Archivio per 11 Maggio 2008

La sicurezza oltre i partiti

11 Mag 08

Sergio Romano

Negli ultimi dodici anni, dal primo governo Prodi a oggi, si è diffusa la tesi che i problemi della sicurezza e dell’immigrazione possano venire affrontati da due diversi angoli visuali: quello conciliante e tollerante della sinistra, quello rigoroso e intransigente della destra. Alcuni partiti hanno cercato di rafforzare questa convinzione e hanno detto agli elettori che avrebbero garantito una risposta più efficace, non appena avessero riconquistato il potere, ai loro sentimenti di paura e d’insicurezza.
Nel nuovo governo di Silvio Berlusconi il ministro degli Interni è Roberto Maroni, rappresentante di un partito, la Lega, che ha fatto della sicurezza il suo cavallo di battaglia. Avremo quindi, forse addirittura nei prossimi giorni, un «pacchetto » che conterrà una riforma della legge Gozzini sui benefici per buona condotta, più rigorose misure di polizia, un’applicazione più severa delle leggi esistenti e norme di esecuzione più stringenti di quelle già presenti nella legge Bossi-Fini. I vincitori lo avevano promesso ed è giusto che non tradiscano le attese dei loro elettori. Ma se vogliamo dare al Paese una buona politica della sicurezza dobbiamo dimenticare la dialettica elettorale, il gioco delle reciproche accuse e la tesi secondo cui esisterebbero, in questa materia, filosofie diverse. La distanza fra destra e sinistra, se si escludono gli estremisti delle due parti, è meno grande di quanto non appaia. Vi sono provvedimenti firmati da Beppe Pisanu, ministro degli Interni con Berlusconi sino alle elezioni del 2006, che potrebbero portare la firma di Giuliano Amato, ministro degli Interni nel governo Prodi, e viceversa.
La vicinanza è ancora più evidente nelle città dove i sindaci di sinistra, da Cacciari a Cofferati, non sono meno sensibili alla sicurezza di Letizia Moratti a Milano o Gianni Alemanno a Roma. Non è necessario essere di destra per constatare che l’accattonaggio molesto, un campeggio di rom ai margini della città o i piccoli zingari che attendono i viaggiatori all’uscita di una stazione sono fenomeni preoccupanti, oltre che indecorosi. Non è necessario essere di destra per sapere che la tolleranza dell’illegalità, anche nelle sue forme apparentemente meno pericolose, richiama altra illegalità, più grave e minacciosa. E non è destra o sinistra evitare che i condannati escano dal carcere, poco dopo la sentenza, per andare a commettere nuovi reati. Sul piano dell’immigrazione clandestina, d’altro canto, il nuovo ministro degli Interni si accorgerà rapidamente che il fenomeno può essere affrontato soltanto sul piano europeo e che non serve, in questa delicata materia, ostentare demagogicamente propositi euroscettici.

Se questi sono i termini del problema non si vede perché la destra debba pretendere di agire da sola e la sinistra fingere di avere soluzioni diverse. Il pacchetto del governo verrà probabilmente approvato con un decreto. Ma dovrà tornare in Parlamento per diventare legge. Si aprirà così una discussione in cui l’opposizione potrà fare la sua parte, magari cercando di temperare certe norme troppo repressive. Ma il suo ruolo sarà tanto più utile quanto più dimostrerà di avere capito che la sicurezza interessa tutti gli italiani, quale che sia il partito per cui hanno votato.

La dolce dittatura della nuova democrazia

11 Mag 08

Eugenio Scalfari

Con quello che capita nel mondo e soprattutto nel Medio Oriente, terra rivierasca del lago Mediterraneo, verrebbe voglia di sorvolare sui fatti di casa nostra, i primi passi del Berlusconi-Quater, il governo-ombra del Partito democratico, l’eterno duello eternamente smentito tra Veltroni e D’Alema. A paragone dell’orizzonte planetario sono cosette di provincia, ma quella provincia è casa nostra e quindi ci tocca da vicino. Ne va dei nostri interessi, delle nostre convinzioni e delle nostre speranze.

L’impatto della crisi libanese provocata da Hezbollah e di quella israeliano-palestinese provocata da Hamas è comunque troppo violento per esser trascurato. Per di più abbiamo in Libano un contingente di tremila soldati, la nostra più importante missione militare la cui sorte condizionerà inevitabilmente le altre nostre presenze all’estero a cominciare da quella in Afghanistan.

A questo punto si pone la prima domanda: esiste un legame strategico tra le iniziative militari e politiche di Hezbollah e quelle di Hamas? E – seconda domanda – si tratta di iniziative autonome o ispirate dall’esterno? C’è un’indubbia affinità tra quei due movimenti: entrambi hanno caratteristiche strutturali nei rispettivi teatri d’operazione; entrambi sono al tempo stesso milizie armate e strutture assistenziali, educative, sociali. Anche religiose, soprattutto per quanto riguarda Hezbollah.

Probabilmente Hamas ha in se stessa la sua referenza ideologica e politica ma subisce ovviamente un forte condizionamento dal contesto della regione; la tuttora mancata pacificazione irachena e la presenza da ormai cinque anni di un’armata americana impantanata dalla guerriglia sciita e sunnita tra Bagdad e Bassora ha impedito il rafforzamento dell’Autorità palestinese favorendo invece il nazionalismo di Hamas e la sua identificazione con il panarabismo radicale e con il terrorismo.

Per Hezbollah il fattore religioso ha sempre giocato un ruolo primario; il vincolo sciita ha progressivamente spostato la sua dipendenza da Damasco a Teheran. Allo stato attuale si gioca sullo scacchiere libanese una triplice partita: quella d’una grande Siria in funzione antisraeliana, quella d’un blocco sciita contro i governi arabi filo-americani e quella di un nazionalismo libanese come nuova potenza islamica e mediterranea.

In un quadro così complesso emerge drammaticamente l’assenza d’una politica unitaria europea e la pochezza della politica mediorientale americana. Emerge altresì la catena di errori commessi dai governi d’Israele dalla fondazione di quello Stato fino ad oggi: sessant’anni di occasioni perdute, una guerra diventata endemica, l’evocazione dal nulla d’una nazione palestinese inesistente sessant’anni fa e il miraggio d’una pace che si allontana sempre di più. La formula “due paesi due Stati” ha un fascino lessicale che corrisponde sempre meno alla realtà.

Il solo modo di realizzarla sarebbe quello di collocarla in un quadro internazionale sponsorizzato dall’Onu, dalla Nato e dall’Unione europea, impensabile tuttavia fino a quando l’Europa non disponga di istituzioni federali e di una sua politica estera e militare. Siamo cioè più nel regno dei sogni che in quello della realtà.

Nel frattempo il nuovo governo italiano si è installato ed è iniziata la quarta reincarnazione berlusconiana all’insegna di una dolce dittatura, come abbiamo già avuto modo di scrivere domenica scorsa.
Dittatura dolce è un ossimoro con il quale cerchiamo di configurare un’entità politica inconsueta ma reale. Ci sono due polarità nel Berlusconi-Quater, che si confronteranno tra loro nei prossimi cinque anni e che convivono all’interno del triumvirato Forza Italia-An-Lega ma perfino all’interno di ciascuno dei tre partiti alleati. Convivono addirittura nella personalità dei tre leader e dei loro stati maggiori.

Il “lider maximo” è probabilmente il più consapevole di questa duplice polarità e della blindatura zuccherosa che è l’immagine più realistica del governo testé insediato. Per questa ragione egli ha privilegiato la compattezza sul prestigio collocando nei dicasteri e nelle posizioni più sensibili persone clonate sulla fedeltà al capo piuttosto che sul prestigio e sulla competenza.

Blindatura zuccherosa evoca sia il populismo sia il trasformismo, due elementi connaturati a tutto il quindicennio berlusconiano e profondamente radicati nella storia politica e antropologica del nostro Paese. Nei suoi primi atteggiamenti di nuova maggioranza tutti i dirigenti già insediati nelle varie cariche istituzionali, ministri, sindaci, presidenti di Regione e di Provincia, non fanno che lanciare appelli di collaborazione ai talenti individuali lasciando in ombra il ruolo dell’opposizione.

Questa a sua volta tende a concentrare la sua forma-partito per esorcizzare tentazioni centrifughe e fughe in avanti verso ipotesi immaginarie.
L’aspetto più visibile della blindatura zuccherosa è il tentativo di coinvolgere il Capo dello Stato effettuato da Berlusconi il giorno stesso del giuramento nella sala del Quirinale durante il brindisi augurale con i nuovi ministri e in assenza del presidente Napolitano appena ritiratosi per urgenti impegni istituzionali. “Questa legislatura – ha detto il neo-presidente del Consiglio – procederà sotto il segno di un patto con il presidente della Repubblica che avrà il nostro pieno appoggio e al quale sottoporremo le linee guida del governo per averne consiglio e preventivo incoraggiamento”.

Una simile dichiarazione era del tutto inattesa dopo una fase di crescente disagio reciproco tra i due massimi poteri istituzionali. Essa rivela la preoccupazione di Berlusconi di fronte alla complessità dei problemi da affrontare e il suo bisogno di collocare il governo nel quadro d’una “moral suasion” preventiva e preventivamente sollecitata e ascoltata come tramite e garanzia di fronte ad un’opinione pubblica frammentata e instabile.

Il Quirinale non ha fatto alcun commento alle parole del presidente del Consiglio né poteva farlo essendo esse del tutto informali; del resto i rapporti tra la presidenza della Repubblica e il potere esecutivo si sono sempre basati sulla collaborazione, ferma restando la netta distinzione dei reciproci ruoli. La “moral suasion” è sempre stata uno degli strumenti di quella collaborazione nell’interesse dello Stato, a cominciare dai “biglietti” tra Quirinale e Palazzo Chigi ai tempi di Luigi Einaudi. Ma altro è la collaborazione istituzionale tra due poteri dello Stato, altro la confusione dei ruoli e un patto di legislatura che equivarrebbe ad una sorta di “annessione” del Capo dello Stato alla maggioranza parlamentare.

Annessioni del genere ci furono durante la Prima repubblica e raggiunsero il culmine con la presidenza Leone, ma dalla presidenza Pertini in poi scomparvero del tutto e i ruoli riacquistarono la doverosa nettezza prevista dalla Costituzione. Nettezza tanto più necessaria in una fase in cui – al di là del conteggio dei seggi parlamentari – la maggioranza è stata votata dal 47 per cento degli elettori.

Sappiamo che il nuovo governo, subito dopo il voto di fiducia, si appresta ad affrontare i due primi e importanti appuntamenti: quello della sicurezza e quello dell’economia per un rilancio della domanda interna. Questioni complesse e irte di difficoltà. Il ministro dell’Interno, Maroni e quello della Giustizia, Alfano, stanno lavorando sul primo tema; il ministro dell’Economia, Tremonti, sul secondo.

La premessa al pacchetto “sicurezza” è una direttiva europea in corso di avanzato esame, che dovrebbe prolungare la permanenza degli immigrati nei centri di accoglienza e custodia fino a 18 mesi. Se e quando questa direttiva entrerà in vigore, essa darebbe tempo di esaminare in modo approfondito la figura dei vari immigrati e accoglierli o rispedirli ai paesi di provenienza.

Ma di ben più incisivo contenuto sono le misure di pertinenza del governo, predisposte dall’avvocato Ghedini, uno dei difensori di Berlusconi e membro del Parlamento. Si va da un elenco di reati particolarmente sensibili ai quali applicare le nuove misure, ad aumenti di pena rilevanti, all’obbligo di processi per direttissima nei casi di semi-flagranza, all’abolizione dei benefici di legge per i reati reiterati, all’istituzione del reato d’immigrazione clandestina. Infine alla chiusura delle frontiere per i “rom” provenienti dalla Romania, e al rimpatrio immediato di quelli irregolarmente entrati e residenti in Italia.

Quest’ultimo punto è particolarmente delicato perché richiede un accordo con il governo di Bucarest che non sembra affatto disposto a concederlo ed anzi minaccia eventuali rappresaglie sugli italiani residenti in Romania.

Il pacchetto nel suo complesso configura una politica assai dura e non priva di efficace deterrenza almeno in una prima fase, anche se è generale convinzione che politiche anti-immigrazione non avranno, sul tempo medio, alcuna efficacia se non nel quadro di un’assunzione di responsabilità europea e di accordi con i Paesi dai quali i flussi migratori provengono.

Dal punto di vista della politica immediata il governo trarrebbe indubbio giovamento di popolarità da queste misure, visto che quello della sicurezza è il tema principale intorno al quale si è formato il consenso degli elettori. Proprio per questo Berlusconi punta su un decreto legge d’immediata esecutività a dispetto della complessità e delicatezza della materia. Sarà decisiva su questo specifico tema la posizione del Capo dello Stato cui spetta di decidere se l’urgenza debba prevalere sull’esame approfondito ed ampio in sede parlamentare.

Ancora più ardua l’apertura di partita sul terreno dell’economia. Tremonti ha ieri affermato che non esiste alcun “tesoretto” spendibile. Affermazione discutibile dopo le dichiarazioni di Padoa-Schioppa nel momento del passaggio di consegne, anche considerando che l’ex ministro non è certo incline agli ottimismi contabili.

Comunque questa è la posizione di Tremonti, dalla quale discende che non c’è copertura né per il taglio dell’Ici né per la defiscalizzazione degli straordinari e dei premi di produzione per i lavoratori dipendenti.
L’ammontare delle risorse necessarie per questi provvedimenti oscilla tra i cinque e i sette miliardi di euro. Se non ci sono non ci sono e si resterà al palo oppure, come Tremonti ha dichiarato, si tasseranno altri soggetti che il ministro ha indicato nelle banche e nelle società petrolifere.

Ha certamente coraggio, Giulio Tremonti: tassare i ricchi (banche e petrolieri) per dare ai meno ricchi. Però attenzione: l’abolizione dell’Ici non premia i proprietari di case modeste, già esentati da Prodi, bensì i proprietari di immobili di qualità e prestigio. Questo provvedimento è classicamente elettoralistico, costa due miliardi e mezzo e non ha alcuna utilità né sociale né economica. Meglio sarebbe se Tremonti lo levasse di mezzo, ma Berlusconi ci ha costruito una buona parte della sua vittoria elettorale, ecco il guaio per il ministro dell’Economia.

Le misure sulla detassazione degli straordinari sono invece importanti per ragioni sia sociali sia economiche.
Abbiamo ragione di credere che per quella operazione la copertura ci sia.

Pensiamo che le minacce di Tremonti alle banche e ai petrolieri abbiano come obiettivo quello di indurre le prime a sostanziali sconti sui mutui e i secondi a ribassi sui prezzi dei carburanti.

Comunque sarà bene che il ministro proceda confrontandosi in Parlamento con le proposte alternative dell’opposizione: se vuole dare prove di ascolto politico, questo è il tema più adatto.

Non parlerò oggi del Partito democratico, in fase di riassetto e presa di coscienza della sconfitta elettorale.
Condivido in proposito la diagnosi fatta l’altro ieri su questo giornale da Aldo Schiavone: Veltroni ha puntato sulla voglia di cambiamento della società italiana, Berlusconi invece sulla insicurezza e la voglia di protezione nonché su un sussulto identitario, localistico e tradizionale. La maggioranza degli elettori ha condiviso.

Si deve per questo abbandonare la visione d’una società più moderna e dinamica? Credo di no. Bisognerà riproporla in modi più efficaci e meno dispersivi, concentrando l’attenzione su punti e provvedimenti concreti. Questo è mancato e questo va fatto a cominciare da subito.

Ciò che non va fatto è di aprire di nuovo scontri interni e regolamenti di conti. Ciò che non va fatto è rimettere in scena lo scontro Veltroni-D’Alema. Riproporre un duello così trito sarebbe esiziale per i duellanti e per il loro partito.

Temo che nessuno dei due abbia fatto abbastanza per evitare che l’ipotesi di un rinnovato scontro prendesse consistenza. Penso che debbano entrambi provvedere, ciascuno per la parte che gli compete, a dissipare l’immagine che si è formata. Se sono responsabili certamente lo faranno.

I fascisti presunti e quelli veri

11 Mag 08

Lorenzo Mondo

Provo fastidio quando sento dare del fascista o del comunista a un avversario politico (non vale ovviamente come insulto per chi ha ancora il coraggio di proclamarsi tale). E non soltanto perché aderisco a un desiderio di conciliazione che demanda alla ricerca storica le controversie e zone d’ombra sulle rispettive identità. Ma pesche mi sembra improprio, e ingenuamente risolutivo, assegnare per l’eternità a ideologie defunte la responsabilità di nequizie che regimi di nuovo conio provvedono, ahimè, a perpetrare. Calandoci nella cronaca nera, mi sono sembrate ad esempio frettolose, e viziate da una volontà di rivalsa, certe reazioni al doloroso episodio di Verona. Come se il pestaggio e l’uccisione di un giovane da parte di un branco belluino fossero attribuibili ipoteticamente a una cultura di destra, intollerante e razzista, che spira dal territorio, anziché al degrado morale, alla trista, indifferenziata incultura che pervade le nostre metropoli.

Fascisti a pieno titolo sono invece i reduci della Repubblica di Salò che avrebbero voluto radunarsi a Cuneo per commemorare una trentina di camerati, fucilati dai partigiani all’indomani della Liberazione. La tarda, magari vagellante età, non li assolve da quella che suona come un’autentica provocazione (lo ha denunciato il presidente della Provincia, Raffaele Costa, che non è certo un estremista). Cosa li ha indotti a cercare rogne proprio a Cuneo, la città di Duccio Galimberti e di Nuto Revelli? Nella capitale per antonomasia della Resistenza, che ha pagato un prezzo durissimo – tra caduti in combattimento, assassinati, deportati – nella lotta contro fascisti e tedeschi? Sentita l’aria avversa, i nostalgici hanno fatto marcia indietro, ma appare già incredibile che ci abbiano pensato. Non c’è aspirazione a una memoria pacificata, non c’è pietà per le vittime innocenti degli opposti fronti, che possa sfregiare il monumento alla libertà – questa sì oggi condivisa – rappresentato da Cuneo e dalle sue valli. Qui la storia è stata vergata col sangue e con elementare chiarezza, senza chiose di se e di ma. Non è decente, è improponibile, metterla surrettiziamente in discussione ricorrendo a pubbliche manifestazioni. Legittimando almeno per i superstiti di Salò l’appellativo, che mi auguro residuale, di fascista.

Scalfari e il folletto scettico

11 Mag 08

Barbara Spinelli

Tra le molte cose veritiere o acrimoniose che si sono udite nel quarantesimo anniversario del ’68, spicca una lettera inedita di Hannah Arendt, che la rivista tedesca Mittelweg ha pubblicato lo scorso febbraio. È la risposta che la scrittrice inviò a uno studente di teologia, Hans-Jürgen Benedict, il 25 novembre 1967, e le sue riserve sui tumulti europei e americani sfociano in un’asciutta sentenza: «La vera sfida, in politica, è imparare a pensare nei limiti». Il mondo è arduo cambiarlo, se prima non si scopre che a tutto c’è un limite: «Anche alle nostre responsabilità». Oltrepassarlo è follia di grandezza, Größenwahnsinn: «Anche quando essa si nasconde in sentimenti molto sublimi»; anche quando le forze avversate – l’America degli Anni 60-70 – assumono davvero la forma di un «incubo imperialista». Fa impressione ascoltare le parole della Arendt, in questi tempi strani che stracciano con euforia il ’68. Strani perché non è la critica fredda a dominare, ma l’accalorata vendetta delle Erinni. I più aggressivi – Sarkozy in Francia, neo-conservatori in America e Italia – non hanno assorbito quell’asciutto giudizio ma sembrano immersi in analoghe manie di grandezza: anche il loro è un Sessantotto, ma di destra. Anche loro sognano sublimi esportazioni di democrazia. Anche loro incolpano un immaginario establishment culturale, stavolta di sinistra. Anche loro sono refrattari al limite.

Forse è la cosa più difficile, imparare il limite e fondarci sopra non solo la politica, ma un’esistenza. Ci vogliono ingredienti non semplici da trovare, nel mondo e in se stessi: uno sguardo distaccato su di sé, come se ci vedessimo da fuori.

Un’ironia: quella che domanda con aria fintamente credula alla maniera di Socrate. Un distacco, che protegga dalla folie de grandeur. Ci vuole un’attitudine a vivere poeticamente, come in Hölderlin: con azioni «colme di meriti», sì, ma con la coscienza che «poeticamente l’uomo abita questa terra» (Nel blu adorabile…).

Questi ingredienti li ho ritrovati quasi tutti nell’ultimo libro di un grande testimone italiano: Eugenio Scalfari li espone con pudore, come perle di una collana che ciascuno può infilare a suo modo a condizione di maneggiare gli utensili che permettono lo sguardo su di sé: lo scetticismo sulla propria grandezza, la capacità d’ascolto generata dal rivelarsi del limite, infine il distacco. Il lettore avrà singolari sensazioni: ascolterà una vita raccontata come fiaba e al contempo assaporerà un apologo sul distacco, sul metodo di raggiungerlo: non il distacco di chi abbandona le battaglie, ma di chi le continua con il sorriso dell’acrobata di Rilke, nella Quinta Elegia: Subrisio Saltat, il sorriso che spicca il salto.

Già il titolo del libro è indicativo: L’uomo che non credeva in Dio ha suono antico, intreccia il fiabesco rinascimentale al romantico. I capitoli del Gargantua di Rabelais hanno questi titoli, che uniscono romanesque e sberleffo: Come giungemmo allo Sportello abitato da Mordigraffio, oppure: Come passammo per Esagerazione. Qualche secolo dopo, le favole di Grimm propongono imperfetti che ammiccano, annunciano colpi o precipizi impensati: per esempio, la Storia di uno che voleva imparare la paura. All’uomo che non conosceva la paura, come all’uomo che non credeva in Dio, tutto può accadere: la pelle d’oca o i tifoni di Scalfari, che ti cambiano la vita e inaugurano il più esotico dei viaggi: quello dentro di sé. Quello che trasforma la vita in un dramma con due protagonisti-rivali: il pensare e l’agire. I protagonisti convivono, acrobaticamente; si illuminano a vicenda; producono infine il discostarsi del saggio.

Il viaggio dentro l’io si può compiere in molti modi: vanagloriosi o maliziosi, menzogneri o veri. Non sempre approda nel distacco ma quando riesce è perché sono stati usati tre elementi: l’ironia, il dubbio sulle assolute certezze, il candore non come punto di partenza ma di arrivo. Il distacco descritto da Scalfari è di questo tipo: avviene senza paracadute, senza certezze del futuro, senza idea d’un unico centro attorno all’io, «perché il centro è dappertutto», vivendo solo nell’occhio di chi guarda. È il distacco di un Inconsolabile, ma non tenebroso come il Desdichado di Gérard de Nerval.

Il lettore di Scalfari scoprirà quanto possa esser elegante, l’ironia. «La possibilità che dal tuo sguardo emergano visioni autocritiche e scomode è assai limitata, poiché l’io è al tempo stesso attore e giudice delle proprie azioni», dice a un certo punto. «La probabilità che il giudice-attore sia rigorosamente parziale è modesta». O quando evoca la tendenza a dividere il mondo tra buoni e cattivi, e racconta come il vizio infantile ci resti appiccicato addosso in età adulta: il buono che per forza vince, il vittorioso che si tramuta in buono. Oppure quando parla della vecchiaia, dei trampoli smisurati su cui, secondo Proust, camminiamo nell’ultimo tratto di via e che sono il nostro passato: «Per nostra fortuna, anzi per fortuna della nostra specie, il tempo non si trasforma in spazio», la metamorfosi di Proust «resta un espediente letterario con il fascino di un incubo. Eppure…». Scalfari è amico della litote, arte rarissima e lucente: è l’arte di attenuare quel che dici per farlo risultare più forte, o che nega il contrario di quel che vuoi dire (non ti odio, invece che: ti amo). È dispositivo centrale dell’ironia, che tanto mancava al ’68 di ieri e di oggi. Anche la litote ha suono antico, secentesco.

Il distacco, come si può guadagnarlo, meritarlo? Dalle letture che l’hanno accompagnato, immagino che Scalfari vi sia approdato grazie a quel folletto scettico, quel malin génie, che a Descartes insegnò a sospendere il giudizio, a esercitarsi nel dubbio come il funambolo di Rilke: una sorta di spirito malizioso, che ci mette alla prova deridendoci, indicando l’illusorio delle cose, inducendoci a ricominciare sempre l’avvicinamento al vero. Senza il malin génie l’io diverrebbe gonfio, tronfio: la volontà di potenza che abita politici e giornalisti diverrebbe cieco scantinato. Non impareremmo i limiti.

L’uomo che non credeva confessa di non guardare spesso Dio, anche se col pensiero l’incorpora. Ma c’è un grano di mistica in lui, che trasforma il libro in lettera di un’anima: di mistica eretica trecentesca. So che lui sorriderebbe, subito opporrebbe una litote. Ma più volte mi ha fatto venire in mente il Maestro Eckhart, che credeva tanto in Dio ma non vedeva il centro nelle cose e neppure il senso. «Se qualcuno chiedesse per mille anni alla vita: “perché vivi?”, ed essa potesse rispondere, non direbbe altro che: “io vivo perché vivo”… e se si chiedesse a un uomo vero, che opera dal suo fondo proprio, “perché operi le tue opere?”, se questi dovesse rispondere correttamente, non dovrebbe dire altro che: “io opero perché opero”. E se tu gli chiedessi “perché vivi?”, risponderebbe: “non lo so, ma vivo volentieri!”». (Sermone In hoc apparuit caritas dei).

Perché restare dove restiamo, diritti? Perché scrivere? Non c’è vero perché. Operiamo per operare, ci accostiamo agli amati e morenti con la pietà di Enea, cui è dedicato un passaggio luminoso del libro. Non mancano le cose su cui dubito, leggendo Scalfari (anch’io penso, come Citati, che non si cerca Dio solo per paura della morte). Ma il candore con cui cerca è squisito, così come l’equilibrio che trova fra pensare l’io e pensare il mondo, fra speculazione e prassi. I filosofi che Scalfari predilige sono frammentari, poetici: Nietzsche, Montaigne, Pascal. Thomas Bernhard, che amava solo questi, li chiamò un giorno i Lachphilosophen: i filosofi ridenti.

Eugenio è un Lachphilosoph. Fa sorridere e pensare profondo. Abita poeticamente questa terra, quest’Italia che spesso infuria. Opera per operare, come gli alberi che accolgono vite e suoni facendosi luoghi, case: «Anche noi, oltre che persone, siamo luoghi e case, ma spesso non lo sappiano e se qualcuno ce lo dice il più delle volte ci sembra un’offesa».

I desideri delle due Italie

11 Mag 08

Luca Ricolfi

Il Partito democratico è alla ricerca di un’identità. Brutto guaio, per un soggetto nuovo, perché non avere un’identità precisa fa sì che tutti si sentano autorizzati a suggerirgliene una. C’è chi lo vorrebbe più laico, e a tale deficit di laicità attribuisce la sconfitta. C’è chi lo vorrebbe più socialista, e invoca l’adesione al Partito socialista europeo. C’è chi lo vorrebbe più liberale, e teme che un partito figlio di due genitori illiberali come il Pci e la Dc sia destinato a restare per sempre un «legno storto». C’è chi lo vorrebbe più antiberlusconiano e meno populista, e registra mestamente l’inesorabile berlusconizzazione di Veltroni. C’è chi si accontenterebbe che il Pd si ricordasse, ogni tanto, di essere un partito di sinistra, o quantomeno di centro-sinistra. C’è, infine, chi sembra pensare che l’identità di un partito si definisce attraverso le sue future alleanze, e così fa infuriare l’ex ministro Di Pietro: «È come se uno si mettesse a cercare moglie prima di aver capito se è un maschio o una femmina».
Forse Di Pietro non ha tutti i torti. Il Pd può darsi l’identità che vuole, progettare le alleanze che preferisce, sognare le politiche che desidera, ma nel frattempo non sarebbe male cercare di capire quali sono i gruppi sociali che di fatto guardano al Pd, e confrontarli con i gruppi sociali che gli preferiscono il Pdl.

Questa operazione non è ovviamente in grado di suggerire una nuova identità al Pd, ma almeno permette in dire qualcosa sulla sua identità attuale.
Ebbene, se si compie questa analisi si scopre che i gruppi che preferiscono la coalizione di Veltroni (Pd + Idv) sono i pensionati, i dipendenti pubblici, i dipendenti privati con contratto a tempo indeterminato, i laureati e diplomati, gli studenti. I gruppi che preferiscono la coalizione di Berlusconi (Pdl + Lega) sono invece le casalinghe, gli autonomi, i giovani che lavorano, i precari, i disoccupati, le persone con meno anni di studio. Che cosa distingue queste due Italie?

La frattura sociale fondamentale, come aveva intuito già trent’anni fa Asor Rosa, non è tanto fra alto e basso, ma essenzialmente fra garantiti e non garantiti. Chi è dentro la società delle garanzie guarda al Pd, chi nuota nella società del rischio guarda al Pdl. Questa non è una novità assoluta, perché in parte era già così nel 2001, ma oggi la frattura fra queste due Italie si è fatta particolarmente profonda. Gli autonomi hanno sempre votato a destra, e sono ormai molti anni che i laureati guardano a sinistra. Ma solo oggi è così netta la sfiducia dei ceti deboli nella sinistra: chi ha già un salvagente di qualche tipo (reddito sicuro, famiglia che mantiene agli studi) si aggrappa al Pd, chi è esposto alle intemperie del mercato spera che la nave governativa gli lanci una cima di salvataggio. Né si può dire che il calcolo sia del tutto infondato: in questi anni la sinistra e i sindacati hanno sempre preferito usare le risorse pubbliche per aumentare le garanzie dei già garantiti (contratto degli statali, controriforma delle pensioni), mentre hanno condotto una vera e propria guerra ai danni dei non garantiti (più adempimenti, più tasse, mancato completamento della legge Biagi). Per non parlare del tema della sicurezza, dove la sinistra incredibilmente non ha capito che i veri deboli sono i cittadini comuni e non i delinquenti, e che il buonismo non è apertura al diverso ma indulgenza verso il prepotente.

È per questo che tanti italiani hanno votato a destra. È per questo che il pensiero di Tremonti spopola. Ed è per questo che la cultura liberale – da sempre minoritaria nel Paese – annaspa nel velleitarismo e nell’impotenza. La realtà è che sia il popolo di sinistra sia quello di destra alla politica chiedono innanzitutto più protezione. Con un’importante differenza, però: la sinistra, per ora, attira soprattutto chi vuole mantenere (o accrescere) le tutele che già possiede, la destra attira chi – per i motivi più diversi – si sente troppo esposto al rischio. Di qui il doppio paradosso che è sotto gli occhi di tutti: la sinistra appare più conservatrice della destra, i ceti deboli guardano più a destra che a sinistra.

Se riflettiamo su questo paradosso, forse riusciamo a intravedere meglio i dilemmi che Pd e Pdl dovranno affrontare nei prossimi anni. Entrambi dovranno decidere se contrastare o assecondare le domande che provengono dalle loro basi sociali attuali. Per il Pd il problema è che più accentuerà il suo profilo riformista più entrerà in collisione con il conservatorismo dei suoi elettori, mentre più cercherà di assecondare questi ultimi più finirà per somigliare alla vecchia Unione. Per il Pdl il problema è che il vecchio tran-tran del 2001-2006, fatto di poche riforme e modesti risultati, non potrà bastare a un elettorato che esige meno criminalità, più libertà economica, più ammortizzatori sociali. Insomma, il popolo di sinistra è troppo conservatore per il riformismo radicale di Veltroni, il popolo di destra è troppo radicale per il riformismo prudente di Berlusconi. Di qui il doppio dilemma dei due leader: il guaio di Veltroni è che deve voltare le spalle ai suoi elettori se vuole continuare a sognare, quello di Berlusconi è che deve ricominciare a sognare se non vuole deludere i propri sostenitori.


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