Archivio per 14 Maggio 2008

Su Schifani ho raccontato solo fatti

14 Mag 08

Marco Travaglio

Caro direttore, ringrazio D’Avanzo per la lezione di giornalismo che mi ha impartito su Repubblica di ieri. Si impara sempre qualcosa, nella vita.

Ma, per quanto mi riguarda, temo di essere ormai irrecuperabile, avendo lavorato per cattivi maestri come Montanelli, Biagi, Rinaldi, Furio Colombo e altri. I quali, evidentemente, non mi ritenevano un pubblico mentitore, un truccatore di carte che “bluffa”, “avvelena il metabolismo sociale” e “indebolisce le istituzioni”, un manipolatore di lettori “inconsapevoli”, quale invece mi ritiene D’Avanzo. Sabato sera sono stato invitato a “Che tempo che fa” per presentare il mio ultimo libro, “Se li conosci li eviti”, scritto con Peter Gomez, che in 45 giorni non ha avuto alcun preannuncio di querela.

E mi sono limitato a rammentare un fatto vero a proposito di uno dei tanti politici citati nel libro: e cioè che, raccontando vita e opere di Renato Schifani al momento della sua elezione a presidente del Senato, nessun quotidiano (tranne l’Unità e, paradossalmente, Il Giornale di Berlusconi) ha ricordato i suoi rapporti con persone poi condannate per mafia, come Nino Mandalà e Benny D’Agostino (ho detto testualmente: “Schifani ha avuto delle amicizie con dei mafiosi. rapporti con signori che sono poi stati condannati per mafia”; la frase “anche la seconda carica dello Stato è oggi un mafioso”, falsamente attribuitami da D’Avanzo, non l’ho mai detta né pensata).

Quei rapporti, contrariamente a quanto scrive D’Avanzo, sono tutt’altro che “lontani nel tempo”, visto che ancora a metà degli anni 90 Schifani fu ingaggiato, come consulente per l’urbanistica e il piano regolatore, dal Comune di Villabate retto da uomini legati al boss Mandalà e di lì a poco sciolto due volte per mafia. Rapporti di nessuna rilevanza penale, ma di grande rilievo politico-morale, visto che la mafia non dimentica, ha la memoria lunghissima e spesso usa le sue amicizie, anche risalenti nel tempo, per ricattare chi tenta di scrollarsele frettolosamente di dosso. In qualunque altro paese, casomai capitasse che il titolare di certi rapporti ascenda alla seconda carica dello Stato, tutti i giornali e le tv gli rammenterebbero quei rapporti: per questo, negli altri paesi, il titolare di certi rapporti difficilmente ascende ai vertici dello Stato.

Che cosa c’entri tutto questo con le “agenzie del risentimento” e il “qualunquismo antipolitico” di cui parla D’Avanzo, mi sfugge.

Secondo lui i giornali, all’elezione di Schifani a presidente del Senato, non hanno più parlato di quei rapporti perché nel frattempo non s’era scoperto nulla di nuovo. Strano: non c’era nulla di nuovo neppure sul riporto di Schifani, eppure tutti i giornali l’hanno doviziosamente rammentato. I lettori giudicheranno se sia più importante ricordare il riporto, oppure il rapporto con D’Agostino e Mandalà (che poi, un po’ contraddittoriamente, lo stesso D’Avanzo definisce “sconsiderato”). Ora che – pare – Schifani ha deciso di querelarmi, un giudice deciderà se quel che ho detto è vero o non è vero.

Almeno in tribunale, si bada ai fatti e le chiacchiere stanno a zero: o hai detto il vero o hai detto il falso. Io sono certo di avere detto il vero, e tra l’altro solo una minima parte. Oltretutto c’è già un precedente specifico: quando, per primo, Marco Lillo rivelò queste cose sull’Espresso nel 2002, Schifani lo denunciò. Ma la denuncia venne archiviata nel 2007 perché – scrive il giudice – “l’articolo si presenta sostanzialmente veritiero”.

Approfitto di questo spazio per ringraziare i tanti colleghi e lettori (anche di Repubblica) che in questi giorni difficili mi hanno testimoniato solidarietà. Tenterò, pur con tutti i miei limiti, di continuare a non deluderli.

Non sempre i fatti sono la realtà

14 Mag 08

Giuseppe D’Avanzo

Non so che cosa davvero pensassero dell’allievo gli eccellenti maestri di Marco Travaglio (però, che irriconoscenza trascurare le istruzioni del direttore de il Borghese). Il buon senso mi suggerisce, tuttavia, che almeno una volta Montanelli, Biagi, Rinaldi, forse addirittura Furio Colombo, gli abbiano raccomandato di maneggiare con cura il “vero” e il “falso”: “qualifiche fluide e manipolabili” come insegna un altro maestro, Franco Cordero.

Di questo si parla, infatti, cari lettori – che siate o meno ammiratori di Travaglio; che siate entusiasti, incazzatissimi contro ogni rilievo che gli si può opporre o soltanto curiosi di capire.

Che cos’è un “fatto”, dunque? Un “fatto” ci indica sempre una verità? O l’apparente evidenza di un “fatto” ci deve rendere guardinghi, più prudenti perché può indurci in errore? Non è questo l’esercizio indispensabile del giornalismo che, “piantato nel mezzo delle libere istituzioni”, le può corrompere o, al contrario, proteggere? Ancora oggi Travaglio (“Io racconto solo fatti”) si confonde e confonde i suoi lettori. Sostenere: “Ancora a metà degli anni 90, Schifani fu ingaggiato dal Comune di Villabate, retto da uomini legato al boss Mandalà di lì a poco sciolto due volte per mafia” indica una traccia di lavoro e non una conclusione.

Mandalà (come Travaglio sa) sarà accusato di mafia soltanto nel 1998 (dopo “la metà degli Anni Novanta”, dunque) e soltanto “di lì a poco” (appunto) il comune di Villabate sarà sciolto. Se ne può ricavare un giudizio? Temo di no. Certo, nasce un interrogativo che dovrebbe convincere Travaglio ad abbandonare, per qualche tempo, le piazze del Vaffanculo, il salotto di Annozero, i teatri plaudenti e andarsene in Sicilia ad approfondire il solco già aperto pazientemente dalle inchieste di Repubblica (Bellavia, Palazzolo) e l’Espresso (Giustolisi, Lillo) e che, al di là di quel che è stato raccontato, non hanno offerto nel tempo ulteriori novità.

E’ l’impegno che Travaglio trascura. Il nostro amico sceglie un comodo, stortissimo espediente. Si disinteressa del “vero” e del “falso”. Afferra un “fatto” controverso (ne è consapevole, perché non è fesso). Con la complicità della potenza della tv – e dell’impotenza della Rai, di un inerme Fazio – lo getta in faccia agli spettatori lasciandosi dietro una secrezione velenosa che lascia credere: “Anche la seconda carica dello Stato è un mafioso…”. Basta leggere i blog per rendersene conto. Anche se Travaglio non l’ha mai detta, quella frase, è l’opinione che voleva creare. Se non fosse un tartufo, lo ammetterebbe.

Discutiamo di questo metodo, cari lettori. Del “metodo Travaglio” e delle “agenzie del risentimento”. Di una pratica giornalistica che, con “fatti” ambigui e dubbi, manipola cinicamente il lettore/spettatore. Ne alimenta la collera. Ne distorce la giustificatissima rabbia per la malapolitica. E’ un paradigma professionale che, sulla spinta di motivazioni esclusivamente commerciali (non civiche, non professionali, non politiche), può distruggere chiunque abbia la sventura di essere scelto come target (gli obiettivi vengono scelti con cura tra i più esposti, a destra come a sinistra). Farò un esempio che renderà, forse, più chiaro quanto può essere letale questo metodo.

8 agosto del 2002. Marco telefona a Pippo. Gli chiede di occuparsi dei “cuscini”. Marco e Pippo sono in vacanza insieme, concludono per approssimazione gli investigatori di Palermo. Che, durante le indagini, trovano un’ambigua conferma di quella villeggiatura comune. Prova maligna perché intenzionale e non indipendente. Fonte, l’avvocato di Michele Aiello. Il legale dice di aver saputo dal suo assistito che, su richiesta di Pippo, Aiello ha pagato l’albergo a Marco. Forse, dicono gli investigatori, un residence nei dintorni di Trabia.

Michele Aiello, ingegnere, fortunato impresario della sanità siciliana, protetto dal governatore Totò Cuffaro (che, per averlo aiutato, beccherà 5 anni in primo grado), è stato condannato a 14 anni per associazione a delinquere di stampo mafioso. Pippo è Giuseppe Ciuro, sottufficiale di polizia giudiziaria, condannato a 4 anni e 6 mesi per aver favorito Michele Aiello e aver rivelato segreti d’ufficio utili a favorire la latitanza di Bernardo Provenzano. Marco è Marco Travaglio.
Ditemi ora chi può essere tanto grossolano o vile da attribuire all’integrità di Marco Travaglio un’ombra, una colpa, addirittura un accordo fraudolento con il mafioso e il suo complice? Davvero qualcuno, tra i suoi fiduciosi lettori o tra i suoi antipatizzanti, può credere che Travaglio debba delle spiegazioni soltanto perché ha avuto la malasorte di farsi piacere un tipo (Giuseppe Ciuro) che soltanto dopo si scoprirà essere un infedele manutengolo?

Nessuno, che sia in buona fede, può farlo. Eppure un’”agenzia del risentimento” potrebbe metter su un pirotecnico spettacolino con poca spesa ricordando, per dire, che “la mafia ha la memoria lunghissima e spesso usa le amicizie, anche risalenti nel tempo, per ricattare chi tenta di scrollarsele frettolosamente di dosso” . Basta dare per scontato il “fatto”, che ci fosse davvero una consapevole amicizia mafiosa: proprio quel che deve essere dimostrato ragionevolmente da un attento lavoro di cronaca.

Cari lettori, anche Travaglio può essere travolto dal “metodo Travaglio”. Travaglio – temo – non ha alcun interesse a raccontarvelo (ecco la sua insincerità) e io penso (ripeto) che la sana, necessaria critica alla classe politico-istituzionale meriti onesto giornalismo e fiducia nel destino comune. Non un qualunquismo antipolitico alimentato, per interesse particolare, da un linciaggio continuo e irrefrenabile che può contaminare la credibilità di ogni istituzione e la rispettabilità di chiunque.

Il Cavaliere ecomunenico

14 Mag 08

Massimo Giannini

L’Unto del Signore che invoca in Parlamento “l’aiuto di dio” è la rappresentazione plastica della quarta reincarnazione del leader. È un vezzo culturale da antico presidenzialismo americano, ma è anche il sigillo politico del nuovo “ecumenismo berlusconiano”.

Dopo quindici anni di avventura politica vissuta pericolosamente, il Cavaliere che chiede alla Camera la fiducia al suo nuovo governo usa un linguaggio da papa laico, e lancia un messaggio da pontefice repubblicano. Questo giornale non ha mai risparmiato critiche a Silvio Berlusconi, e a tutto quello che di negativo ha rappresentato e di anomalo continua a rappresentare nell’eterna transizione italiana, cominciata e mai finita dopo il terremoto di Tangentopoli.

E continuerà a non risparmiargliele, ora che si accinge a governare per la terza volta il Paese con una maggioranza solida e un esecutivo compatto, che non gli consentono più alibi di sorta. Ma in tutta onestà, nel discorso pronunciato ieri dal premier si farebbe qualche fatica a trovare una nota dissonante nei toni, o un aspetto discordante nei contenuti. Naturalmente ci sarebbe molto da obiettare, sulle questioni di merito che il Cavaliere ha eluso o affrontato in modo poco chiaro o troppo sommario.

Ma specularmente c’è qualcosa da dire, sulle questioni di metodo che invece ha indicato con un’attitudine al confronto (e non più allo scontro) e una disponibilità all’accordo (e non più al conflitto) per lui del tutto ignote.

Dal “tempo nuovo della Repubblica”, che deve investire tutte le sue energie sulla crescita, all’”aria nuova” di dialogo politico-istituzionale, da “respirare a pieni polmoni” per arrivare alle riforme condivise necessarie a modernizzare il Paese. Dal superamento delle differenze ideologiche e persino “antropologiche” tra i poli al riconoscimento della funzione politica dell’opposizione e persino del ruolo strutturale suo governo-ombra. Berlusconi inaugura la legislatura con un’apertura di gioco che, se il paragone non suonasse troppo azzardato e per certi versi blasfemo, avrebbe un respiro quasi moroteo.

In quel “nessuno deve sentirsi escluso”, e in quella continua chiamata al centrosinistra ad assumersi insieme “le comuni responsabilità”, si coglie un’intenzione positiva che va raccolta e gli va rilanciata come sfida per il futuro: se questo è davvero il nuovo spirito bipartisan che anima il presidente del Consiglio, e se questo è davvero lo zeitgeist repubblicano che deve aleggiare sulla legislatura, serviranno molti fatti concreti e non più solo alcune enunciazioni di principio.

Ma intanto, con questo suo discorso quasi “epifanico”, il Cavaliere sembra voler dismettere le pessime abitudini di questi anni. L’usufrutto personale dell’istituzione e l’utilizzo congiunturale della Costituzione. Il populismo mediatico al posto del riformismo politico. L’uso plebiscitario del Parlamento e l’abuso proprietario sulla televisione. Tutto questo, a prendere per buone le sue parole, sembra appartenere al passato.

Per la prima volta, dopo una campagna elettorale che erroneamente avevamo giudicato “sotto tono” mentre evidentemente era già l’espressione di un “altro tono”, la corsa a Palazzo Chigi non era più l’assalto al Palazzo d’Inverno. E per la prima volta, dopo le rovinose e rissose esperienze del 1994 e del 2001, la guida del governo non è più vissuta come “presa del potere”. Non sembra esserci più un “nemico alle porte”: un “comunista” da liquidare, una “toga rossa” da cacciare o un sindacalista da combattere.

Con questo “nuovo Berlusconi”, sempre che nei prossimi giorni e nei prossimi mesi la realtà non smentisca l’apparenza, la “rivoluzione” sembra farsi istituzione.

Semmai viene da chiedersi dov’era nascosto, in tutti questi anni, il responsabile “uomo di Stato” che abbiamo visto ieri a Montecitorio. Dov’era riposto, mentre si trasfigurava nell’esasperato tribuno che nel 2006 gridava “i magistrati sono un cancro da estirpare”, o nel capo-popolo che solo sei mesi fa a piazza San Babila arringava le masse dal predellino di una Mercedes. Certo, si potrebbe rispondere che il “nuovo Berlusconi”, dopo il trionfo del 13 aprile, è davvero “stanco di guerra” semplicemente perché ha risolto tutti i problemi che lo convinsero a scendere in campo: ha ormai praticamente definito i suoi guai giudiziari, ed ha anche felicemente risolto i problemi finanziari della sua azienda.

Ma questa, ancorché parzialmente vera, sarebbe comunque una lettura riduttiva del berlusconismo, sia pure declinato nella concezione leaderistica che ha impresso alla nostra democrazia. Resta il fatto che ha plasmato una destra corporata e radicata nel territorio, e ha dimostrato una sintonia profonda e costante con il Paese. Resta il fatto che oggi questa sua “vocazione istituzionale”, sorprendente perché sconosciuta, lo proietta quasi naturalmente verso il Quirinale. E questa proiezione spiega forse più di ogni altra cosa le ragioni della sua “offerta” di collaborazione e di condivisione al Pd di Veltroni.

E qui, per il centrosinistra, c’è insieme un’opportunità e un pericolo. L’opportunità è quella di rientrare e di partecipare alla dialettica democratica, dopo una sconfitta elettorale cocente, senza rinchiudersi nella torre d’avorio del riformismo elitario o, peggio ancora, nella pregiudiziale dell’illuminismo minoritario. Il rischio è quello di appiattirsi, per banale debolezza o per becero calcolo, fino a snaturarsi e a far scomparire del tutto l’idea stessa di opposizione, parlamentare e sociale.

Servirà un doppio registro: confronto se possibile, scontro se necessario. Due soli esempi. Il primo, sulle riforme istituzionali: è giusto cercare un’intesa sulla nuova legge elettorale, ma è doveroso combattere un federalismo fiscale che disarticola definitivamente l’unità nazionale e crea una cesura irreparabile tra regioni ricche e regioni povere. Il secondo, sulle leggi ordinarie: non si può votare no a una detassazione degli straordinari e a una cancellazione dell’Ici (solo per una questione di bandiera identitaria o di filibustering parlamentare) se queste misure erano anche nel programma del Pd, ma non si può accettare un pacchetto-sicurezza purchessia (solo per far finta di sedare le ansie legittime dell’opinione pubblica) se scardina i principi giuridici del diritto interno e internazionale.

Oggi più che mai, come spiegava proprio Aldo Moro alla Dc dei primi anni Sessanta, “non bisogna aver paura di avere coraggio”. Per il Pd è una buona lezione, nell’era del neo-moroteismo berlusconiano.

Com’è brutto l’amante per marito

13 Mag 08

Maria Giulia Minetti

Chi ha una certa età (quella di Carlo e Camilla, più o meno), si rammenta di sicuro un vecchio film di Luciano Salce del 1963 intitolato «Le ore dell’amore», interpretato dall’allora famosissima Emmanuelle Riva e da Ugo Tognazzi. Era la storia di due amanti. La scena d’inizio, se non ricordo male, li riprende a letto, nudi e appagati, ma lui è costretto a rivestirsi e tornare a casa: non sono sposati, infatti, e a quei tempi le coppie non sposate «tenevano alle apparenze». Sicché, per evitare le scomodità e visto che si piacciono tanto, i due alla fine decidono di diventare marito e moglie. Ma sono troppo abituati ciascuno al proprio ritmo, ai propri spazi: il matrimonio non regge, e neanche il desiderio. Per ricominciare a fare l’amore e a volersi bene dovranno separarsi.

Può darsi che la stessa cosa finisca per succedere anche al principe di Galles e alla sua seconda consorte Camilla ex Parker-Bowles, di cui oggi si narrano i litigi e le insofferenze troppo in fretta subentrati alla lunghissima storia d’amore clandestina (data d’inizio il 1972, lei aveva 25 anni lui 24, riferisce il giornalista Christopher Wilson, autore qualche anno fa del documentatissimo libro «A Greater Love, Charles & Camilla»), e sarebbe una pacchia insperata per quel branco di cronisti rimasti a secco di news dopo lo sposalizio dei due; gli agguati ai regali amanti di nuovo ardenti, ve li immaginate? Ripresi rigorosamente con lo zoom, a evitare dettagli impietosi. Storie d’amore finite di colpo, dopo anni e anni di sodalizio, causa incauto matrimonio, non se ne conoscono tante, al giorno d’oggi, perché i sodalizi non durano così a lungo, e neppure i matrimoni.

Raro, dunque, il caso di Sabrina Ferilli e del fidanzato Andrea Perone; dopo otto anni passati amorosamente insieme (con qualche screzio, per la verità, riferiscono i cronisti), hanno deciso infine nel 2003 di sposarsi e nel 2005 di lasciarsi. Lui però se l’era data a gambe con una ragazza, riportando l’eccezionalità della vicenda in un quadro rassicurantemente normale. Il punto è che il matrimonio, certo intempestivo, non era stato per Ferilli e Perone un cambiamento. Oggi gli amanti vivono insieme; sposarsi può essere un gesto sentimentale, affaristico, opportunistico, ma il tetto e le abitudini non cambiano. Se il matrimonio va male, allora, la colpa non è del matrimonio, è che – come si dice – non ce n’era più per nessuno ma nessuno se n’era accorto o nessuno voleva accorgersene. Per Carlo e Camilla c’è speranza, invece. Si piacevano lontani, ognuno con la sua vita. Rimettete un po’ di distanza fra i due, restituiteli a se stessi, e vedrete. Scommetto che ricominciano.

Condannati al dialogo

14 Mag 08

Luigi La Spina

Gli apprezzamenti si sprecano e le interpretazioni pure. La nuova incarnazione berlusconiana, quella dialogante ed ecumenica, riscuote ampi consensi e solleva speranze persino un po’ affrettate. Si parla addirittura di una nuova fase della politica italiana, dopo 15 anni di scontri ideologici durissimi, di colpi bassi, di attacchi personali.

Le aperture allo schieramento avversario che hanno caratterizzato il discorso con cui il premier ha presentato alle Camere il suo nuovo governo vengono spiegate con la forza che gli deriva da una ampia maggioranza parlamentare, dall’omogeneità politica nel ministero, dalle difficoltà dell’opposizione. Ma anche dalla consapevolezza di quanto siano gravi ed urgenti i problemi che l’Italia deve risolvere e di come sia arduo cercare di affrontarli senza un clima di rispetto e di collaborazione, sia pure in ruoli diversi, tra istituzioni, partiti, forze sociali.

Difficile prevedere se questa specie di «luna di miele» parlamentare durerà a lungo o si infrangerà di fronte alle prime concrete scelte governative sulla sicurezza, sull’economia, sullo Stato sociale. È possibile che le buone, reciproche intenzioni siano sopraffatte, abbastanza presto, dagli egoismi partitici e dalle convenienze personali. Lo scetticismo, nato nella Grecia antica, sembra aver trovato in Italia la sua patria d’elezione. Poiché le prediche, soprattutto in politica, non servono a nulla, gli ottimisti possono contare solo una eventualità per confortare le loro speranze: una coincidenza di interessi tra i due maggiori partiti presenti in Parlamento.

L’Italia è ferma e, quindi, in un declino relativo non solo nel mondo, ma anche in Europa. Dall’inizio del secolo il bilancio, piuttosto disperante, è ormai chiaro. La crescita dell’economia è nettamente inferiore a quella degli altri Paesi del nostro continente. Le infrastrutture, cioè strade, ferrovie, trasporto aereo e marittimo sono assolutamente insufficienti per consentire la competitività delle nostre aziende sui mercati. Il caso Alitalia è l’emblema di una vera crisi nazionale, in questo campo. Il sistema dell’istruzione, quella della scuola secondaria e dell’università, squassato da riforme contraddittorie e continue, non assicura ai giovani competenze che si richiedono per lavori qualificati, corrispondenti alle attese di chi ha investito, per molti anni, nella formazione personale. Il divario economico e sociale fra il Sud e il Nord d’Italia, in questi anni, si è approfondito e anche qui, la questione della spazzatura in Campania può essere presa a simbolo di una generale, drammatica condizione, tra criminalità organizzata e degrado civile.

Di fronte a questo quadro che sarebbe sbagliato ritenere troppo pessimistico, il sistema politico, sempre dal 2000 in poi, non ha prodotto una riforma dello Stato che potesse sveltire il processo di decisione da parte della classe politica: dai poteri del premier al bicameralismo perfetto, dal federalismo a una buona legge elettorale. Brutte mezze riforme si sono succedute, con risultati o insufficienti o addirittura negativi. Le corporazioni, dal pubblico impiego ai professionisti e, persino, quelle dei taxisti hanno sempre sconfitto qualsiasi tentativo di limitare i loro privilegi. La giustizia non è diventata, in questi anni, né più celere né più certa. Nel frattempo, tra cittadini e classe politica è aumentato il distacco, con aspetti di sfiducia e di qualunquismo inquietanti.

Ecco perché, forse per la prima volta nella nostra storia recente, si può verificare, in questa legislatura, una vera coincidenza di interessi tra maggioranza ed opposizione. Berlusconi sa che neanche il grande divario parlamentare tra i due schieramenti gli sarà sufficiente per garantire al suo governo il successo. Veltroni ha bisogno di dimostrare che solo un’opposizione diversa, propositiva e non aspramente ostile, può accreditare una nuova identità, finora molto confusa e astratta, al partito dei riformisti italiani.

Il vero banco di prova di questa intesa bilaterale, però, non saranno, molto probabilmente, i prossimi concreti provvedimenti del Berlusconi quarto: quelli sulla sicurezza e sull’economia, dalla totale soppressione dell’Ici alle tasse ridotte sugli straordinari. Ma il clima di dialogo tra maggioranza e opposizione, nonostante il voto in contrasto su queste misure, si prolungherà fino al vero possibile accordo, quello sulle due leggi elettorali, per il voto europeo e per quello nazionale. In modo che si possa evitare il referendum.

Per il presidente del Consiglio, questa scadenza, infatti, costituisce l’unico elemento sul quale non ha, per i prossimi mesi, il pieno controllo. Nella sua maggioranza, tra l’altro, le idee in proposito non convergono totalmente e il risultato della consultazione potrebbe non corrispondere alle sue attese. Anche perché è prevedibile che il Pd si lanci in una robusta e popolare campagna per l’approvazione dei quesiti, nel tentativo di ottenere una sia pure parziale rivincita sull’esito delle legislative. D’altra parte, Veltroni spera di ridurre il carattere esasperatamente proporzionalista del suffragio europeo, perché potrebbe sottrarre al suo partito quella fetta di consensi acquistati, un mese fa, dalla propaganda per «il voto utile». Quale migliore occasione, allora, per utilizzare il clima di dialogo instaurato ieri alla Camera al fine di raggiungere un obiettivo che conviene a tutti e due?

Giustizia fai da te

14 Mag 08

Luca Ricolfi

Polizia costretta a intervenire a Napoli per evitare il linciaggio di una rom sospettata di aver tentato di rapire una bambina. Baracche (fortunatamente vuote) di un campo rom incendiate nel quartiere Ponticelli di Napoli. Molotov contro un altro campo nomadi a Novara. Ronde di ogni specie e colore che sorgono un po’ dappertutto per proteggere i cittadini da ladri e malviventi. È bastato che il centro-destra vincesse le elezioni, e il clima del Paese è cambiato quasi all’istante. Anziché aspettare il varo dei provvedimenti del governo, molti sembrano aver deciso di fare da sé. Né si può dire che a questo spirito vagamente autoreferenziale si sottragga completamente il governo stesso, almeno a giudicare dal semplicismo di varie ricette di cui si sente parlare in questi giorni.

Non sono buone notizie, perché la giustizia «fai da te» non risolve i problemi, è pericolosa, spesso porta con sé abusi, prevaricazioni, vendette private, in breve genera altra ingiustizia. Ma proprio perché è una strada sbagliata, dobbiamo capire che cosa la alimenta. Il modo migliore per farlo, a mio parere, è leggersi Non sulle mie scale (ed. Donzelli 2001), un piccolo libro in cui Italo Fontana, psicoanalista torinese, racconta come, alla fine degli Anni 90, la vita della sua famiglia sia stata devastata da una doppia calamità: l’installarsi di decine di criminali immigrati nelle soffitte del suo condominio, e la completa sordità delle istituzioni cittadine.

Perché è utile leggere o rileggere quel testo? Perché vi si trova una spiegazione profonda di quanto sia difficile, per chi crede nella legalità, nella democrazia, nella solidarietà, nella libertà individuale, mantenere nel tempo l’animo sereno e la mente aperta, senza farsi prendere dalle peggiori pulsioni. Il cocktail micidiale, che richiede sforzi disumani per non esplodere, è fatto di tre ingredienti:
a)la scoperta che molti immigrati clandestini non sono poveretti alla ricerca di un lavoro dignitoso ma persone arroganti, prepotenti, violente;
b)la scoperta che le attività criminali e i luoghi del loro esercizio sono perfettamente noti alle autorità;
c)la scoperta che, anche di fronte alle vessazioni più drammatiche, le autorità non intervengono e non rispondono, opponendo il classico «muro di gomma».

Se ci riflettiamo un attimo, non è difficile rendersi conto che i tre ingredienti sono tutti presenti nella situazione attuale. I cittadini sono esasperati perché le attività criminali si svolgono sotto i loro occhi, perché si sa perfettamente dove si spaccia, dove si arruolano manovali in nero, dove si viene derubati, dove non si può camminare senza pericolo, ma si sa pure che – per i motivi più diversi – le istituzioni non interverranno.

Le istituzioni talora non intervengono perché le leggi non glielo consentono, e da questo punto di vista non si può che augurare al nuovo governo di riuscire a cambiare le norme che impediscono di perseguire efficacemente il crimine. Ma nella maggior parte dei casi le istituzioni non intervengono per due altri ordini di motivi, che ben poco hanno a che fare con le leggi. Il primo è l’inerzia amministrativa, ossia l’incapacità di capire che la libertà di espressione diventa una presa in giro se non c’è anche il diritto dei cittadini a ottenere risposte. Il secondo è la mancanza di risorse organizzative, fisiche, materiali: personale, uffici efficienti, banche dati, processi rapidi, carceri all’altezza di un paese civile. Il rischio, in questo momento, è che il governo si illuda che l’azione chiave sia l’inasprimento delle pene. Non è così: se c’è un risultato solido della ricerca empirica sulla devianza è che la gravità delle pene ha un effetto deterrente minimo, mentre ne ha uno molto più incisivo la probabilità di essere condannati, catturati o anche semplicemente disturbati. Ciò è tanto più vero in una situazione in cui è noto a tutti, e in primis ai criminali, che in Italia le pene sono e resteranno ancora a lungo puramente virtuali, visto che la magistratura è ingolfata di pratiche e mancano almeno 30 mila posti nelle carceri. È per questo che il nostro Paese è diventato la mecca del crimine.

Ecco perché oggi, con la gente che tende ad autorganizzarsi, la capacità delle istituzioni di «esserci» diventa la variabile fondamentale. Ma esserci come?

In attesa che i processi diventino più brevi e l’edilizia carceraria faccia il suo corso, a me pare che le uniche strade che possono dare risultati immediati siano il ripristino del controllo del territorio (non solo nelle regioni di mafia, ma anche in tante aree del Nord) e una massiccia opera di interferenza negli affari illegali della criminalità, dalla chiusura di attività al sequestro di beni alla confisca di patrimoni. Senza questa nuova visibilità dello Stato e delle istituzioni temo che il cambiamento delle leggi darà ben pochi risultati, e la «giustizia fai da te» verrà sempre più percepita come l’unica strada percorribile. Perché la «giustizia fai da te», come la mafia, prospera dove lo Stato si ritira o non fa il suo dovere. Abbiamo già un primo Stato, quello legale, e un secondo Stato, la criminalità mafiosa. Forse non è il caso di preparare le condizioni che potrebbero far sorgere il terzo Stato, quello dei cittadini esasperati.


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