Archivio per 18 Maggio 2008

Quasi quasi difendo Travaglio

17 Mag 08

Lucia Annunziata

Vorrei dire qualcosa a favore di Marco Travaglio. Inizierei dal dichiarare i miei personali sentimenti nei suoi confronti. Non per protagonismo ma perché i «sentimenti» – rancore, gelosia, oltraggio, paura – mi pare siano gran parte della discussione in corso. Parlo per esperienza.

Mi sono trovata infatti nelle fauci affilate di Travaglio, all’epoca della chiusura di Raiot in Rai. Fauci capaci di lacerare carne e ossa. D’altra parte, mi difesi con denti che credo non fossero meno taglienti. Vari anni dopo, la questione è sopita – e magari mi illudo oggi che Travaglio abbia scoperto in quello scontro una persona più retta di quel che lui pensasse; di certo io oggi penso che quello è stato un passaggio necessario, nonché istruttivo, per chiunque faccia un mestiere pubblico.

Travaglio ha infatti la capacità di fare da magnete di tutte le opinioni, i malumori, i sospetti che oscuramente ruotano intorno a una persona, o a una situazione. E di dargli voce.

Questa voce è il ruolo fondamentale della critica; che il critico abbia nel merito torto o ragione, è irrilevante.

Il merito: è esattamente questo l’aspetto con cui la nostra democrazia non riesce a fare pace. La possibilità di criticare è un dovere/diritto che si esercita in campo democratico «a prescindere». Al di là del fatto che le critiche siano giuste o sbagliate, fondate o meno, rispettose o irrispettose. La critica si esercita come fattore di inter-azione, è parte della trama stessa del tessuto che tiene insieme una società. Soprattutto è il principale canale comunicatore che mantiene in dialettica ricchi e poveri, eletti ed elettori, buoni e cattivi. La critica è, insomma, un meccanismo necessario proprio in quanto violazione dell’ordine costituito: solo così obbliga la società a una verifica continua e a una messa a punto del suo funzionamento. Senza andare troppo lontano, basta vedere come l’efficacia del giornalismo, anche quello più istituzionale, è nella sua capacità di vedere i punti deboli, più che rafforzare i punti già solidi.

C’è invece in Italia, e il caso Travaglio lo prova, da molti anni l’opinione che la critica va fatta solo come «stimolo», solo se doverosamente incanalata dentro un cosiddetto rispetto della persona o delle istituzioni. Ma questa idea è storicamente errata: senza il costante bombardamento cui la nostra cultura si autosottopone, non saremmo chi siamo. E’ la nostra differenza di Occidentali, dopo tutto. Qualcuno ricorda alla fondazione del pensiero moderno l’Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam? O le tele allucinate di Hieronymus Bosch? La disinvestitura del potere, e lo svelamento della Pochezza che convive con la Grandezza sono dopo tutto i gesti che minano le piramidi sociali medioevali e inaugurano l’inizio dell’era moderna e della libertà individuale. Che ha dato a tutti noi il diritto di essere moralisti, fanatici, irragionevoli, cioè critici.

Ora, io penso che Travaglio, come tutti, sia fallibile ed abbia debolezze. Ma difendo l’idea che la sua irrispettosità dia forma a molte cose che il sistema non riflette o non include: che sia l’opinione dei deboli, o solo il sospetto, l’invidia, la rabbia, la reazione, è irrilevante. Rilevante è che questi elementi vengano alla luce. Come altro potremo spiegarci l’antipolitica? O pensiamo oggi che sia un fenomeno già concluso?

L’alternativa alla quale il sistema vuole arrivare, quale potrebbe invece essere? Un ordinato e rispettoso bussare alla porta assicurandosi prima di essere tutti ben accetti? Immaginare un mondo senza rabbie, sbavature e attacchi? E non sarebbe questo null’altro che la meccanizzazione di ogni diversità, un orwelliano paradiso riempito di aspidistre?

Certo, i politici, le istituzioni, tutti noi, abbiamo il diritto di non essere accusati ingiustamente, e di non essere vilipesi. Come del resto chiede appunto per sé anche Travaglio. Ma questo diritto si afferma nella spiegazione, nello scontro, nella capacità, insomma, di rispondere alla guerra; non nel dettare regole preventive, quali voler conoscere prima la sceneggiatura, o le domande di una intervista, o rivedere un articolo.

Cos’è alla fine la leadership se non saper sopravvivere alle critiche? Il dunque delle democrazie più compiute delle nostre è proprio questo: cosa ci insegnano infatti le sanguinose primarie in Usa, o la vita di leader come Blair o Thatcher? Solo da noi la leadership pare voler essere misurata unicamente dal suono di cimbali e trombette. Solo in Italia la leadership identifica il rispetto con l’unanimità di lodi, e la forza delle istituzioni con il silenzio che le circonda.

La zattera della medusa

18 Mag 08

Barbara Spinelli

Si è parlato molto, negli ultimi anni, della casta politica e delle sue cecità, dei suoi privilegi. Si è parlato della distanza che la separa dal cittadino, dal suo quotidiano tribolare. Si è parlato assai meno della malattia, vasta, che affligge l’informazione e il compito che essa ha nelle democrazie. Compito di chiamare i poteri a render conto, tra un voto e l’altro. Compito d’abituare l’opinione pubblica non a inferocirsi, ma a capire le complicazioni, a esplorarne le radici, a scommettere con razionalità su rimedi non subito spettacolari. Compito di formare quest’opinione, cosa che spetta all’informazione in quanto «mezzo che mette il cittadino a contatto con l’ambiente che sta al di fuori del suo campo visuale»: lo scriveva Walter Lippmann nei primi Anni 20, e la missione è sempre quella. La malattia non è solo italiana, sono tante le democrazie alle prese con un’informazione che fallisce la prova, che al cittadino non rende visibile l’invisibile, che dal potere politico si fa dettare l’agenda, le inquietudini, gli interessi prioritari. Che è vicina più ai potenti o alle lobby che ai lettori. Che alimenta il clima singolare che regna oggi nelle democrazie: come se vivessero un permanente stato di necessità – di guerra – dove per conformismo si sospendono autonomie, libertà di dire.

La grande stampa Usa si è fatta dettare l’agenda da Bush, per anni. La stampa francese per anni s’è dedicata ai temi prediletti da Sarkozy. Quel che ci rende originali non è dunque la malattia. È il fallire del sistema immunitario, che altrove generalmente funziona. Non sappiamo liberarci dalle patologie, dalle loro cellule.

Siamo immersi in esse con compiacimento, con il senso di potenza che dà l’ebbro sentirsi in branco: lo straordinario conformismo che disvelò Jean-François Revel (Pour l’Italie, 1958) non è scemato. In Italia c’è poca auto-stima ma anche poca analisi di sé. Un romanzo spietato come Madame Bovary è da noi impensabile. Quanto all’informazione, nulla che somigli alle autocritiche dei giornalisti Usa sull’Iraq, emerse quando Katrina travolse New Orleans.

L’informazione italiana non produce anticorpi atti a ristabilire un contatto con la società. Il risultato è palese, oggi, e lo storico Adriano Prosperi lo descrive con nitidezza: nel Palazzo «un venticello dolce di mutuo rispetto tra maggioranza e opposizione, un gusto della correttezza (…) un’aria di intesa e di pace». Fuori, intanto: una guerra tra poveri, e pogrom moltiplicati contro rom e diversi (la Repubblica, 16-5). Il guaio è che anche la stampa è Palazzo: incensa serenità politiche ritrovate e scopre, d’improvviso, una società inferocita da tempo, ormai indomabile dalla destra che l’ha sobillata.

L’enorme polemica suscitata da alcune affermazioni televisive del giornalista Marco Travaglio è sintomo di questa malattia, assieme alla violenza, impressionante, con cui alcuni si scagliano contro di lui (in primis un grande professionista d’inchieste giudiziarie come Giuseppe D’Avanzo). Il Paese traversa tifoni, e i giornalisti trovano il tempo di scannarsi a vicenda come fossero nell’ottocentesca Zattera della Medusa. Chi ha visto il quadro di Géricault, al Louvre, ricorderà la cupa zattera, dove pochi naufraghi pensarono di salvarsi a spese di altri. Su simile zattera sono oggi i giornalisti, mangiandosi vivi. L’istinto della muta è forte in tempi di necessità, di Ultimi Giorni dell’Umanità.

Ignoranza e mancanza di memoria sono tra i mali che impediscono di smettere il cannibalismo tra giornalisti e di suscitare un’opinione pubblica informata. Si ignora quel che succede nel Paese, e da quanto tempo. Il pogrom di Ponticelli non è un evento nuovo. Violenze di mute cittadine contro il capro espiatorio già sono avvenute il 2 novembre 2007, quando squadracce picchiarono i romeni dopo l’assassinio di Giovanna Reggiani. Già il 21-22 dicembre 2006 presidi cittadini incendiarono un campo nomadi a Opera presso Milano, approvati da un consigliere comunale leghista, Ettore Fusco, ora sindaco. E non erano violenze nate da niente, avevano anch’esse album di famiglia che chi ha memoria conosce: la tortura di manifestanti no-global a Genova nel 2001; gli sgomberi dei campi Rom attuati brutalmente dal Comune di Milano nel giugno 2005; le parole del presidente del Senato Pera contro i meticci nell’agosto 2005; le complicità del governo Berlusconi nel rapimento di Abu Omar e nella sua consegna ai torturatori egiziani.

Erano pogrom anche quelli del 2006-2007, e gli oppositori di allora non sapevano che a forza di aizzarli avrebbero suscitato i mostri che adesso, grazie all’allarme europeo, devono condannare. La perdita di memoria è stupefacente, ramificandosi s’espande. D’un tratto Berlusconi è «un’altra persona», al pari di suoi amici come Dell’Utri, Schifani. Non hanno dovuto fare ammenda: sono altre persone perché il conformismo fa letteralmente magie. Non si ricorda quel che è stato Berlusconi ancora ieri: come quotidianamente ha delegittimato Prodi, trascinando dietro di sé l’informazione. Di conflitto d’interesse non si parla più. Non si ricordano i trascorsi dei suoi uomini. I rapporti con la mafia o il vivere vicino a essa sono pur sempre una loro macchia. Travaglio ha avuto il cattivo gusto di non uniformarsi, di dirlo a Fabio Fazio su Rai3. Sta pagando per questo.

Fa parte del conformismo giornalistico il fascino per il potere (il vizio infantile descritto nel libro di Scalfari: non solo i buoni vincono ma chi vince è buono). E anche se il fascino esiste altrove, in Italia è diverso: proprio perché lo Stato è debole, la massima irriverenza verso le cariche repubblicane si mescola non di rado a riverenze esagerate (verso il presidente del Senato, anche verso il Capo dello Stato). L’usanza non esiste in regimi presidenziali come America e Francia.

Travaglio è un professionista che ha molto investigato, ma ve ne sono altri: Abbate che ha indagato su mafia e politica, o Peter Gomez, Gian Antonio Stella, Elio Veltri, Carlo Bonini, Francesco La Licata. Anche D’Avanzo è fra essi, e per il lettore non è chiaro perché si sia tanto accanito contro Travaglio, il cui carattere non è più spigoloso di altri astri giornalistici. Travaglio si è chiesto come mai un politico dal passato non specchiato sia presidente del Senato. Non è illegittimo. Ha violato il sacro della carica, ma la prossimità di Schifani alla mafia è già stata descritta da Lirio Abbate e Peter Gomez ne I Complici – in libreria dal marzo 2007 – senza che mai sia stata sporta querela. Berlusconi s’avvia a esser osannato allo stesso modo, metamorfizzandosi in tabù. L’antiberlusconismo non è più una normale presa di posizione politica; sta divenendo un insulto che disonora oppositori e giornalisti. Qui è l’altra originalità italiana. Nessuno si sognerebbe in America di accusare il New York Times o i democratici di anti-bushismo, nessuno in Francia denuncerebbe l’anti-sarkozismo di Libération o dei socialisti. Da noi lo spirito dell’orda è tale che ieri era indecente difendere Prodi, oggi è indecente attaccare Berlusconi.

Le precipitose scuse di Fabio Fazio non erano necessarie. Più appropriato è quello che ha detto dopo, su La Stampa del 13 maggio: «L’idea che si immagini sempre il complotto, la trama, fa pensare che non possa esistere la normalità; è come se non si riuscisse a concepire che in Italia c’è chi lavora autonomamente. Noi giornalisti non siamo dipendenti della politica. Semmai questo è un atteggiamento proprietario che ha la politica nei confronti dei cittadini». Che cos’è la normalità, per il giornalista? È non farsi intimidire, non lasciarsi manipolare dalla violenza con cui il presidente della Camera Fini giustifica, in aula, gli attacchi a Di Pietro («dipende da quel che dici»). È lavorare solo per i lettori: via maestra per fabbricarsi gli anticorpi che mancano.

Federalismo a singhiozzo

18 Mag 08

Francesco Giavazzi

Nella cittadina americana in cui vivo, nello stato del Massachusetts, il sindaco ha deciso di costruire una nuova scuola. Sostituirebbe un edificio del 1970, che funziona ma comincia a mostrare i suoi anni. Costo stimato del progetto, circa 200 milioni di dollari (130 milioni di euro). Poiché negli Usa le scuole sono interamente finanziate dalle città — non solo gli edifici, anche gli stipendi degli insegnanti— per far fronte a questa spesa il sindaco ha deciso di aumentare per qualche anno l’Ici. (Oggi l’aliquota è l’1%, non del valore catastale, come in Italia, ma del valore di mercato della casa, aggiornato ogni anno tenendo conto dei prezzi di abitazioni simili vendute nel corso dell’anno).

I cittadini (circa 80.000 famiglie) si sono ribellati e hanno chiesto un referendum. Il 20 maggio voteranno su tre proposte: (1) accettare la decisione del sindaco, (2) cancellare il progetto della nuova scuola e non aumentare l’Ici, (3) accettare l’aumento dell’Ici, ma destinare il maggior gettito all’assunzione di nuovi professori per migliorare la qualità delle loro scuole. (Sul sito internet del Massachusetts, www.mass.edu/mcas, si può consultare una classifica delle scuole dello Stato, compilata sulla base di un test che viene svolto ogni anno dagli allievi di ciascuna scuola. Si è osservato che, se le scuole di una città peggiorano, il prezzo delle case scende, il gettito dell’Ici si riduce e la città declina). Questo è federalismo! «Crescere vuol dire incentivare forme di autogoverno federalista», ha detto Silvio Berlusconi la scorsa settimana presentando il suo programma al Parlamento.

Ma allora perché il primo atto del nuovo governo è la cancellazione dell’Ici? Di tutte le imposte l’Ici è la più federalista, e anche la più efficiente. Il gettito non va a Roma, rimane ai Comuni. E se con quel gettito il sindaco non aggiusta le strade, i cittadini, incontrandolo in piazza, possono chiedergliene conto e avvisarlo che se continua così non verrà certo rieletto. Chi può controllare come sono utilizzate le imposte che affluiscono al governo centrale? A chi può rivolgersi il cittadino se pensa che i servizi che riceve dallo Stato centrale non valgano le tasse che paga al governo di Roma? Ieri il sottosegretario Vegas ha detto che i Comuni verranno compensati per il gettito perduto. Doppio errore: innanzitutto perché se così fosse le tasse evidentemente non scenderebbero. E poi perché quel sindaco che non aggiusta le strade potrebbe dire che non è colpa sua, ma del governo che gli lesina risorse.

Come ha scritto l’ex-rettore dell’università di Padova, Gilberto Muraro (www.lavoce.info), «l’abolizione dell’Ici è una vittoria dell’apparenza sulla sostanza. Il minor gettito dei Comuni sarà compensato con trasferimenti dal centro. Ma l’Ici si autocontrolla, perché il sindaco deve soppesare la popolarità resa dai maggiori servizi con l’impopolarità creata dalla più pesante imposta. Un sussidio per definizione non basta mai sul piano politico e genera una domanda unanime di incremento, alimentando tensioni tra centro e periferia». Fanno bene Berlusconi e Tremonti a iniziare tagliando le tasse. Purché lo facciano davvero, non per finta: lo avessero fatto nel 2001, forse cinque anni dopo non avrebbero perso le elezioni. Ma qualcuno mi spiega perché di tutte le imposte vogliono cominciare proprio dall’Ici?

18 maggio 2008

Il buon senso delle badanti

17 Mag 08

Gian Antonio Stella

«Nel vocabolario del ministro dell’Interno non esiste la parola sanatoria », ha detto Roberto Maroni. Nei suoi dintorni, evidentemente, non ci sono disabili o vecchi in difficoltà. Buon per lui. I familiari di centinaia di migliaia di anziani e portatori di handicap si sono però sentiti mancare il fiato: come possono fare, senza una badante? Certo, se la macchina dell’assistenza girasse senza un cigolio, i problemi sarebbero limitati. Ma in una realtà come la nostra? Ogni centomila abitanti con più di 65 anni, dice il Censis, abbiamo 204 ospiti nelle strutture pubbliche. Pochissimi.

Tanto più in un Paese che ha una quota di anziani destinata a salire nel 2016 a nove milioni e mezzo di ultrasettantenni, pari a tutti gli abitanti della Lombardia. Non bastasse, questi posti sono ripartiti con disparità abissali: 313 nell’Italia settentrionale, 135 in quella centrale, 82 in quella meridionale e nelle isole. Per non citare i casi limite: 490 letti ogni 100mila anziani in Trentino, 46 in Campania. Undici volte di meno. Va da sé che le badanti, al di là delle ipocrisie, sono state una benedizione per centinaia di migliaia di famiglie. Al punto che lo stesso Umberto Bossi, dopo avere bellicosamente barrito un tempo che «un milione di prostitute clandestine» avrebbero cercato di «spacciarsi per colf ed essere regolarizzate », è diventato assai più prudente.

E se la cronaca regala rare storie di badanti che rapinano la vecchietta, non mancano esempi opposti. Come quello della moldava clandestina che a Venezia ha rischiato la vita per i «suoi» anziani colpiti da una fuga di gas pur sapendo che una volta scoperta sarebbe stata espulsa. Insomma, salvo eccezioni non sono le badanti ad agitare i sonni di tanti italiani che si sentono insicuri. Anzi. Tant’è che ieri, mentre il sondaggio di corriere.it dimostrava che l’81% dei cittadini è favorevole a una sanatoria per le collaboratrici extracomunitarie escluse da quote di accesso insensate (solo 6.199 su quasi 79 mila in provincia di Milano), lo stesso segretario dell’Ugl Renata Polverini, sul Secolo d’Italia, ha chiesto di usare il buon senso per far fronte alle «torrenziali richieste di permesso di soggiorno».

Né pietismo né permissivismo: buon senso. Lo suggeriscono vicende come quella di Maria Grazia Marzot, una teologa che affetta da sclerosi multipla non può portare il cucchiaio alla bocca ma un’alba si vide portar via dai carabinieri la rumena che le consentiva di vivere ma non aveva strappato uno dei 28 permessi contro 1.300 richieste provinciali. Lo suggeriscono gli studi del docente Alessandro Castegnaro secondo cui, come sostiene anche Giancarlo Galan, se la Regione dovesse farsi carico dei 30 mila vecchi che nel solo Veneto sono accuditi da badanti, dovrebbe spendere 440 milioni di euro in più, per non dire degli ospizi da costruire con un costo di almeno 150 mila euro a letto. Lo suggerisce infine il rispetto della nostra storia: anche le nostre nonne sono emigrate a centinaia di migliaia. Facevano le balie ai bambini e non ai vecchi. Ma erano badanti, spesso clandestine, anche loro.

L’Europa della fiducia

15 Mag 08

Dario Di Vico

Il protagonista del Forum Economia e Società Aperta è stato Jean-Claude Trichet. Il presidente della Bce ha pronunciato parole chiare sui rischi che corrono le economie europee ma soprattutto ha rivendicato il valore dell’Operazione Euro. Una lungimirante scelta di governo della globalizzazione, che «non ha cambiato solo noi, ma anche il mondo». Trichet rappresenta meglio di altri il profilo volitivo dell’Europa, la capacità delle sue istituzioni di reggere l’urto della crisi e le pressioni dei governi nazionali. Il presidente della Bce è arrivato a Milano sulla scia del successo ottenuto nel duello a distanza con Nicolas Sarkozy che voleva ridimensionarne l’autonomia e invece ha dovuto fare marcia indietro. L’autorevolezza dimostrata nella gestione dei tassi e la risposta immediata che Francoforte ha saputo dare alla crisi dei subprime sono ulteriori elementi che convalidano la percezione di un’Europa che coltiva nuove ambizioni.

Se la vicenda dell’euro dimostra che governare la globalizzazione non è una contraddizione in termini, l’intera costruzione comunitaria è un «caso di scuola » quanto a gestione della complessità e può rappresentare una bussola in una fase in cui c’è un palese vuoto di indirizzi. La crisi finanziaria, l’esplosione dei prezzi delle materie prime, la transizione degli Usa che stanno archiviando l’era Bush e attendono il successore, sono tutti avvenimenti che accentuano la sensazione di vivere in un mondo non governato, che corre senza freni verso un futuro oscuro. Questo vuoto, almeno parzialmente, l’Europa può riempirlo se gioca le sue carte con rinnovata motivazione, se si presenta come un’offerta dinamica e se ritrova la sinergia politica con quei governi che sovente l’hanno contraddetta. Vuoi difendendo i campioni nazionali, vuoi cedendo alla logica degli aiuti di Stato e mostrandosi incapaci di fronteggiare il divide et impera energetico di Putin.

Ma per riempire il vuoto di governance l’Europa è chiamata a riconquistare i suoi cittadini. Si avvicina il referendum irlandese sul Trattato di Lisbona e dalle urne potrebbe venir fuori un responso negativo. Non sarebbe una sciagura paragonabile al doppio no francese e olandese del 2005, ma comunque si tratterebbe di un nuovo stop. Una dimostrazione che le paure degli europei continuano a tener banco e le forze riformiste hanno forse sottovalutato il segnale della Bolkestein, la liberalizzazione dei servizi affondata dai parlamentari di Strasburgo. In quell’occasione il fantasma dell’idraulico polacco che insidiava i posti di lavoro degli artigiani francesi fu usato contro la modernizzazione, contro i consumatori e per legittimare lo status quo. E allora la domanda diventa: come possiamo evitare nuove Bolkestein? Ricostruendo un feeling con i propri elettori, viene da rispondere. Altrimenti le regole che nel frattempo, pur faticosamente, ci saremo dati, i trattati che avremo scritto, si infrangeranno sullo scoglio dell’incomprensione popolare. Per chi sostiene una globalizzazione dolce e governata c’è solo da aprire quei dossier che attendono risposte. Come evitare forme di concorrenza al ribasso tra lavoratori autoctoni e immigrati, come costruire un modello europeo che guidi la riforma dei welfare nazionali, come indirizzare un mercato del lavoro che non carichi tutta la flessibilità dal lato dei figli e non preservi la rendita di posizione dei padri. Di cose da fare ce n’è.


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