Archivio per 16 Maggio 2008

Contro ogni illegalità

16 Mag 08

Federico Geremicca

La polizia non li ha ancora trovati. E secondo i più, per la semplicissima ragione che non li ha ancora nemmeno cercati. Il quartiere – Ponticelli, periferia di Napoli – sa chi sono e li protegge. Anche i rom sopravvissuti al rogo sanno chi sono: ma l’ultima cosa che oggi farebbero – comprensibilmente – è denunciare chi ha bruciato il loro «campo». Hanno già troppi guai per andarsene a cercare altri, magari scatenando di nuovo l’ira dei giovani camorristi del clan Sarno: giovani che le donne del quartiere difendono, avendo «vendicato» con molotov e coltelli il tentato sequestro – o presunto tentato sequestro – di una bimba di sei mesi da parte di una zingara sedicenne. E così gli autori dei ripetuti raid contro i campi nomadi se ne vanno tranquillamente a zonzo per le strade di Ponticelli come niente fosse, tornano a casa a pranzo per mangiare la pasta con il ragù e – liberato a modo loro il quartiere dagli zingari – riprendono le tradizionali occupazioni criminali. Inaccettabile. E intollerabile, in un Paese che si proclama – e in teoria non a torto – culla della legge e del diritto.

Essendo arrivata, come gli ultimi episodi dimostrano, a un livello ormai di guardia, la questione immigrazione-criminalità rende urgenti e necessari – a questo punto – atti concreti, visibili e coerenti con lo status italiano di Paese civile, moderno e orgogliosamente europeo.

Il primo di questi atti – non foss’altro perché il più semplice – consiste nell’individuare e nell’assicurare alla giustizia il «commando» che per quarantott’ore, con molotov e assalti ripetuti, ha terrorizzato uomini, donne e bambini rom nei «campi» di Ponticelli. La giustizia «fai da te» è inaccettabile in ogni caso, ovviamente. Sul fronte della lotta all’immigrazione clandestina rischia, oltretutto, di diventare perfino pericolosa, complicando i rapporti con Paesi dei quali occorre invece conquistare fiducia e collaborazione e spingendo gli immigrati clandestini dediti al crimine a sentirsi e a organizzarsi come parte di una guerra per bande. Non è questa la via, naturalmente. Ma non basta proclamarlo: occorre dimostrarlo. Prima di tutto individuando i componenti del «commando» di Ponticelli: così da non dare l’impressione che lo Stato lasci campo libero alla camorra, autorizzata a fare il «lavoro sporco» e a risolvere a modo suo i problemi di difficile convivenza con i rom.

Proprio i rom – gli zingari, i nomadi – sono finiti da qualche giorno al centro della questione-sicurezza, di un allarme sociale un po’ isterico che individua di volta in volta il pericolo in questa o quella etnia: prima gli albanesi, poi i nigeriani e ora i romeni e i rom, i più deboli «politicamente» non avendo alle spalle uno Stato in cui si riconoscano. Pagano oggi, probabilmente, un discutibile giustificazionismo culturale che ha accompagnato per decenni il loro vagabondare per l’Europa, e che per difendere il loro status di popolo quasi «in via d’estinzione» – e portatore di tradizioni e cultura da tutelare – non ha visto quanto delinquere e allarme sociale seminasse il loro girovagare. Sono loro, oggi, nell’occhio del ciclone. E lo sono tanto – e a prescindere da ogni razionale valutazione – che nel clima di eccitazione generale può perfino accadere a un sindaco popolare (e certo non arrendevole) come Sergio Chiamparino di finire travolto dalle critiche per aver assunto provvedimenti a favore dei proprietari di case che decidano di affittare un appartamento a un nomade. L’accusa è di occuparsi delle case per i rom, invece che per gli italiani; e di farlo – è l’ultima leggenda metropolitana – addirittura «perché Chiamparino ha sposato una rom».

All’illegalità di singoli e di gruppi d’immigrati clandestini non si può reagire – è il caso di Ponticelli – con l’illegalità. Al crimine si risponde, piuttosto, tenendo fermi i principi di uno Stato di diritto e mettendo in campo – rapidamente – tutti gli strumenti legislativi, repressivi e organizzativi a disposizione. Il governo entrato in carica ha la forza e il consenso necessari per adottare interventi energici in materia. Decida il da farsi e poi lo faccia: ma accompagnando la sua iniziativa repressiva con la netta affermazione che l’ordine e la giustizia in questo Paese sono assicurati dallo Stato e non da iniziative individuali o, peggio ancora, di bande di criminali. Può fare l’una e l’altra cosa. E può farlo perfino più agevolmente di quanto potrebbe un governo di centrosinistra, non essendo sospettabile di indulgere in buonismo, sociologismo e giustificazionismo storico.

Un punto per Tremonti

16 Mag 08

Riccardo Barenghi

Bisognava aspettare Giulio Tremonti per riuscire ad ascoltare qualcosa di sinistra, o quantomeno di buonsenso progressista da un ministro dell’Economia.

Eppure il centrosinistra ha governato questo Paese per sette anni, e di ministri intelligenti, capaci e anche progressisti ne ha avuti addirittura quattro (Ciampi, Amato, Visco e Padoa-Schioppa). Ma non è mai successo che uno di loro dicesse quel che Tremonti ha avuto il coraggio di dire ancor prima di essere entrato nel pieno delle sue funzioni. Ossia il coraggio di dire che i sacrifici stavolta toccano alle banche, ai petrolieri e ai supermanager che guadagnano cifre da capogiro.

Demagogia, facile populismo, parole al vento alle quali non seguiranno i fatti? Può darsi, magari il neo responsabile dei conti pubblici non riuscirà a fare quel che ha detto, probabilmente le lobby si muoveranno (si stanno già muovendo) con tutte le loro armate per impedire questo «esproprio proletario» ai loro danni. Ma intanto Tremonti l’ha detto, e non è un caso che nel suo mirino siano finiti due settori (banche e petrolieri) tra i più discussi del capitalismo. Quelli che fanno soldi con i soldi (degli altri) o con il bisogno primario di tutti gli italiani di muoversi, produrre e far muovere le merci. E insieme con loro, quei grandi gestori delle imprese che, pur non essendo affatto parassitari, guadagnano cifre poco sostenibili per l’opinione pubblica.

Ci voleva molto per i ministri dell’altro campo dire una cosa analoga, dodici anni fa (entrata nell’euro pagata a caro prezzo da tutti gli italiani), dieci anni fa quando si trattava di consolidare il rientro dal deficit, otto anni fa quando bisognava prepararsi alle elezioni del 2001 (perdute). O due anni fa quando le tasse sono invece state aumentate per tutti (tranne che per le banche e i petrolieri)? Purtroppo sì, ci voleva molto. Ci voleva uno sforzo titanico per vincere la paura della propria ombra.

Pensate a quale putiferio si sarebbe scatenato, alle reazioni violente di tutta l’opposizione (magari anche dello stesso Tremonti), quelle di molti opinion makers che su giornali e televisioni si sarebbero indignati contro il «dirigismo comunista che vuole tarpare le ali al capitalismo dinamico», che non ha il coraggio di tagliare la spesa pubblica, di licenziare i fannulloni, che vuole colpire i ricchi per ragioni ideologiche, e così facendo provoca recessione e deprime i consumi…

Ma oggi nessuno osa prendersela con Tremonti per queste stesse ragioni, certo non lo si può accusare di essere un bolscevico, al massimo un colbertista no global. E allora applausi e apprezzamenti, finalmente qualcuno che ha il coraggio di colpire chi non è mai stato colpito. Ce l’avessero avuto i suoi predecessori di centrosinistra questo stesso coraggio forse oggi, chissà, Berlusconi non avrebbe vinto le elezioni. Perché magari alcuni milioni di elettori che avevano votato per quella parte politica si sarebbero sentiti rappresentati dai loro eletti e forse, chissà, anche una parte di quelli del centrodestra, ché pure loro fanno mutui, pure loro pagano benzina e gasolio sempre più cari, pure molti di loro non amano chi si arricchisce senza sforzo.

Invece niente, poche parole, pochissimi fatti (la lotta all’evasione fiscale ne è forse l’unico esempio), nessuna suggestione ideale, programmatica, alla fine politica. Potevano quantomeno provarci e pure se non ci fossero riusciti sarebbe stato quantomeno apprezzato il tentativo. Macché, troppo attenti a non farsi sparare addosso, spasmodicamente sensibili a qualsiasi refolo provenisse da quei settori del capitalismo che li guardavano con sospetto, tragicamente tremebondi di fronte a ogni articolo di fondo uscisse sui giornali, troppo legati psicologicamente al loro passato per non avere paura che qualcuno glielo ributtasse addosso. Basti ripensare a cosa è accaduto dopo quell’infelice e goliardico manifesto di Rifondazione – «Anche i ricchi piangano» – dentro l’Unione: prese di distanza, critiche impietose, condanne morali: noi non vogliamo far piangere nessuno, per carità, ma far ridere tutti. Invece piansero tutti (tranne le banche e i petrolieri) e tra una lacrima e l’altra votarono per Berlusconi (e per Tremonti).

I cattolici del settimo nano

16 Mag 08

Filippo Di Giacomo

Per Tonino Tatò, era una certezza. In Italia, scriveva il cattolico più amato dalla sinistra, si può benissimo governare senza i preti ma è impossibile governare contro i preti. Anche tramite l’utilizzo di questa ricetta, dopo aver sanato l’annosa ferita stalinista con la Chiesa cattolica, nel 1975 e nel 1984 Berlinguer e il suo Pci riuscirono a ottenere un risultato elettorale che si aggirava intorno al 35%. I tempi non devono essere poi così cambiati se, applicando la stessa formula, Berlusconi è riuscito a raggiungere più o meno lo stesso risultato nell’aprile del 2008, vincendo la recente tornata elettorale. Visto che le cose stanno proprio così, e visto che in tanti constatano l’assenza della «componente cattolica» nell’attuale Consiglio dei ministri, ne consegue che alla lista dei sei partiti morti a causa del mal di quorum bipolaristico deve essere aggiunto anche il nome di un altro illustre scomparso. Il settimo nano, ormai estinto, è quel cattolicesimo politico che negli ultimi tre lustri abbiamo spesso e volentieri osservato imbrigliato in una serie di polarizzazioni sterili, mediaticamente efficaci, facilmente sospettabili di essere sempre imposte – dall’alto e dai soliti due o tre personaggi – sulla testa dei cattolici italiani e dei loro 226 vescovi, strategicamente ordinati all’interno di un’imbarazzante e muscolare presenza politica.

A quanto pare, il Cavaliere dopo aver pesato il valore aggiunto dell’Udc all’interno della sua coalizione, si è astenuto da ogni patto politico con chiunque sfoderasse il convinto cipiglio, e la luccicante corazza, del cattolico da combattimento. «L’Udc merita di crescere e non di sparire», «Berlusconi pare abbia somatizzato l’idea che i cattolici siano politicamente inaffidabili», hanno fatto rimbalzare da Avvenire, prima e dopo le elezioni, la mente e il braccio degli eventi di piazza e di immagine by cardinale Ruini. Invece, a questo giro e nonostante le profferte, nessuna delle forze cha hanno composto il Pdl ha fatto campagna elettorale prendendo in leasing l’identità cattolica. Per una così sana omissione, l’attuale premier e i suoi sono stati certamente aiutati dal ruolo che si sta pazientemente ritagliando l’attuale presidente della Conferenza episcopale italiana, notoriamente più preoccupato di far sentire la voce dei vescovi piuttosto che far vedere i loro muscoli.

Con l’astensione Berlusconi-Bagnasco, a metà aprile, durante le ultime elezioni, si è incrinato dunque quello specchio, pedissequamente osservato dai giornali e dalle forze politiche, dove è apparsa sempre e unicamente un’immagine di Chiesa carica di soldi e di potere. È un’immagine artefatta, creata dalla politica grazie al Concordato del 1984 e per comprenderlo sarebbe sufficiente andare a rileggere ciò che Tarcisio Bertone, allora docente di diritto pubblico ecclesiastico, scriveva nei suoi contributi ai quattro volumi di Il diritto nel mistero della Chiesa. In applicazione della teoria del «Tevere più largo» così cara a Spadolini, è stata l’Italia a chiedere che Vaticano e Santa Sede rimanessero confinati nel loro ruolo soprannazionale, e che le vicende di casa nostra fossero trattate da italiani e tra italiani. La necessità di autorizzare il presidente della Cei a un ruolo così marcatamente pubblico è stata un regalo, forse il meno utile, che la politica italiana ha concesso ai cittadini credenti di questo Paese. Il cardinale Angelo Bagnasco sembra molto intenzionato a voler abituare laici e credenti a un parsimonioso utilizzo del qualificativo «cattolico». Un termine questo che il rappresentante dei nostri vescovi associa sempre in riferimento a coloro che, qualunque partito scelgano nel segreto dell’urna, ricorrono però al cattolicesimo per vivere e impegnarsi a far funzionare in senso democratico, legale e solidale il sistema di valori e di relazioni che fanno pulsare il cuore del nostro Paese. Speriamo che sia ben comprensibile anche a coloro che, a Genova e a Savona, promettono manifestazioni e contestazioni contro il Papa ed i vescovi. Perché andare contro i preti, credendo che il cattolicesimo politico italiano sia solo nostalgia, è un errore che nessuno può ancora permettersi.

La tv non è la terza Camera

16 Mag 08

Oliviero Diliberto

Non siamo più in Parlamento. Colpa nostra, certo. Ma anche per via dello sbarramento previsto dalla legge elettorale. Ma quale legge ha stabilito la soglia di sbarramento anche per l’accesso alla televisione?

A La Stampa va il merito di aver aperto il dibattito sulla rappresentazione delle forze politiche dopo la tornata elettorale del 13 e 14 aprile. Marcello Sorgi – «Ridateci Bertinotti (alla tv)» – ieri ha rotto una sorta di tabù: quello di un autentico arbitrio che si sta consumando, in un lugubre silenzio, non già ai danni di alcune forze politiche, ma a danno di tre milioni di elettori. Stiamo infatti assistendo all’espulsione dalla televisione di chi non è più in Parlamento. Ma che continua ad esistere nella società. Pongo una domanda semplice: è giusto tutto ciò? E poi, chi lo ha deciso? In campagna elettorale abbiamo, giustamente, ascoltato la voce di tutti, dai più grandi ai più piccoli. Scopo era – ripeto: giustamente – quello di dare la più larga rappresentazione delle forze in campo, garantire il pluralismo e la dialettica in un sistema che non è bipartitico. Perché l’Italia è diversa dai Paesi a due soli partiti (perfino la Gran Bretagna, ormai, non lo è più), è plurale, vivace, ha una tradizione di grande ricchezza nel confronto politico e sociale.

Ciò che sta avvenendo non è la semplificazione del sistema, ma il suo azzeramento, una sorta di avvelenamento dei pozzi, l’idea che se non sei in Parlamento – ancorché non piccolo, tutt’altro che insignificante, ben radicato nella società italiana – non hai diritto di svolgere le tue argomentazioni dalle tribune televisive. Alcuni esponenti politici sono in televisione tutti i giorni. Chi scrive queste righe – è noto – non è mai stato amante del «minutaggio». La quantità non sempre coincide con la qualità. Né alcuno può ragionevolmente sostenere che io e la forza politica che rappresento siamo mai stati sovraesposti mediaticamente: anzi. Ma un conto è il senso della misura, un altro la cancellazione dagli spazi che – piaccia o no – consentono di parlare al Paese. Noi non siamo più in Parlamento, ma continuiamo a fare attività politica. Non siamo più in Parlamento, ma siamo nella società. Qualche giorno fa, mentre Berlusconi incontrava Napolitano per riceverne l’incarico (e giù fiumi di dichiarazioni in tv), io ero fuori dei cancelli della Bosch, fabbrica metalmeccanica di Bari. Non era la rappresentazione di come una forza politica cerca di riallacciare, con fatica, ma anche con caparbietà, il filo disperso con i propri elettori?

Tutto ciò è stato espulso dalla televisione pubblica, come in quella commerciale. Unanimità di censura.

Il problema è, dunque, molto serio. È il problema generale di come funziona in Italia l’informazione televisiva: si tratta di temi delicatissimi, quali il pluralismo e la libertà d’informazione. Di cui spesso si parla, ma per i quali pochissimo si fa. Temi che riguardano i diritti dei cittadini ad essere informati non a senso unico e non sulla base di una sorta di duopolio del pensiero unico, rappresentato da Pdl e Pd.

Le forze della sinistra italiana, passate attraverso quella sorta di linea d’ombra del 13 e 14 aprile, si stanno cimentando in un nuovo inizio. Per quanto ci riguarda, lo stiamo facendo con uno straordinario, necessario, anzi indispensabile, bagno d’umiltà. Vorremmo che tutto ciò venisse valutato almeno con un po’ di rispetto e di obiettività. Perché gli spazi di libertà che oggi vengono negati ad uno, domani potrebbero essere negati anche ad altri: e il danno, alla fine, sarà di tutti.
segretario del partito dei comunisti italiani

Le vendette da bloccare

16 Mag 08

Pierluigi Battista

Sicurezza e raid anti-Rom
I roghi di baracche nei campi nomadi di Napoli. I blocchi stradali anti-rom di Genova. Le bottiglie molotov scagliate contro la casa di due romeni a Milano. Ha ragione Avvenire quando scrive che in Italia si rischia di essere «ingiustamente criminalizzati solo in quanto appartenenti a un’etnia». E’ ancora soltanto un rischio. Almeno fino a che sarà saldamente tracciata una linea di confine invalicabile tra l’azione repressiva verso le sacche delinquenziali clandestine e abusive e la «caccia allo zingaro», tra l’applicazione severa di norme che fronteggino l’angoscia sociale alimentata da una criminalità aggressivamente pervasiva e l’eccitazione regressiva di una giustizia sommaria che colpisce indiscriminatamente non singoli responsabili ma categorie demonizzate in blocco. Senza questa barriera, è fatale che il rischio possa diventare realtà.

Il blitz anticlandestini di ieri (attuato, e non è un dettaglio marginale, con la collaborazione della polizia romena) è il segnale di un impegno. Non può e non deve essere invece l’origine di una nevrosi collettiva che invoca espulsioni in massa e guarda con negligente distrazione ai raid anti-rom che assomigliano troppo alla dinamica feroce di un linciaggio. E se si proclama la tolleranza zero contro l’illegalità, sarebbe il caso di ricordare che l’assalto incendiario ai campi nomadi è un’illegalità grave, da sanzionare come merita. Perciò, se l’Europa chiede un pronunciamento solenne del governo italiano che condanni la spedizione punitiva a Napoli, è bene che il destinatario della richiesta non indugi troppo nella risposta. Ed è una prova di sensibilità da non sottovalutare il fatto che il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, si affretti a precisare che non verrà meno «il rispetto dei diritti umani» nelle scelte del governo, o che il ministro Roberto Maroni voglia ribadire il principio che la responsabilità è degli individui e non dei gruppi, delle persone che delinquono e non delle etnie e delle nazionalità. Un argine alle scorciatoie semplificatrici che certamente verrà accolto positivamente dal mondo cattolico, oggi particolarmente preoccupato per la deriva intollerante in cui può sfociare la politica repressiva.

Il governo dovrà dunque impegnarsi in una politica della sicurezza severa ma che non confligga con le normative europee di cui in passato anche noi italiani siamo stati artefici. Che non dia vita a provvedimenti frettolosi e caoticamente insaccati dentro un unico decreto legge sulla cui legittimità e sulla cui urgenza anche dal Quirinale possono venire utili e saggi consigli. Che affronti l’allarme sociale con intelligenza e fantasia ma senza varcare la soglia della concessione populista alla mistica della repressione, dell’inasprimento insensato delle pene, dell’affollamento di carceri già sature, sempre al limite della decenza, se non dell’invivibilità. Oggi esiste un’opposizione, incardinata sul Partito democratico, che sul tema della sicurezza non intende erigere barricate, anche per non ripetere gli errori della precedente maggioranza, causa non irrilevante dei recenti rovesci elettorali. Il governo farebbe bene a non dilapidare questa imprevista risorsa, cominciando ad arginare un umore vendicativo che a Napoli è deflagrato con una virulenza inaccettabile: dopo i trionfi elettorali, questo è il suo primo, vero esame.


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