11 Mag 08
Lorenzo Mondo
Provo fastidio quando sento dare del fascista o del comunista a un avversario politico (non vale ovviamente come insulto per chi ha ancora il coraggio di proclamarsi tale). E non soltanto perché aderisco a un desiderio di conciliazione che demanda alla ricerca storica le controversie e zone d’ombra sulle rispettive identità. Ma pesche mi sembra improprio, e ingenuamente risolutivo, assegnare per l’eternità a ideologie defunte la responsabilità di nequizie che regimi di nuovo conio provvedono, ahimè, a perpetrare. Calandoci nella cronaca nera, mi sono sembrate ad esempio frettolose, e viziate da una volontà di rivalsa, certe reazioni al doloroso episodio di Verona. Come se il pestaggio e l’uccisione di un giovane da parte di un branco belluino fossero attribuibili ipoteticamente a una cultura di destra, intollerante e razzista, che spira dal territorio, anziché al degrado morale, alla trista, indifferenziata incultura che pervade le nostre metropoli.
Fascisti a pieno titolo sono invece i reduci della Repubblica di Salò che avrebbero voluto radunarsi a Cuneo per commemorare una trentina di camerati, fucilati dai partigiani all’indomani della Liberazione. La tarda, magari vagellante età, non li assolve da quella che suona come un’autentica provocazione (lo ha denunciato il presidente della Provincia, Raffaele Costa, che non è certo un estremista). Cosa li ha indotti a cercare rogne proprio a Cuneo, la città di Duccio Galimberti e di Nuto Revelli? Nella capitale per antonomasia della Resistenza, che ha pagato un prezzo durissimo - tra caduti in combattimento, assassinati, deportati - nella lotta contro fascisti e tedeschi? Sentita l’aria avversa, i nostalgici hanno fatto marcia indietro, ma appare già incredibile che ci abbiano pensato. Non c’è aspirazione a una memoria pacificata, non c’è pietà per le vittime innocenti degli opposti fronti, che possa sfregiare il monumento alla libertà - questa sì oggi condivisa - rappresentato da Cuneo e dalle sue valli. Qui la storia è stata vergata col sangue e con elementare chiarezza, senza chiose di se e di ma. Non è decente, è improponibile, metterla surrettiziamente in discussione ricorrendo a pubbliche manifestazioni. Legittimando almeno per i superstiti di Salò l’appellativo, che mi auguro residuale, di fascista.



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