e non al principio”. Si riferisce, il neopresidente della giunta delle elezioni del Senato, all’incontro Veltroni-Berlusconi di venerdì che invece si è giocato anche sulla questione Rai. “Sulla tv pubblica abbiamo preso il due di picche”, sentenzia il dalemiano Nicola Latorre. Questo esito è ben chiaro anche al settimo piano di Viale Mazzini, il piano dei vertici. Dove sentono allungarsi la mano di Berlusconi “perché sul suo core business lui non fa sconti”. Dove la poltrona del direttore generale è in bilico e Claudio Cappon ne è perfettamente consapevole, tanto da studiare le contromosse, senza escludere la possibilità di farsi da parte prima della “bufera”. “Berlusconi – spiega Follini – è sospeso tra le sue intenzioni e il suo passato. Non possiamo dare per scontato che vincano le prime. Perciò è doveroso aprire il tavolo, ma è ingenuo pensare di non incontrare delle difficoltà”.

Latorre difende il dialogo. “Non dipende dall’affidabilità dell’interlocutore. È necessario, punto e basta. Ma non dobbiamo scambiare l’opposizione dura per un atteggiamento antiberlusconiano”. Del resto, Massimo D’Alema sull’Unità di ieri ha usato parole pesantissime contro il governo: “Il reato d’immigrazione clandestina è criminogeno”. Anche per lui però dal confronto non si scappa. Il dilemma è come non farsi schiacciare da un Berlusconi molto forte, in grado di iniziare una “vera luna di miele con il Paese” (D’Alema). Al loft hanno ben presente il sondaggio che attribuisce una crescita a Di Pietro e un calo al Pd, dopo il voto. “Al Cavaliere non bisogna toccare il portafoglio – dice Andrea Orlando, responsabile organizzativo del partito -. Bisogna vedere se sul resto è più disponibile. È un tavolo difficile, non c’è dubbio”.

Naufraghi tra rifiuti e ideologie

25 Mag 08

Lorenzo Mondo

L’Italia sta naufragando e quelli spaccano in quattro i capelli dell’ideologia; anziché dare una mano, intralciano le operazioni di salvataggio con le loro oziose e noiose cantilene. Come aprono bocca, accreditano fuor di misura agli occhi degli italiani le iniziative di Berlusconi. All’indomani del Consiglio dei ministri tenuto a Napoli, fioccano dalla sinistra radicale le accuse di autoritarismo e addirittura di latente fascismo. Rigettano l’annunciata politica sull’immigrazione, un fenomeno che, proprio perché finora mal governato, mette a repentaglio la sicurezza dei cittadini e la coesione sociale. Plaudono al governo Zapatero quando accusa pregiudizialmente di xenofobia quello italiano e fingono di ignorare che la Spagna ha adottato il pugno di ferro contro i clandestini, espellendone un numero spropositato, a decine di migliaia.

Non sono meno affetti da faziosità e livore per quanto riguarda Napoli, avvolta da sterminate distese di rifiuti che fanno sbiadire i raccapriccianti resoconti d’antan sul suo degrado. Li indigna, in particolare, il ricorso all’esercito per presidiare le nuove discariche che diano fiato alla città. Per contrastare le sommosse aizzate dalla camorra che, altra pervasiva forma di immondezza, sta muovendo una vera e propria guerra contro lo Stato. Fino a compromettere l’immagine internazionale del Paese con il vergognoso incendio di un campo rom. Basta evidentemente a questi sedicenti cultori del diritto, fautori di un paradossale dialogo a voce sola, che i rifiuti continuino a prendere la via della Germania o vengano smaltiti nelle discariche gestite dalla criminalità, contro le quali nessuno ha la faccia di protestare. Sfugge, malafede o insipienza, che la situazione, incancrenita per una paralisi decisionale durata troppo a lungo, esige interventi severi e risolutivi. Una sola cosa deve temere la gente dabbene, in primo luogo quella sacrificata di Napoli, che i propositi del governo restino lettera morta o siano attenuati per un’insorgente timidezza, per il timore di una malintesa impopolarità. Che può riferirsi soltanto alla camorra, a chi preferisce cedere a una fatalistica indolenza o, senza convincersi di dover pagare pegno, delega allo Stato astrattamente inteso la soluzione dei suoi problemi.


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