Archivio per 4 Maggio 2008

Essendo diventati, finalmente, un paese europeo con tre partiti…

4 Mag 08

Andrea’s version

Essendo diventati, finalmente, un paese europeo con tre partiti, o al massimo quattro o cinque. Essendo non più nemici, ma tutt’al più avversari. Essendo che avendo preso, voi, una culata che levati, comunque la si vive tutti, in qualche modo, come una culata bipartisan. Essendo che Schifani ha aperto al Senato, che Fini ha elogiato il 25 aprile e il 1° maggio alla Camera, e che, come spiega il sempre acuto Ilvo Diamanti, Roma resta la capitale d’Italia, mentre Vicenza no, per cui la questione settentrionale, che settentrionale era fino a ieri, adesso è di nuovo meridionale poiché, in quanto settentrionale, la questione suddetta si è bruciata nel giro di due settimane.

Visto, cioè, che le teste di cazzo tengono comunque duro, che gli stipendi comunque corrono, che la pacificazione nazionale rimane comunque una necessità, e che a Roma ha prevalso comunque Alemanno.

Vista, quindi, la compartecipazione, il comune sentire, un Veltroni a mezzadria, e che indossiamo le stesse mutande, vorremmo sapere questo: proposto Squitieri al Cinema, e Barbareschi alla Cultura, dispiacerebbe se, a dirigere l’Accademia di Santa Cecilia, mettessimo uno skinhead?

Il potere blindato della destra

4 Mag 08

Eugenio Scalfari

Circa mezzo secolo fa – forse qualcuno ancora se lo ricorda – Mina lanciò una canzone che diceva così: “Renato Renato Renato/così carino così educato”. Mi è tornata in mente ascoltando il discorso del neo-presidente del Senato, Renato Schifani, che fino a pochi giorni fa era soprannominato “iena ridens” per la sua capacità di ripetere i voleri del Capo e i suoi truculenti insulti al popolo di sinistra con un ghigno sul volto che non presagiva nulla di buono. Oggi si è trasformato: così carino così educato. La canzone di Mina gli si attaglia perfettamente.

E si attaglia anche a Gianfranco Fini, neo-presidente della Camera, e a Gianni Alemanno, neo-sindaco di Roma. Le loro movenze sono diverse da quelle di Schifani, hanno un pizzico di volontà di potenza in più e un maggior orgoglio di sé. Non sono – oggi come ieri – lo scendiletto del Capo, hanno un loro partito, una loro provenienza, una loro storia (anche se poco commendevole) dietro le spalle. Ma anche loro “governano per tutti i cittadini” anche se non per conto e in nome di tutti. Anche loro promuoveranno i talenti al di sopra degli steccati partigiani. Anche loro insomma non sono più politici politicanti ma statisti governanti. C’è da credervi?

Io penso di sì, c’è da crederci. Del resto non si è mai visto in democrazia qualcuno che, arrivato al potere sulla base del libero voto popolare, si metta a proclamare che lo userà per favorire la sua parte. Non lo fece neppure Mussolini dall’ottobre del ‘22 al gennaio del ‘25. Aveva vinto le elezioni, sia pure con una porcata di legge, e aveva formato un governo di coalizione con dentro vecchi cattolici e ancor più vecchi moderati.

Poteva fare, come disse, dell’aula sorda e grigia di Montecitorio un bivacco di manipoli, ma lo fece soltanto due anni dopo sulla scia del delitto Matteotti. La dittatura rompe le regole della democrazia e rende inutile l’ipocrisia. Il Parlamento fu abolito, i partiti dissolti salvo il suo che fu identificato con lo Stato, la libera stampa mandata in soffitta, come ha auspicato Beppe Grillo e le centinaia di migliaia dei suoi seguaci paganti nel “Vaffa-day” del 25 aprile.

Questa volta le cose non andranno così per molte ragioni. Il mondo è globale, l’economia è globale, la cultura è globale, le informazioni sono globali e anche il commercio è globale. L’Italia è una regione dell’Europa. La nostra moneta è quella europea. Una dittatura totalitaria oggi è impensabile in Europa e in Occidente. E poi la classe dirigente del centrodestra non ha alcuna somiglianza con lo squadrismo diciannovista.

Perciò quel pericolo non c’è. Ce ne sono altri che possono suscitare serie preoccupazioni.

* * *

I marxisti spiegavano la storia dei popoli attraverso il rapporto tra le forze produttive e le istituzioni chiamando le prime “struttura” e le seconde “sovrastruttura”. Lo ricorda Giorgio Ruffolo nel suo bellissimo libro “Il capitalismo ha i secoli contati” che è la più lucida ricostruzione della globalizzazione che stiamo vivendo e dei fenomeni che l’hanno preceduta.

Tra la struttura e la sovrastruttura non esiste un rapporto di automatica determinazione come pensavano rozzamente i marxisti militanti del secolo scorso. C’è invece una continua interazione, un reciproco condizionamento. Io credo che l’emergere elettorale del centrodestra e la rivoluzione parlamentare che ne è seguita siano state largamente determinate dal nuovo atteggiarsi strutturale delle forze produttive, lo sgretolarsi dei tradizionali blocchi sociali, la scomparsa delle classi, il frazionarsi degli interessi fino alla loro completa polverizzazione.

Questo mutamento strutturale spiega anche la nascita del partito “liquido” dei democratici, la sconfitta del partito cattolico come arbitro centrista che era nel disegno di Casini, infine l’affondamento della sinistra massimalista.

Il comportamento più strano, ai confini dell’assurdo, è stato proprio quello della sinistra radical-massimalista, che ha attribuito a Veltroni la sua scomparsa e ha punito con il voto e con l’astensione Rutelli per castigare il leader democratico. Per gli ultimi marxisti militanti è un errore squalificante non rendersi conto che le strutture negli ultimi quindici anni sono completamente cambiate ed hanno determinato una rivoluzione sovrastrutturale. La sinistra radicale, le sue ideologie, i suoi slogan, la sua organizzazione politica galleggiavano sul vuoto che essa stessa aveva ulteriormente aggravato segando l’ultimo ramo che ancora la sosteneva e cioè l’operatività del governo Prodi.

Il loro stupore per la scomparsa del loro mondo, quello sì, è stupefacente e direi senza appello: chi ha smesso di pensare smette di vivere. Questo è accaduto, con buona pace di Sansonetti, direttore del più assurdo (e come tale utile) giornale oggi in circolazione.

* * *

L’ascesa al potere del triumvirato Berlusconi, Bossi, Fini-Alemanno, che si completa in quadrumvirato con l’inevitabile cooptazione del siciliano Lombardo, si fonda su una precisa ideologia, sì, riemerge l’ideologia, è un fatto nuovo del quale è bene prendere atto. Chi l’ha declinata meglio di tutti è stato Fini nel suo discorso alla Camera dei deputati.

Si basa sulle radici cristiane, anzi cattoliche, sulla condanna del relativismo, sull’esistenza d’una verità assoluta e sulla morale che ne deriva. Sulla tolleranza (relativa) delle altre culture a discrezione del Principe. Sulla protezione e la sicurezza dei cittadini per mettere in fuga la loro insicurezza. Sulla convivenza tra il potere forte dello Stato e la società federale.

Berlusconi rappresenta il vertice del Triumvirato-Quadrumvirato: un tavolo a tre gambe, un triangolo retto che è sempre uguale a se stesso su qualunque lato venga poggiato perché il bello del populismo consiste nella ubiquità di Berlusconi, leghista, statalista, liberista, per naturale e plurima vocazione.

Perciò, salvo errori o malasorte, puntare su laceranti contrasti tra i triumviri è sbagliato: c’è trippa per tutti e anche per Grillo che dissoda il terreno dove i triumviri semineranno e raccoglieranno. Così saranno i cinque anni che ci aspettano. Buon pro ci faccia.
Ma dunque non c’è niente da fare? Al contrario, penso che ci sia moltissimo.

* * *

Una volta tanto provo a descrivere il Partito democratico in negativo, cioè per quello che non è. Un modo come un altro per disegnarne un profilo identitario.

Non è il partito dell’ideologia assolutista. Non è un partito con radici cattoliche o comunque religiose. Non è un partito liberista. Non è un partito classista. Non è il partito dello Stato forte. Non è un partito protezionista.

Quindi: è un partito laico e non ideologico, liberal-democratico, costituzionale di questa Costituzione e dei suoi principi fondativi. Non trasformista ma disponibile a partecipare – se potrà – all’elaborazione delle riforme istituzionali. Vuole un libero mercato nutrito di libera concorrenza, con regole efficaci e istituzioni capaci di farle rispettare. Un partito con una sua visione nazionale nel quadro di un’Europa federale.

Così sembra a me che debba essere.

Nell’idea originaria Veltroni ha puntato su una forma che fu definita “liquida”, poggiata sul popolo delle primarie. Questa formula, che anche a me sembrava utilmente innovativa rispetto alla tradizionale forma-partito, si è invece rivelata inefficace. L’esperienza della campagna elettorale ha dimostrato che le primarie sono uno strumento selettivo utile ma non l’ossatura di un partito che deve vivere sul radicamento territoriale. C’è bisogno d’una struttura militante e identificata con gli interessi del territorio e di un vertice solido e plurimo che indichi le priorità e i mezzi disponibili per attuarle. Che non sia casta ma rappresentanza. Locale ma con visione nazionale.

Il Partito democratico rappresenta il solo sbocco politico possibile della sinistra italiana e deve perseguire quest’obiettivo. Rappresenta il solo sbocco possibile dei cattolici adulti, che abbiano intensi sentimenti di fede e non di idolatrie o di calcoli politicanti. Questi cattolici sono minoranza tra i tanti battezzati indifferenti e ruiniani? Ma i cattolici veri, quelli di fede e di responsabilità personale, sono sempre stati minoritari, quello è il loro vanto e la loro dignità religiosa così come lo è per i laici non credenti ma rispettosi del sacro e delle sue non idolatriche manifestazioni.

Ricordo qui una lezione di Ugo La Malfa: impegnò la sua vita politica per cambiare la sinistra di cui si sentiva parte, per cambiare la Democrazia cristiana con la quale fu alleato e per cambiare il capitalismo italiano trasformando gli imprenditori in una consapevole borghesia.

Secondo il mio modo di vedere il Partito democratico deve farsi portatore di analoghe e alte ambizioni che sono al tempo stesso culturali sociali e politiche.

Il riformismo di centrosinistra in un paese come il nostro è minoritario. Lo è sempre stato ma ha, deve avere, vocazione maggioritaria. Del resto le grandi trasformazioni sono sempre state – e non solo in Italia – realizzate da minoranze che seppero operare nel senso della storia programmando il futuro, rappresentando il paese vitale e responsabile, consapevole dei difetti, dei limiti e delle virtù degli italiani.

Un gruppo dirigente coeso e non castale può e dev’essere animato da una grande ambizione. La sconfitta è stata dura, gli errori ci sono stati. Ambizione, non vanità. Dialogo, non trasformismo. Pragmatismo, non improvvisazione.

C’è molto da fare.

Radici forti e rami secchi è lo strano albero del Pd

4 Mag 08

Ilvo Diamanti

Il risultato ottenuto dal Pd alle elezioni mantiene molti margini di ambiguità. Difficile da valutare quel 33%. Forse non deludente. Di sicuro, neppure esaltante. E viceversa. Sostanzialmente invariato, rispetto al 2006.

Mezzo punto percentuale in più se, oltre ai voti ottenuti dall’Ulivo, si considera il contributo dei Consumatori e dei Radicali (presenti nelle liste del Pd). Mentre in questi due anni, la distanza dal Pdl si è ridotta di qualche decimale, rispetto a quella fra Ulivo e Fi-An, considerati insieme. Poco più di 4 punti.

Se si legge la storia elettorale della seconda Repubblica in chiave bipartitica, d’altronde, ciò che colpisce è, soprattutto, la stabilità. L’Ulivo – e prima i Ds e la Margherita oppure i Popolari, considerati insieme – ha sempre ottenuto intorno al 30%. Il minimo nel 1996: 28% (ma il 32% se si considera la Lista Dini, che in seguito entrerà nella Margherita). Il massimo proprio in queste elezioni. Il che definisce la misura della sinistra riformista: meno di un terzo dell’elettorato. Mentre la base del Pdl, calcolata sommando Fi e An, oscilla maggiormente (soprattutto a causa della competizione di Fi con la Lega): fra il 36% (nel 1996) e il 41% (nel 2001). Sempre sopra al Pd, comunque. Anche se la distanza fra i due soggetti politici, in queste ultime elezioni, appare ridotta come mai in precedenza.

Il problema è che la lettura “bipartitica” non permette di capire con chiarezza il senso della competizione elettorale nell’Italia della seconda Repubblica. Perché il Pd e il Pdl, anche nelle versioni precedenti, non si presentano mai da soli. La differenza, dunque, la fanno sempre gli alleati. L’ampiezza delle coalizioni e la misura dei partiti con cui si coalizzano. Fino al limite del 2006. Quando la nuova legge elettorale viene interpretata in senso “aggregativo”. Per cui, intorno a Berlusconi e Prodi, si coalizzano tutte le sigle, dalle più grandi a quelle minime. E l’elettorato si ricompone e si divide in due bacini perfettamente uguali.

Questa volta, invece, Veltroni ha scelto la strada della semplificazione, puntando tutto sul Pd. Berlusconi lo ha seguito. Ma la politica delle alleanze, per quanto a corto raggio, ha continuato a pesare. Con esiti asimmetrici. Perché la distanza fra Pdl e Pd, rispetto alle elezioni precedenti, è rimasta inalterata. Non quella fra le coalizioni. Il risultato conseguito dalla Lega, nel Nord, e dal Mpa, nel Mezzogiorno, ha sovrastato quello, rilevante, ottenuto dalla Lista Di Pietro. Per cui il distacco fra le coalizioni che sostengono Berlusconi e Veltroni è più che raddoppiato: da 4 punti percentuali a 9.

Da ciò il rischio, per il Pd: restare minoranza. Influente, ma permanente. Incapace di attrarre, per ora, quel 40% di elettorato potenziale, stimato dai sondaggi. Nato per sottrarsi al ricatto delle alleanze frammentarie, che permettono di vincere le elezioni ma impediscono di governare. Per costruire un polo riformista, in grado di allargarsi al centro e a sinistra. In questa occasione non ci è riuscito. Visto che, rispetto al 2006, è “scomparso” il 7% degli elettori. Oltre due milioni e mezzo di voti. Che, due anni fa, avevano votato per i partiti della sinistra cosiddetta radicale e, quindi, per l’Unione.

Mentre oggi, nel conteggio conclusivo, non ci sono più. Spariti. Fra le pieghe dell’astensione. Fuggiti, in misura limitata, a destra. Confluiti, in piccola parte, nell’alleanza per Veltroni, in nome del “voto utile”. Insomma, un problema – forse “il” problema – del Pd sembra essere lo scarso grado di flessibilità. Nonostante la capacità di Veltroni di “personalizzarlo”. Di sfidare Berlusconi sullo stesso piano. Per contrastare le resistenze dell’elettorato. Per sottrarsi all’eredità – e al vincolo – del rapporto con il territorio.

Ma forse il problema è proprio lì. Il rapporto con il territorio. Troppo forte e troppo fatuo, al tempo stesso. Il territorio: in cui il Pd appare imprigionato. E che, al contempo, non riesce a rappresentare davvero. Risulta, infatti, evidente, ma anche inquietante, il grado di coerenza e continuità territoriale con la base elettorale della sinistra comunista e postcomunista espresso dal Pd. La cui attuale geografia del voto riproduce, con poche variazioni, quella delineata dai Ds nel 1996, dal Pds nel 1992, fino al Pci nel 1953.

La personalizzazione e la mediatizzazione, imposte da Veltroni, non sembrano aver spostato i confini del voto. Neppure le primarie. Che hanno garantito una grande mobilitazione, ma riproducono ancora, in parte, il peso del passato. Non solo delle tradizioni storiche. Anche delle organizzazioni di partito; dei gruppi di pressione locali. Come dimostra la geografia della partecipazione dello scorso ottobre. Che ha raggiunto i livelli più elevati nel Mezzogiorno (con alcune punte stratosferiche come in Calabria). Superiori perfino alle regioni “rosse”. Nel Sud, effettivamente, il Pd è cresciuto. Ma in misura modesta. E molto inferiore al Pdl.

In altri termini, abbiamo l’impressione che il “nuovo” Pd sia rimasto imprigionato dentro logiche vecchie. Che hanno ostacolato anche la capacità di leggere, correttamente, ciò che sta avvenendo sul territorio. Il viaggio di Veltroni attraverso il Nord, ad esempio, ha raccolto grande partecipazione. Ha reso visibile una domanda sociale ampia e generosa. Che, tuttavia, era ed è rimasta minoranza. La richiesta di cambiamento è stata intercettata perlopiù dalla Lega.

Nei pochi luoghi significativi dove ha vinto, peraltro, il Pd “nazionale” è stato colto di sorpresa. Come a Vicenza. Una vittoria inattesa. Considerata un caso fortuito e fortunato. Quasi che recuperare 3 punti percentuali in cinque anni (a Vicenza il centrosinistra aveva ottenuto il 47% al secondo turno, nel 2003) fosse più sorprendente che perderne 20 a Roma in due anni.

Il Pd, in altri termini, ci sembra ancora un progetto incompiuto. Riflette una domanda diffusa. Ha raccolto un ampio sostegno sociale. Riscuote attenzione e curiosità, nei settori moderati e di sinistra. Una “novità” attraente, ma “vecchia” dal punto di vista del gruppo dirigente. Nazionale e ancor più locale. Dove i giovani, le donne, i lavoratori, gli imprenditori, insomma, i “nuovi”, quando si affacciano alla politica trovano porte strette. La strategia di marketing, utilizzata da Veltroni per forzare questo limite attraverso candidature simboliche (il piccolo imprenditore, la giovane ricercatrice, l’operaio ecc.), alla fine, si è scontrata con una realtà “radicalmente” (= alla radice) diversa. Dove prevalgono i “vecchi”, non solo e non tanto per età. Ma per mentalità e carriera.

D’altronde, i leader del Pd – grandi e piccoli, centrali e locali – sembrano impermeabili a ogni mutamento di sigla, a ogni cambio d’epoca, a ogni sconfitta. (e, sia chiaro, non ci riferiamo a Veltroni). Insensibili al crollo dei muri, delle ideologie e dei partiti. Altrove, negli Usa e in Europa, abbiamo assistito, in questi ultimi anni, al “ritiro” di figure come Gore, Kerry, Schroeder, Aznar, Gonzales, Blair. Battuti di poco. A volte, neppure. In Italia, salvo Prodi (l’unico, peraltro, ad aver vinto una elezione e mezza contro il Cavaliere), nessuno si dimette; nessuno paga le sconfitte subite in città e regioni importanti.

Non solo: gli sconfitti vengono premiati con nuovi incarichi di prestigio. Mentre tutto il gruppo dirigente – ex comunista ed ex-democristiano – ha affollato le liste del Pd, occupando posti di assoluta sicurezza. In centro e in periferia.

Il Pd è rimasto a metà del guado. Incerto. Fra partito di iscritti e partito elettorale. Fra personalizzazione nazionale e oligarchia locale. Agita le primarie come una bandiera. Ma non le usa per selezionare i candidati alle elezioni politiche; spesso neppure alle amministrative. Mentre, a livello nazionale, fino ad oggi sono servite a confermare leader pre-destinati. Vorrebbe rappresentare il Nord restando Lega Centro. I piedi in Emilia e in Toscana. La testa a Roma.

E’ uno strano albero, questo Pd. Le radici salde. Fin troppo. Non riescono a propagarsi. Il fusto fragile. I rami rinsecchiti. Le foglie crescono. Tante.
Ma cadono presto.

E l’Italia andò in clic

1 Mag 08

Massimo Gramellini

Ieri mattina, per alcune ore, l’Italia è andata in clic. Chiunque avesse un computer a portata di mouse tentava di entrare sul sito dell’Agenzia delle entrate per leggervi la dichiarazione dei redditi dell’amico, del nemico, ma soprattutto del vicino di scrivania, allo scopo di scoprire quel che del resto aveva sempre sospettato: che l’altro guadagna un euro più di lui. Prima che il garante della privacy interrompesse il nuovo sport nazionale, a terra giacevano già morti e feriti. Il più illustre era Beppe Grillo, che dopo aver esaltato fino all’altro giorno la trasparenza democratica di Internet, finiva fra le fauci della tigre che aveva tentato di cavalcare: subissato dai «vaffa» dei suoi grillini, esterrefatti alla scoperta che il loro guru intasca 4 milioni di euro l’anno.

A esser sinceri, Grillo predica l’onestà, mica la povertà, e sui quei 4 milioni paga regolari tasse, ma il populismo di queste sottigliezze se ne infischia. Montanelli sosteneva che l’italiano medio, quando vede passare una bella macchina per strada, non pensa al modo migliore di procurarsene una, ma a quello più sicuro di tagliarle le gomme. E l’italiano medio descritto da Montanelli non aveva ancora accesso alla Rete, strumento tecnologico che fra le sue tante qualità ha anche il non piccolo difetto di accarezzare la pigrizia. Qualsiasi cittadino, infatti, può entrare in un ufficio del fisco e compulsare le dichiarazione dei redditi di chi gli pare. Ma bisogna essere molto motivati, o molto disoccupati, per farlo. Internet invece è lì, a un passo dalle tue mani: basta un clic sulla tastiera e sei già dentro il formaggio, a rivoltarti come un topolino. E così una notizia che tale non è (le dichiarazioni, ripeto, sono pubbliche e accessibili) lo diventa grazie alla comodità della sua fruizione.

Cercando risposte alle proprie ossessioni
Ma cosa cercava, veramente, chi ieri compulsava sul video le liste dei contribuenti? La risposta alle proprie ossessioni. Non esiste essere umano che non si senta sottopagato e trattato ingiustamente rispetto al collega che lavora peggio e meno di lui. Ed è al reddito di quel collega che ogni discriminato, reale o presunto, è andato a fare le pulci. Avendo più tempo a disposizione, si sarà forse spinto a vedere quanto guadagna il noto calciatore o il regista politicamente impegnato. Ma molto più che le curiosità collettive, a possederlo era il suo piccolo mostro personale: un rivale di carriera o magari d’alcova. Debolezze sulle quali sarebbe fin troppo facile maramaldeggiare con il ghigno dei moralisti. Più interessante è chiedersi se la fotografia di queste piccole invidie sia stata quantomeno corretta.

I redditi fissi, i soli davvero messi a nudo
Neanche per sogno. Intanto perché il buco della serratura di Internet non scruta il presente, ma un passato che risale ai redditi di tre anni prima. Ma soprattutto perché l’immagine che rivela è sfocata, quando non addirittura bugiarda. Persino il contribuente più onesto dichiara meno che può. E i soli per i quali quel «meno» equivale purtroppo al totale sono i dipendenti a reddito fisso. Al solito, le vere vittime. Essendo gli unici costretti a mettersi completamente a nudo, hanno finito per essere anche gli unici di cui tutti potevano esplorare morbosamente le fattezze. Il bello, si fa per dire, è che a ficcare il nasino indignato nelle loro vergogne, moraleggiando sui redditi svelati, saranno stati anche quegli italiani che alimentano l’altro reddito. Un reddito che non sfila in passerella su Internet, ma preferisce restare in camerino a farsi gli affari suoi: gli habitué lo chiamano «il Nero», ma il razzismo non c’entra, ve l’assicuro.

Vite diverse, contratti diversi

4 Mag 08

Pietro Baribaldi

Fare la spesa costa di più nel Nord Italia. Ciò che da molto tempo quasi tutti sospettavano, è diventato un dato ufficiale. L’Istat ha pubblicato in questi giorni gli indici dei prezzi per diversi categorie di beni riferiti a diversi capoluoghi di regione. Per uno stesso paniere di beni alimentari, a Torino si spende il 15 per cento più che a Napoli e a Milano addirittura il 25. La città più cara d’Italia per generi alimentari appare però Bolzano, mentre in molte altre città del meridione, quali Bari, Cagliari e Palermo, il costo degli alimentari è di poco superiore a quello di Napoli. Le differenze regionali sono molto simili quando si guarda al costo dei prodotti dell’arredamento, mentre meno nette paiono le differenze nei prezzi dei beni d’abbigliamento.

Questi numeri hanno delle implicazioni molto importanti e quasi paradossali. Per rendersene conto occorre pensare al potere d’acquisto di un dato livello di retribuzione in diverse regioni. Immaginiamo un stipendio mensile netto pari a 1500 euro pagato in tutto il territorio nazionale. Dal momento che la spesa nel mezzogiorno è più a buon mercato, gli stessi 1500 euro garantiscono un potere di acquisto superiore nel Sud Italia. È davvero un risultato paradossale, poiché suggerisce che i salari reali sono più elevati nelle regioni più depresse e a più bassa produttività.

Per correggere questo paradosso, occorre ripensare all’intero sistema di relazioni industriali e contrattuali. Sia chiaro, obiettivo della riforma non deve essere quello di reintrodurre le gabbie salariali, il meccanismo di differenziazione retributiva tra regioni gestito centralmente e in vigore fino alla fine degli Anni Sessanta. Il nuovo sistema contrattuale dovrebbe innanzitutto contemplare un salario minimo orario nazionale, stabilito per legge e applicabile a tutte le prestazioni di lavoro. Esiste in quasi tutti i paesi avanzati, Inghilterra e Francia inclusi. Questo salario minimo nazionale non dovrebbe essere necessariamente diverso tra regioni. Le differenziazioni territoriali si dovrebbero infatti ottenere attraverso la contrattazione aziendale, in modo da far sì che in ciascuna azienda il salario pagato sia legato alla produttività dell’impresa e al costo della vita locale.

Le parti sociali, a parole, paiono concordare con l’idea di spostare la determinazione del salario in azienda. Tuttavia, i progressi fatti sono stati fino ad ora modesti. Un’oggettiva difficoltà è legata al fatto che in Italia in moltissime piccole aziende non esistono rappresentanze sindacali ed è quindi necessario stabilire un metodo per garantire una retribuzione adeguata anche a questi lavoratori. Come proposto con Tito Boeri su queste colonne, un modo per superare la difficoltà esiste. Sarebbe sufficiente stabilire a livello centrale una regola che permetta di incrementare il salario all’andamento della produttività.

Ciò che sembra mancare non sono le soluzioni, ma una vera volontà riformatrice. Nei prossimi mesi si potrebbe finalmente aprire una fase nuova. Al nuovo Governo, attraverso una vera e propria iniziativa bipartisan, dovrebbe spettare il compito di introdurre un salario minimo nazionale. Il resto della riforma sarebbe compito delle parti sociali. Emma Marcegaglia, il nuovo presidente di Confindustria, pare decisa a dare una svolta. Il sindacato potrebbe avere l’occasione per dimostrare di essere ancora una forza indispensabile e riformista. Speriamo davvero di assistere non solo a nuova fase, ma a una fase virtuosa.

Le chiese invisibili

4 Mag 08

Barbara Spinelli

Obama e l’Europa
Il reverendo Jeremiah Wright ha un’idea molto cupa dell’America in cui vive, e le parole che pronuncia rischiano di esser letali per Barack Obama, il senatore nero dell’Illinois che aspira alla Casa Bianca. Forse metterà addirittura fine al suo sogno. Ma quello che il pastore nero di Chicago sta dicendo in questi giorni, e che tanta angoscia suscita in Obama, conviene ascoltarlo attentamente: la storia che narra, sulla Chiesa nera e la questione razziale, è di massima importanza anche per l’Europa e l’Italia. Nessuno Stato europeo lo confessa a se stesso, ma anche le nostre nazioni stanno diventando multietniche, minacciate dalla questione razziale che torna a struggere l’America. Si possono erigere barriere, si possono istituire guardie cittadine che al posto dello Stato repubblicano assicurano pulizie etniche nei quartieri (le destre parlano di ronde, le sinistre di sentinelle), ma la realtà non per questo svanirà e la realtà è ormai fatta di più appartenenze, più frammenti di culture, religioni: irreversibilmente.

Con questi frammenti le democrazie possono negoziare convivenze basate sul rispetto e la legge comune oppure possono entrare in conflitto anche violento. Le elezioni Usa sono cruciali perché di questo si discute: di odii acquattati negli interstizi del Paese. Di un razzismo che per gli americani è come la pornografia, scrive Bob Herbert sul New York Times: tutti la denunciano, pochi le resistono. Razza e scontro civile sono ottimo combustibile nelle campagne elettorali, così come la sicurezza e lo straniero sono stati ottimi combustibili nel voto italiano.

Oltre che pornografiche, scrive Herbert, queste ossessioni sviano l’attenzione da quel che conta: le guerre fallimentari in Iraq e Afghanistan, il clima, l’economia. Sconnettono più che mai la fantasia e gli spaventi dalla realtà. Bloccano la conversazione post-razziale che Obama invoca fra neri e bianchi.

Una delle cose fondamentali che ha detto il reverendo concerne quella che ha chiamato, in due interviste del 25 e 28 aprile, Chiesa invisibile. Quando i cittadini d’una nazione non vogliono vedere la realtà, quando immaginano soluzioni semplici e la complessità diviene loro insopportabile, quando nascondono a se stessi le proprie responsabilità, il rancore e il risentimento dei discriminati e degli ultimi si rifugia in luoghi che si estraniano dalla pòlis, facendosi invisibili: opachi a chi non vuol capire, correggere. Opachi specialmente a chi per mestiere dovrebbe esplorare l’inesplorato: stampa, televisione. La Chiesa nera invece di esser esplorata è divenuta Chiesa Invisibile: scuro monolito, impaurente. L’invisibilità offre scudi e lance, offre covi più che luoghi d’incontro. L’Islam integralista in Francia è cresciuto in scantinati adibiti al culto, non nelle moschee visibili dove aleggiano forse pensieri ostili ma almeno c’è luce. In Europa e Italia pensiamo di tenere a bada i risentimenti dell’Islam, vietandogli le moschee come a Bologna. Più le vietiamo, più l’Islam europeo si trasformerà, anch’esso, in Chiesa Invisibile. Il reverendo Wright provoca pericolosamente, con gesti trasgressivi che rovinano la trasgressione sostanziale di Obama. Difende le parole antisemite dette vent’anni fa da Farrakhan, leader nero della Nazione dell’Islam. Sostiene che l’Aids fu inoculato negli afro-americani per sfinirli. Afferma che i governi Usa si sono tirati addosso, con azioni terroriste, l’11 settembre. In un primo tempo Obama ha respinto questi estremismi, senza però demonizzare il reverendo ma cercando di convincere chi lo segue ad avere una visione dell’America meno maledicente, soprattutto meno statica. È accaduto in uno dei più memorabili discorsi, quello di Filadelfia del 18 marzo. È stato il momento in cui il candidato era più forte: lo era perché oltrepassava l’ossessione dei mezzi di comunicazione sui gesti provocatori di Wright, non sminuendoli ma narrandone le sorgenti. Disse cose essenziali: che il conflitto razziale veniva esagerato da Wright, ma esisteva. Che la rabbia non risolve alcunché ma esiste, va indagata. Che il rancore nero spiega l’alienazione risentita di tanti bianchi americani, e che anch’essa va capita, resa visibile. Che per risolvere i conflitti occorre complicare e non semplificare, negandoli: «La rabbia non sempre è produttiva; anzi, fin troppo spesso distoglie l’attenzione dalla risoluzione dei problemi reali; ci impedisce di guardare in faccia le nostre responsabilità per la condizione in cui ci troviamo e impedisce alla comunità afro-americana di stringere quelle alleanze di cui ha bisogno per produrre un cambiamento reale. Ma la rabbia è reale; è molto forte; e limitarsi a desiderare che scompaia, condannarla senza comprenderne le radici serve soltanto ad approfondire il solco di incomprensione tra le razze».

Un’altra verità messa in luce da Wright è che nella cultura americana esiste una tradizione nera, affatto diversa da quella europea e bianca. Può dar fastidio, ma tale è la realtà. È vero che le società democratiche sono oggi frantumate, in America come in Europa e Italia, e che alla frantumazione si può rispondere in due modi: immaginando omogeneità inesistenti o accettando la varietà. Una varietà che il reverendo descrive con un’immagine bella: Dio ha creato gli uomini diversi, «come fiocchi di neve». La musica nera, il vivere nero: c’è dell’Africa in questo e Obama è anche questo. La sua scommessa è di superare la divisione, di render visibile non solo quel che è relegato nell’invisibile – ignorato, sprezzato – ma anche quel che ha permesso a un nero di aspirare alla Presidenza. È il tentativo di trasformare gli Stati Uniti in un’«Unione più stretta», ha detto a Filadelfia. È straordinario come certe parole trovino eco negli stati europei. Anch’essi si ripromettono un’Unione sempre più stretta. Anche nelle nostre nazioni urge un’unione più stretta, che eviti ingiustizie, divisioni, conflitti.

Negare la diversità e le radici sociali dei conflitti può aiutare, nelle elezioni. Ma trasforma ciascuno di noi in uomini senza occhi, sconnessi dalla realtà (l’accusa più frequente a Bush è di essere incurious). Genera paura: utile ai demagoghi, non ai riformatori. Il momento più debole della campagna di Obama è venuto dopo Filadelfia, la scorsa settimana, quando ha dovuto rompere brutalmente con il reverendo. Ha dovuto farlo perché attanagliato da una stampa che s’è gettata su Wright come se in lui fosse il demoniaco della campagna. La semplificazione ha vinto, come in Italia, sul complicato e il reale.

È una semplificazione faziosa, inoltre. L’eccitazione contro il reverendo non ha mai colpito gli evangelicali che hanno sostenuto i fallimenti di Bush. Il pastore più vicino a McCain è John Hagee, e le sue parole sono ancora più incendiarie di quelle di Wright. Hagee è convinto che l’uragano Katrina s’è giustamente abbattuto su New Orleans perché la città era, come Gomorra, preda del peccato e dei gay. Sostiene la necessità di un grande Israele, perché lì tornerà Gesù. Chiama la Chiesa cattolica «grande prostituta di Babilonia». Razzismo, guerra ai diversi, odio dello straniero: questi gli ingredienti delle sue prediche. Ma nessuno, nella stampa mondiale, si sogna di connetterli a Bush e McCain.

Le destre in Italia e America son convinte di fare battaglie minoritarie: una specie di ‘68 di destra, contro immaginari establishment di sinistra. In realtà hanno il pieno dominio, e con tanti media complici sognano di assediare tale establishment. Per questo è così importante sapere se Obama, nonostante l’assedio, continuerà a parlare della realtà, trasportando chiese e rancori dall’invisibile al visibile. Chi è visibile impara a sentirsi imputabile, non impunito. Apprende a vivere in un mondo non statico ma in movimento, che si può cambiare e che ci cambia.

Pubblicare con criterio

3 Mag 08

Francesco Pizzetti
*Garante della privacy

Caro Direttore,
ho letto con attenzione l’articolo di Federico Geremicca Colpi di coda e autorità deboli pubblicato sul suo giornale il 1° maggio.

Ho molto apprezzato l’equilibrio e l’attenzione con cui, tanto nell’articolo di Geremicca quanto nelle altre parti del giornale, è stato dato conto dell’intervento dell’Autorità e delle ragioni che lo hanno ispirato. Così come ho molto apprezzato l’invito rivoltoci a fare un ulteriore sforzo per concorrere, nell’ambito della nostra competenza, a definire le regole.

Purché siano sempre più chiare nel rapporto tra libertà di informazione e rispetto della privacy dei cittadini.

Consenta però, non solo al Presidente del Collegio del Garante ma anche a un torinese da sempre fedele lettore della Stampa e a un ormai davvero non più giovane professore di diritto costituzionale, una precisazione importante.

A me non pare che l’invito ai mezzi di informazione ad astenersi dal pubblicare i dati diffusi con le modalità oggetto della sospensione sia stato un segno di debolezza.

Tutta la vicenda è in corso di approfondimento, se non altro perché è necessario consentire alla Agenzia delle entrate di presentarci formalmente le sue eventuali deduzioni. Proprio per questo il Garante, nell’adottare un provvedimento di urgenza riguardo alla diffusione degli elenchi dei contribuenti in Internet, ha usato la formula dell’invito a sospendere.

Le modalità scelte dall’Agenzia delle entrate, del resto, non permettevano certo al Garante di pronunciarsi a favore della utilizzabilità dei dati, anche da parte dei mezzi di informazione titolari del dovere di assicurare sempre il diritto fondamentale dei cittadini ad essere informati.

Per questo abbiamo cercato di impedire che potessero sorgere nuovi problemi giuridici legati appunto all’uso di questi dati o eventuali contenziosi promossi dagli interessati. Allo stesso tempo, abbiamo voluto evitare che il nostro intervento potesse essere letto come limitativo del diritto-dovere di rendere noti i dati delle posizioni di persone che, per il ruolo svolto nella società, sono o possono essere di sicuro interesse pubblico, e per le quali addirittura vigono spesso specifici regimi giuridici di conoscibilità e di pubblicità.

Di qui l’invito ad astenersi dal diffondere o pubblicare i dati solo perché comparsi sul sito web. Sono infatti per lo più dati relativi alle posizioni di contribuenti «qualunque», generalmente del tutto prive di interesse per il pubblico, e la loro eventuale ulteriore diffusione, fondata unicamente sul modo col quale sono stati resi noti, non sarebbe facilmente giustificabile.

Si è trattato di un invito che in sostanza ha voluto richiamare l’attenzione sulla necessità di assicurare un pieno rispetto delle regole deontologiche e giuridiche che già disciplinano questo così delicato settore.

Del resto, come lo stesso Geremicca sottolinea, proprio questa è la linea che La Stampa ha seguito, dimostrando così di aver perfettamente compreso il senso del nostro invito.

Colpi di coda e autorità deboli

1 Mag 08

Federico Geremicca

Noi non sappiamo con quale spirito, e in ossequio a quali urgenze, il viceministro Vincenzo Visco ed il ministro Livia Turco abbiano voluto ieri – con due iniziative distinte e diverse per discutibilità – inasprire e arroventare la cosiddetta fase di «passaggio delle consegne» tra un governo che lascia ed un altro che subentra. Fatto sta che ciò è accaduto: con un colpo di coda del quale non si sentiva affatto la mancanza e che ha seminato sconcerto e malumore nella stessa maggioranza uscente.

Più che l’iniziativa del ministro Turco – che a pochi giorni dall’uscita dal dicastero ha fissato le nuove linee guida della legge sulla procreazione assistita, cancellando il divieto di diagnosi preimpianto e scatenando vivacissime polemiche – è stata la decisione dell’Agenzia delle entrate di rendere consultabili via Internet le dichiarazioni dei redditi di tutti i contribuenti italiani a scatenare un vero pandemonio.

Si tratta, in un caso come nell’altro, di iniziative assai discutibili sia nei tempi che nella forma. E per quel che riguarda la decisione del viceministro Visco, opinabili anche nella sostanza: almeno a giudizio del Garante della privacy, che ha sollecitato e ottenuto la sospensione della pubblicazione in rete dei guadagni (nell’anno 2004) dei cittadini italiani. Una decisione onestamente incomprensibile, a governo con le valigie ormai pronte; una iniziativa che ha mandato subito in tilt il sito dell’Agenzia, preso d’assalto da decine di migliaia di contribuenti desiderosi di curiosare sul guadagno dell’amico, del superiore di grado o del vicino; e una sortita, infine, che agli occhi di molti ha assunto addirittura il profilo di una sorta di «vendetta» quasi postuma da parte del contestato viceministro.

Sia come sia, il tutto si è trasformato nell’ultimo danno prodotto su un terreno – quello fiscale – sul quale il centrosinistra aveva già pagato un duro prezzo elettorale. Per esser ancora più chiari: fosse anche stata ispirata dalle migliori intenzioni, l’iniziativa di Visco si è tradotta in un disastro che avrebbe fatto infuriare lo stesso Prodi, non informato dell’iniziativa. E questo a prescindere, naturalmente, da giuste e innegabili esigenze di trasparenza: che in questo caso hanno tanti argomenti a favore almeno quanti ne ha il pur doveroso e tutelato rispetto della privacy.

E a proposito della privacy, del suo rapporto con l’informazione e dell’autorità che ne è garante, è venuto il momento di porre con la necessaria nettezza un problema non più eludibile. Questo giornale, anche in circostanze analoghe a quella in questione, si è sempre attenuto al rispetto della riservatezza dovuto a ogni singolo cittadino e alle indicazioni di volta in volta giunte in tal senso appunto dal Garante che ne tutela i diritti. Ma il rispetto, per poter esser richiesto, richiede in cambio indicazioni chiare e inequivoche: e non direttive timide e ambigue, che sembrano fatte apposta per esser ignorate e violate. Per esser schietti: dal garante ci si attende un sì o un no alla pubblicazione di questo o quel documento e non, come accaduto ancora ieri, generici «inviti» accoglibili o meno a seconda delle diverse sensibilità.

Questo significa, per dirla senza giri di parole, che La Stampa vuole esser messa nelle condizioni di fare informazione al pari di ogni altro giornale, avendo dunque chiaro con certezza quel che è pubblicabile e quello che invece non lo è: e non lo è per questo giornale come per tutti gli altri, senza possibilità di equivoci e fraintendimenti. Dell’infinito elenco dei contribuenti italiani messo dal viceministro Visco su Internet, noi pubblichiamo oggi solo nomi già stampati da altri organi di informazione e pochi altri per i quali, in ragione della loro assoluta notorietà, non si ritiene possa esser invocato il rispetto della privacy. Rispondiamo positivamente, quindi, al timido invito del Garante, nella speranza che esso sia accolto da tutti gli altri mezzi di informazione. Non è quasi mai accaduto, in verità. E la richiesta, allora, è che ognuno sia messo in grado – e in una situazione di inequivoca parità – di fare il proprio mestiere, che è quello di informare e pubblicare. Per ottener ciò, gli inviti non sono sufficienti. Il Garante lo annoti, e alla prossima occasione si regoli di conseguenza.


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