Archivio per Aprile 2008

Il villaggio della paura

27 Apr 08

Barbara Spinelli
Non è la prima volta nella storia d’Europa che la cronaca nera prende uno spazio abnorme e simbolico: nelle scelte governative, nelle campagne elettorali, nel farsi delle carriere politiche, nelle strategie dei mezzi di comunicazione. Accadde già una volta nella belle époque: tempo smanioso d’impazienza e di risse, che Thomas Mann chiamò epoca della Grande Nervosità. Nel 1907, il giornale La Petite République, fondato dal socialista Jaurès, titolò in prima pagina: «L’insicurezza è alla moda, questo è un fatto». Il clima era assai simile al nostro: analogo fascino del crimine, analoghe illusioni di rese dei conti. Insicurezza e cronaca nera vennero politicizzate, in Francia, sullo sfondo di vaste dispute sulla pena di morte. Facevano paura le bande di giovani nei quartieri difficili, proprio come oggi: Apache era il loro nome. Proprio come oggi s’invocava una rottura. Categoria che Foucault ebbe a definire, in un’intervista a Telos dell’83, deleteria: «Una delle più dannose abitudini del pensiero moderno è di parlare dell’oggi come di un presente di rottura». Buona parte degli Apache scomparve nella carneficina del ‘14-’18.

Oggi il fantasma riappare, con forza speciale dopo l’11 settembre e lo svanire dell’Urss. È la tesi dello studioso Laurent Mucchielli, che ha pubblicato una raccolta di testi sul ruolo che l’insicurezza ha svolto nell’ascesa di Sarkozy. In realtà la sicurezza s’era fatta invadente da tempo, con l’espandersi delle estreme destre in Europa. Già negli Anni 90 la figura del nemico cambia («Vi faremo, a voi occidentali, la cosa peggiore che si possa fare a un avversario: vi toglieremo il nemico», disse Georgij Arbatov, in Urss).

Divenuto meno visibile il nemico esterno, si scopre l’Islam non solo fuori ma dentro casa, si escogitano nuovi reati (tra essi la mendicità), e ai cittadini viene offerto il nemico interno, il capro espiatorio da abbattere. I disordini nelle periferie son descritti come guerre civili ­ Los Angeles ‘92, Francia 2005 e 2007 ­ e la controffensiva si militarizza. La paura diventa lievito della politica: in Usa, Francia, e ora Italia. Il libro di Mucchielli s’intitola: La Frenesia della Sicurezza (La Découverte).

La frenesia risponde a bisogni concreti, soprattutto in zone di non-diritto, dove l’urbanistica ha fatto scempi: zone grigie, le chiamano i consulenti privati cui si rivolgono i governi, di «guerriglia degenerata».

La società Pellegrini, cui spesso ricorre Sarkozy, parla di guerra civile. È quest’esagerazione che desta dubbi, negli esperti di banlieue. Nelle teorie del nemico interno l’insicurezza non è un male da sanare, riformando giustizia, prevenzione, controllo. L’età nervosa trasforma l’insicurezza da problema, che era, in soluzione, in occasione sfruttabile. Anche la paura cessa d’esser problema e diventa soluzione, investimento politico. I giornali fanno la loro parte, un po’ per vendere un po’ per conformismo. Quasi non sembrano accorgersi della manipolazione che subiscono, dei profitti che politici e imprese private traggono dalla paura.

L’emozione che prende il posto della comunicazione, l’ossessione delle cifre, il linguaggio bellico, le «lunghe scie di sangue»: la stampa imita il politico, perde autonomia, invece di registrare e interpretare escogita titoli-arpioni. È quello che i politici vogliono: «Il silenzio mediatico è un errore», disse il ministro dell’Interno Sarkozy in un discorso ai prefetti del 2003. Così da noi: i telegiornali aprono su un delitto, per poi allacciarsi senza soluzione di continuità a duelli elettorali. E lo spettatore è trascinato nel vortice, diventa attore teleguidato di quella che David Garland, in un libro del 2002, chiama società penale: con il suo voto e la sua rabbia s’immagina demiurgo di nuovi ordini (La Cultura del Controllo, Saggiatore 2004).

La frenesia è passione disperata e panica, non fiduciosa nel progresso sociale ma dominata dal catastrofismo, dall’idea che il criminale sia un individuo predeterminato geneticamente, immutabile. Sono le convinzioni di Sarkozy: non ha più senso la polizia di prossimità, che provava a integrare i giovani in banlieue. «La migliore prevenzione è la sanzione». Decenni di lavoro sulle radici della violenza vengono liquidati, giudicati buonisti, sociologici. Quando paura e insicurezza diventano la Soluzione, il problema svanisce. Il populismo penale straripa, imponendo non riforme di lungo respiro ma pletoriche leggi ad hoc, e politiche dichiarative, simboliche, dettate da permanente indignazione.

In Francia, che per l’Italia è oggi paese laboratorio, il vocabolario bellico adattato all’ordine pubblico è preso in prestito dall’epoca coloniale. Lo spiega Mathieu Rigouste, studioso di scienze sociali: i consulenti più apprezzati dai politici, sulle banlieue, combinano dottrine della contro-insurrezione elaborate nella battaglia d’Algeri con l’odierna lotta al terrore. Così vien cancellato il confine tra sfera civile e militare, tempo di pace e di guerra, interno e esterno. Certo è presto per valutare conclusivamente i risultati di queste politiche, ma un primo bilancio è possibile. L’ossessione delle cifre, della rapidità, della cronica drammatizzazione non ha dato per ora veri risultati.

Il poliziotto-giustiziere appare ancora più illegittimo, nelle banlieue. Le carceri si riempiono, aprendo la via a indulti precipitosi. Soprattutto non funziona la panacea tecnologico-militare (videosorveglianza, biometria): il terrorista non teme la morte né l’occhio altrui. La rapidità è proficua solo in parte: impedisce analisi accurate, corre al risultato-show. È in Inghilterra, dove Blair ha inasprito la repressione, che la percentuale dei minorenni delinquenti è la più forte (20 per cento sulla criminalità globale). In Norvegia, dove perdura il modello «sociologico-protezionista», la percentuale è inferiore al 5 per cento. Mucchielli cita poi una distorsione che conosciamo bene: lo slogan Tolleranza Zero vale per tutti i crimini, «tranne per quelli economici e finanziari: contrariamente ad altri tipi di delinquenza, il governo (francese) cerca, in nome della “modernizzazione” del diritto degli affari, di depenalizzare i comportamenti delinquenti». È la società duale descritta da Garland: da un lato chi s’avvantaggia della deregolamentazione liberista, dall’altra una società disciplinata da regole morali più tradizionali e inasprite.

La politica della paura si concilia male con il pragmatismo che Sarkozy incarna agli occhi di molti. Pragmatismo sempre più incensato, e sempre più equivoco: perché una politica sia efficace, non basta dire che essa «non è di destra né di sinistra». Non c’è nulla di pragmatico nell’ossessione delle cifre, nel disprezzo dei poliziotti di prossimità, nel correre affrettato verso il risultato spettacolare, qualunque esso sia. Non sono pragmatiche le pene minime ai recidivi, che riducono l’autonomia dei giudici. O la carcerazione preventiva che tocca a chi ha già purgato la pena ma viene giudicato tuttora potenzialmente pericoloso (da una commissione di esperti, come voluto dal presidente Sarkozy).

Le ronde proposte dalla Lega possono aver senso: alcuni cittadini partecipano al controllo del territorio, «armati solo di telefonini». Ma non deve significare che Stato e polizia abbassano le braccia. Che la società non solo si autocontrolla ma reprime (salvaguardando ampie zone d’impunità economica, come s’è visto). È per evitare il linciaggio che abbiamo giudici e polizia separati dalla società. Quando ciascuno spia, denuncia, reprime il diverso, il mondo rischia di farsi villaggio, letteralmente: non ordine cosmopolita, ma borgo natio dove il controllo sociale protegge senza freni, e il cittadino perde l’anonimato garantito dalla metropoli, non sfugge agli sguardi, e impara a vivere nel sospetto, senza più lasciar vivere.

C’è un rosso che vince

28 Apr 08

Giancarlo Dotto

Le uniche rosse che vincono sono ormai le Ferrari ovunque e la Brambilla da Lecco in giù, Brambilla intesa come Michela Vittoria, detta anche la Rita Hayworth della Padania (la Hayworth ci perdoni, se può, no, non può). Aggrappati a Kimi il finlandese, noi morbosi amanti del rosso.

C’era una volta il rosso. Per gli antichi era il colore nobile. Il piacione medievale e il dandy rinascimentale sceglievano il rosso cardinalizio per sedurre le dame a corte. «Sulla volta celeste, rosso come la marsigliese, sussurrava, crepando, il tramonto», scriveva Majakovskij. Rosso era il colore della passione e dell’eccitazione. Scaldava i cuori e ottenebrava i tori. Oggi dici rosso e pensi al mutuo o a Bertinotti. E cioè alla depressione. Morto un Peppone non se ne fa un altro, parola di Don Camillo.

Rosso di questi tempi è il colore del tuo conto in banca e della tua presenza in Parlamento, numeri oscillanti tra lo zero e sotto lo zero. Il rosso sparisce e sfinisce un po’ ovunque. Abolito in politica, nelle piazze e in Parlamento, cancellato dalle bandiere e dai manifesti. Decaduto anche nel gusto della gente. Secondo recenti sondaggi, il rosso «tira» ancora solo a casa di Dario Argento e in Spagna, dove lo amano per via del sangue e delle arene e lo chiamano colorado, il colore per definizione. In tutto il resto d’Europa e non solo in quella moderata, alla precisa domanda: qual è il tuo colore preferito, la risposta è nella stragrande maggioranza l’azzurro. Il colore di Berlusconi. Il rosso è molto indietro nella classifica. La rimozione del rosso è totale. Il rosso è oggi scorretto in politica, cafone nella moda. Non solo nelle cabine elettorali, il rosso è associato all’ansia e al fallimento. Nei test cognitivi dici rosso e associ divieto, stop, errore e orrore. Il rosso piace solo ai bambini, che detestano il grigio e hanno paura del nero, ai vampiri e ai viziosi pornomani. Ma, anche qui, le cose non vanno. Le favole di Andersen non sono più di moda e l’industria a luci rosse perde colpi, è un business calante.

C’è rosso e rosso anche nelle cose che vanno a motore. Sì, è vero, le Ferrari stravincono in Spagna, ma le altre, le Ducati, prendono botte ovunque e da chiunque, soprattutto dalle giapponesi. In questo caso il rosso è mortificato dal giallo.

A essere rigorosi, le prime avvisaglie del declino del rosso risalgono in Italia a due anni orsono, alla sparizione dall’etere che conta di Aldo Biscardi, il rosso al carotene più telegenico della storia. Un dramma per lui, un trauma per gli italiani (il primo certo, il secondo da verificare). Emarginato, Biscardi, per colpa della relazione pericolosa con il suo amico Luciano Moggi, anche lui incline al rosso tinto, più mogano che rosso. Dalla sparizione di Biscardi a quella, l’anno dopo, di Luna Rossa. Stracciata nell’ultima Coppa America in finale dai neozelandesi, arriva la pietra tombale lo scorso agosto. È Patrizio Bertelli in persona a ufficializzarne la morte con la storica frase: «Si è chiuso un ciclo».

Perde il rosso e perdono i suoi derivati. Perdono i Rossi e i Capirossi. Valentino arranca, Loris stecca. Si estinguono i pettirossi. Resistono Vasco Rossi e il vino rosso, due miti che, spesso, si confondono. Vogliamo parlare di Milva, la pantera rossa, la pupilla di Strehler, la musa di Brecht, braccata dalla Finanza e indagata per un conto in Lichtenstein, che non ha nemmeno l’attenuante di essere in rosso? Senza contare il processo in corso di revisione storica su Federico Barbarossa. E, tanto per restare in casa nostra, qualcuno ha notizie di Luca Barbarossa, che non siano i suoi gol nella nazionale cantanti?

Insomma, esclusa la Brambilla che è rossa, ma soprattutto azzurra, restano la Ferrari e le tute rosse di Maranello. Quanto resta della classe operaia che va in paradiso. E pazienza se, dentro le rosse, galleggiano un finlandese diafano, per giunta biondo, e un brasiliano corvino, declinante al nero. Kimi Raikkonen e Felipe Massa sono l’ultimo avamposto di soccorso rosso, la versione su asfalto della Croce rossa, l’orgoglio estremo di tutti coloro che si ostinano ad amare il rosso. Restano loro due, le gote rosse di Jean Todt e lo sguardo di Luca di Montezemolo che, a guardarlo bene, emana qualcosa di rosso.

Milano predona

28 Apr 08

Luigi La Spina

Il prossimo governo, programmato sull’asse che congiunge la villa di Arcore con la sede della Lega in via Bellerio, avrà come vera camera di decisione la cena del lunedì sera con i quattro convitati: Berlusconi e Bossi, i leader dei partiti che hanno vinto le elezioni, accompagnati dai ministri dell’Economia e dell’Interno, Tremonti e Maroni. E il vento del Nord che avrebbe dovuto spazzare il malcostume burocratico e clientelare di tutta la nazione si è trasformato in una tromba d’aria che ha attirato sulla sola Lombardia ben 9 ministri su 12, lasciando a Est, al Veneto, un solo rappresentante e a Ovest, al Piemonte, neanche uno. Siamo passati da «Roma ladrona» a «Milano predona»? Espressa nell’icastico e sbrigativo gergo alla moda, quello della coppia Bossi-Grillo, è questa l’impressione che si ricava dalla nuova fisionomia del potere in Italia.

A questo punto, bisogna mettersi d’accordo. O il localismo, con la sua ossessione di rappresentanza territoriale degli interessi, non è un valore significativo.

Allora, lo si può sacrificare tranquillamente non solo agli equilibri partitocratici della maggioranza, ma pure alle idiosincrasie e alle vanità personali dei singoli.

Oppure è il nuovo «mantra» della rinnovata politica italiana, scoperto e celebrato come la medicina vincente per la nostra anemica democrazia. Messaggio così rivelatore delle intenzioni governative, ad esempio, da giustificare lo spostamento a Napoli del primo Consiglio dei ministri per simboleggiare la vicinanza dell’esecutivo ai problemi della Campania sfigurata dalla spazzatura. Allora, appare ancor più contraddittoria e incomprensibile una scelta che trascura il criterio di una sia pure approssimativa proporzione territoriale nel nuovo ministero.

È certamente giusto sfuggire alle trappole del provincialismo piagnone e, magari, all’ascolto troppo partecipe dei lamenti per le ambizioni deluse. Più utile, lo si ripete sempre in questi casi di comparazioni geografiche svantaggiose, cercare di capire i motivi di certe scelte e quindi approntare, se possibile, le cure perché, in futuro, i criteri possano cambiare.

Per sgombrare il campo da superficiali ma errate giustificazioni elettoralistiche, occorre subito escludere l’ipotesi di una «punizione» per l’esito del voto: in Piemonte, eccetto il caso di Torino, il Pdl è andato benissimo e la Lega ha più che raddoppiato i consensi. Nel Veneto e in Friuli il successo dei due partiti è stato notevole ed è culminato persino con la sconfitta simbolica del governatore Illy, che pure ha fama di ottimo amministratore. Le ragioni di questa clamorosa sottorappresentanza sono, dunque, più profonde e più antiche.

I parlamentari piemontesi, da molto tempo, non sanno fare «lobby» per la loro Regione. Questo atteggiamento, che pure ha aspetti non tutti riprovevoli sul piano del costume politico e, forse, è anche sintomo di una maggiore coscienza nazionale, penalizza meno i rappresentanti del centrosinistra, perché costoro hanno più forti e tradizionali legami con i loro partiti. Indebolisce di più la classe dirigente dell’attuale maggioranza perché, con qualche eccezione, è più nuova, meno esperta e più lontana dai centri di potere che contano.

Nel Veneto e, in generale, nell’Est d’Italia si sta verificando un fenomeno che potrebbe ricordare l’assetto territoriale dell’antico Pci. Quando l’Emilia custodiva la cassaforte dei voti e della potenza economico-finanziaria di quel partito, esprimeva bravi e popolarissimi amministratori, ma i dirigenti nazionali comunisti erano scelti prevalentemente in Piemonte o in Sardegna. L’eredità dei nipotini di Rumor e di Bisaglia è passata in parte alla Lega e in parte al Pdl. Ma il doroteismo democristiano era molto debole nel pensiero e molto forte nell’occupazione del potere nazionale. Al contrario, ora quelle terre sembrano la culla dell’ideologismo leghista e liberista, dagli assalti in piazza San Marco agli scioperi fiscali del «popolo delle partite Iva», ma appaiono incapaci di trasferire al governo del Paese il peso della loro forza, in termini elettorali e in termini di interessi. Insomma, all’epoca della «Balena bianca» la questione del passante di Mestre sarebbe già stata risolta da tempo.

Ecco perché le decisioni di Berlusconi e di Bossi per la composizione del nuovo governo non si spiegano con l’arbitrio di generali che privilegiano colonnelli provenienti dalla loro regione, ma sono l’effetto, censurabile finché si vuole, di una debolezza strutturale della classe dirigente piemontese e veneta nelle schiere del centrodestra. Sarà un caso, ma qualche volta il destino è beffardo: le speranze per l’Alta velocità Torino-Lione e quelle per la marmellata di traffico a Mestre saranno affidate, a questo punto, solo al nuovo commissario europeo per i Trasporti Antonio Tajani, romano e pariolino doc. Vuoi vedere che, stavolta, «Roma ladrona» ci restituisce il maltolto?

Vivere male parlando peggio

27 Apr 08

Alfio Caruso

Parliamo male perché viviamo male o viviamo male perché parliamo male? Nello sfogo appassionato del supporter la sconfitta della Sinistra Arcobaleno è stata così spiegata: c’è mancata la capacità di entrismo nelle pieghe più frastagliate della realtà zigzagante. E volevano anche sopravvivere…

Presi in mezzo tra una burocrazia legislativa che ha fatto dell’incomprensibilità il tratto distintivo e la propria forza (in Sicilia vige una legge che a Palermo viene considerata ultimativa contro gli abusivi della Valle dei Templi e ad Agrigento una sorta di condono tombale) e una lingua plasmata dalla televisione, la semplicità delle parole non ci basta più. Nutriamo la costante ossessione di andare oltre, di pronunciare affermazioni che abbiano in sé qualcosa di definitivo. Così abbiamo inventato il supervertice (dimenticando che vertice è già il punto più elevato), la super top model e la classifica dei dieci super top manager (benché top in inglese significhi cima). Non esiste oramai una tragedia che non sia vera, una strage che non sia cruenta, un trionfo che non sia autentico. L’abitudine dell’aggettivo rafforzativo si è talmente radicata da aver creato una nuova scala di valori: l’incidente automobilistico con un morto e tre feriti è stato definito nel tg una strage. La sciagura ferroviaria non presuppone più la presenza di vittime, basta una semplice ammaccatura di lamiere.

Tramonta la buona usanza di rispondere sì o no a una domanda. Peste lo colga chi non premette l’avverbio assolutamente, il quale sta dilagando nell’eloquio giornaliero peggio della rucola nei ristoranti milanesi d’inizio Anni 80. Fanno persino sorridere le battaglie stilistiche condotte da Montanelli contro taluni modi di dire – nella misura in cui, i ragionamenti che potevano stare a monte e a valle – i quali, a suo avviso, ingarbugliavano il corretto uso dell’italiano. Oggi voliamo molto più in basso con la trasformazione dello scontato in traguardo ambito. Dunque l’accordo sull’Alitalia dev’essere alto; il dibattito sulle riforme costituzionali ampio; il prossimo governo funzionante; gli assassini condannati; i corrotti e i corruttori puniti. Eppure ognuna di queste banalità è stata pronunciata con la stessa solenne compostezza usata da Churchill quando nel 1940 promise agli inglesi lacrime, sudore e sangue. A meno che il degrado nel quale sprofondiamo non costringa a ricominciare da zero, smentendo persino la felice intuizione di Troisi: ricomincio da tre.

Siamo circondati da avventurieri del risaputo (Casini: in Parlamento faremo un’opposizione repubblicana) e da esploratori dell’ovvio (Tronchetti Provera: la cordata si farà se i patti saranno chiari e i conti trasparenti). Dietro si muovono gli arditi dell’imperativo esortativo, sempre pronti a ricordarci le basi della convivenza civile: non si guardi in faccia a nessuno; chi ha sbagliato, paghi; si accerti la verità; chi sa, parli. Mentre a loro stessi riservano una prima persona che cerca di mescolare autorevolezza e modestia: non sottovaluterei; non passerei sotto silenzio; non mi crogiolerei.

Nella nostra epoca infelice anche la cultura può arrecare danni e senza fare distinzioni tra il maestro e l’esordiente. I titoli di un capolavoro di García Márquez (Cronaca di una morte annunciata) e di un’azzeccata autobiografia di Marina Lante della Rovere (I miei primi quarant’anni) hanno assunto il ritmo e la frequenza di una persecuzione. Da un quarto di secolo ogni calamità, ogni sventura sono, a posteriori, annunciate. Abbiamo cancellato il Caso, Dio, la Natura nella sicumera che tutto sia prevedibile. Peccato che a noi mai riesca di prevederlo e di scongiurarlo. Da un quarto di secolo non esiste genetliaco che, in pubblico o in privato, non sia preceduto dall’immancabile «primi» alla faccia dei confini anagrafici. Per cui, passi per i primi cinquant’anni di Madonna, ma in televisione sono stati appena festeggiati i primi ottant’anni dell’artista che davanti alla telecamera appariva molto più di là che di qua.

Perché tutti vogliono la Grande Meretrice

27 Apr 08

Lucia Annunziata

Città-inciucio o camera di compensazione: la corsa è sempre qui

Che un vento politico avviatosi quasi quindici anni fa al grido di «Roma Ladrona» si scateni alla fine proprio su Roma, non è affatto sorprendente.

A pensarci, anzi, non poteva che concludersi così. Quel sentimento contro Roma, iniziato come bandiera del separatismo leghista si è via via gonfiato, nel corso dell’ultimo decennio, di malcontenti e significati sempre più intensi. La Capitale è diventata il simbolo dei Palazzi, del Privilegio, dei Salotti, degli Accordi, e infine, tutta insieme, della Casta, il terreno dove fermenta, e si riproduce all’infinito, una classe dirigente, papalina o laica, estremista o moderata, tutta omologata alla fine da una cultura dell’immagine, della Tv, della distanza dal resto del Paese, e, dunque, dell’inefficienza. Avremmo avuto il risultato che c’è stato a queste ultime elezioni se al leghismo non si fosse coniugato questo sentimento Anti Casta? Avrebbero votato a destra pezzi della sinistra se le critiche alle élite politiche romane non si fossero fatte così aperte, dolorose ed esplicite ?

D’altra parte, il sentimento contro Roma «la Grande Meretrice» dell’Apocalisse di Giovanni, di San Bonaventura e di Lutero, non è la prima volta che spunta nella storia; e non sarà nemmeno l’ultima.

La contesa per Roma, anche in epoca moderna, ha sempre segnato l’inizio e la fine di fasi storiche – la Repubblica Romana del 1849, la breccia di Porta Pia, la fuga dalla capitale del Re Vittorio Emanuele III nel 1943, Roma città aperta, Roma delle Fosse Ardeatine, e quella degli scontri di piazza più violenti della storia repubblicana fra estremismi negli Anni Settanta. Tutto alla fine in Italia torna su Roma, prepotentemente.

Non ci vuole molto dunque a capire perché la sfida per la guida della Capitale, per cui si vota oggi, abbia catalizzato l’interesse e le passioni dell’intera nazione: lo scontro fra Rutelli e Alemanno ha infatti preso nei fatti il significato di una verifica del voto nazionale. Se anche Roma passa al centro-destra è la certificazione definitiva della forza del prossimo governo Berlusconi; se invece il centro-sinistra mantiene la capitale che ha guidato negli ultimi anni significa che non tutto è perduto, che proprio da Roma ricomincia subito la sua riscossa.

Ma è giusto vivere così intensamente questo scontro, o non è il solito riflesso mediatico; la solita proiezione, buffonesca e dissacrante, che Roma ama fare di sé stessa come nel brillante e autoreferenziale circuito intellettuale di Dagospia?

Purtroppo no. Sarebbe più rassicurante per tutti ridurre a un fatto nervoso la tensione di queste ultime ore fra Alemanno e Rutelli.

La verità è che questa corsa elettorale merita tutta l’attenzione che ha. Al di là dei luoghi comuni, e dei difetti, Roma rimane infatti il punto determinante nella gestione dello Stato. In maniera diversa da Milano, certo. Ma forse più rilevante. Se Milano decide infatti la composizione del potere, è a Roma che si definisce invece l’equilibrio del potere. Le forze che vi si muovono, pure così sfacciate e mondane per certi versi, sono la necessaria e inevitabile terra di cultura di ogni dialogo possibile; il luogo naturale in cui si scuciono e si ricuciono, ben prima della mediazione parlamentare, idee e rapporti di forza. La capitale è insomma tradizionalmente la camera di compensazione del governo nazionale.

Ha davvero un governo centrale bisogno di una funzione di questo tipo alle spalle, ci si potrebbe chiedere? Si potrebbe dire no, e farci anche una bella figura, appagando un po’ di populismo anticasta (tanto a noi giornalisti non costa molto). Ma la verità è che tutte le idee e le mosse di governo hanno sempre bisogno di essere saggiate, provate, delineate prima di essere operative – e non tutti questi passaggi sono «inciucio». Da Roma operano le grandi Banche, e la Banca d’Italia, le direzioni delle industrie di Stato; operano Confindustria, i Sindacati, quasi tutta l’industria culturale italiana, sicuramente quella del cinema e della televisione, e sedi centrali o nazionali di molti giornali. Roma è il Papa, è la Vecchia Aristocrazia, nonché il paradiso dei Grandi Padri della Repubblica, e dei tecnici dell’alta burocrazia che mai cambia mentre tutto cambia. In questa città, che è anche il centro fisico della nazione, tutti questi poteri formidabili colloquiano con la Politica del governo. Filtrano opinioni e ipotesi, ricevono stimoli e segnali, aggiustano con il dito mignolo la direzione di una palla di neve, prima che arrivi a diventare una slavina. La ragione per cui posti «leggeri» come il ministero dei Beni culturali, o presidenze di istituti culturali, siano molto ambiti: la cultura è a Roma il liquido facilitatore di ogni rapporto.

Tutto questo è spesso definito, come si diceva, trasversalismo amorale, decadenza dei salotti. E’ talmente forte questa idea che Bertinotti è caduto proprio sulle accuse di essere entrato in questo gioco. E certamente c’è sempre dietro l’angolo il pericolo che il dialogo divenga accordo, e l’accordo diventi criminale.

Ma non è necessariamente così. Roma sta al governo italiano come Washington sta al governo Usa, e come Parigi e Londra e Mosca stanno ai loro rispettivi governi. Nelle democrazie c’è sempre bisogno di una sorta di Bicamerale degli intenti, se non delle decisioni, e Roma è da anni la Bicamerale d’Italia a cielo aperto.

Che arrivi a guidarla dunque Rutelli o Alemanno farà una grande differenza non solo in termini di voti, ma anche e soprattutto nell’allineamento fra politica e poteri. Milano ha già fornito la prima tessera di questo equilibrio; Roma completerà, in un verso o in un altro, il puzzle.

Un sindacato di nome Lega

25 Apr 08

Tito Boeri

Roberto Calderoli non ha certo l’aria del genio. Né del bene, né del male. Eppure quella «porcata» di legge elettorale che porta il suo nome (e il suo famoso epiteto) è stata, per la Lega, un vero e proprio colpo di genio. Non solo perché la soglia dell’8 per cento su base regionale al Senato è costruita su misura per la Lega, ma anche perché il divieto di esprimere preferenze attribuisce alla Lega un grande vantaggio competitivo rispetto agli altri partiti. Il fulcro delle attività della Lega si svolge su di un’area limitata, un territorio poco più grande dell’Olanda, ma meno densamente popolato. Il suo nocciolo duro è nei piccoli centri, dove si può avere un rapporto diretto con l’elettorato, senza aver bisogno dell’intermediazione dei media. Nella Lega non ci sono grandi elettori e potentati locali, ma tanti «piccoli politici» di borgo che hanno il pregio di stare in mezzo alla gente, come dovrebbero fare tutti i bravi amministratori locali.

La Lega è il partito che negli ultimi 15 anni ha portato più giovani in Parlamento. Al contrario degli altri partiti, nell’ultima tornata elettorale non li ha confinati a piè di lista, dove si poteva stare sicuri che non venissero eletti. Si dice che i giovani trovino più spazio nella Lega perché «danno meno problemi», rispettano le gerarchie. In effetti, i giovani della Lega (compresi quelli che entrano in Parlamento) sono poco istruiti, difficilmente riescono ad imporre il loro punto di vista. Non serve perché gli elettori della Lega non guardano tanto alle qualità dei singoli, quanto al loro rapporto col territorio. È la comunità di appartenenza che li identifica, piuttosto che il loro curriculum e le loro competenze. Per entrare nella Lega come militanti, per aspirare a cariche amministrative o a candidature alle politiche, bisogna prima ricevere il «gradimento» di una comunità di iscritti. Anche se alla fine è il capo supremo, l’Umberto I, a decidere chi mettere in lista e chi no, questa scelta non viene percepita come un’imposizione dall’alto perché avviene nell’ambito di una rosa di persone che sono già state accettate, di cui ci si può fidare (per la verità non pochi «tradimenti», cambiamenti di campo, si sono consumati anche tra le file della Lega).

Questa forma di partito è funzionale alla strategia politica della Lega. È un partito rivendicativo, con finalità redistributive, che opera come un sindacato del territorio. Statalista quando si tratta di soldi per la Lombardia, liberista quando si tratta degli altri. Può candidamente chiedere di più per i propri territori e meno per gli altri. Nel programma della Lega si parla delle infrastrutture al Sud come qualcosa che potrà essere attuato solo dopo la Tav e le altre grandi infrastrutture del Nord e senza soldi pubblici. Come dire mai. Per questo il modulo organizzativo e gerarchico della Lega è difficilmente esportabile a partiti che ambiscono ad aumentare le dimensioni complessive della torta, piuttosto che a redistribuire le risorse esistenti. Anche un partito che sia federazione di partiti del Nord, del Sud, del Centro e magari anche dei «territori d’oltremare», dovrà trovare una sintesi, che rischia di essere vista come una scelta imposta dall’alto nei singoli territori.

Ma soprattutto facendo come la Lega non si possono risolvere i problemi di cui ci si è fatti interpreti. La globalizzazione e l’immigrazione, non li si governano nelle piccole comunità, la lotta alla criminalità organizzata richiede un coordinamento fra nazioni, prima ancora che fra paesini o quartieri. Sono tutti fenomeni che avvengono su di una scala più ampia di quella delle comunità della Lega. E anche il miglioramento delle condizioni materiali di vita nei piccoli centri richiede una sempre maggiore apertura verso il mondo circostante. Non solo non ci si può più difendere tra le mura del borgo, ma non si può neanche ambire a migliorare il proprio tenore di vita rimanendo chiusi lì dentro.

Il Porcellum finisce così per logorare i partiti diversi dalla Lega, crea tensioni crescenti fra il capopartito, che ha troppo potere, oneri oltre che onori, e la sua base. Ma ora che il voto è alle spalle, quella pessima legge elettorale non può diventare un alibi per ritardare quel rinnovamento della classe politica che non c’è stato con queste elezioni. I partiti possono farlo anche fuori dal Parlamento. Si deve rompere la tradizione che vede chi entra in politica restarci a vita. I politici che escono di scena non sono un problema sociale. Chi aveva una professione prima di entrare in politica, guadagnerà più di prima, spesso molto più di prima. Chi ha fatto il politico tutta la vita, potrà comunque contare su pensioni molto generose. Bene puntare fin d’ora su giovani che si allenino per le provinciali dell’anno prossimo e siano pronti fra cinque anni, quando si terranno le prossime elezioni politiche. Ci sono in giro tanti giovani che vogliono fare politica e non trovano spazio nella gerontocrazia. Bene sceglierli tra quelli che leggono prima la stampa locale dei grandi quotidiani nazionali, e che non si perdono nel circuito autoreferenziale della grande politica e delle grandi testate. Come abbiamo visto con queste elezioni, talvolta perdono il contatto con la maggioranza degli italiani. Chi fa politica deve saper stare in mezzo alla gente. Questa è la vera lezione che tutti i partiti devono oggi imparare dalla Lega.

La sicurezza non ha colore

22 Apr 08

Carlo Federico Grosso

Le elezioni sono state vinte da chi offriva, fra le altre cose, maggiori garanzie di interventi in materia di sicurezza. Un tema avvertito come prioritario dalla gente, soprattutto dalle fasce deboli della popolazione e dai ceti meno abbienti, più esposti alla violenza di strada. In questa prospettiva si spiega la grande vittoria ottenuta dalla Lega, che da tempo aveva posto al centro della sua azione politica seri problemi.

Per esempio il controllo dei clandestini, il dilagare della prostituzione, il contenimento della criminalità di strada, lo spaccio, l’esigenza di pene certe.

Il centrosinistra al governo, in alcune sue articolazioni, aveva nei mesi passati avvertito l’importanza di tale problema e chiesto che fosse affrontato con determinazione. Se ne erano resi interpreti, principalmente, alcuni sindaci particolarmente avveduti, in grado di avvertire meglio di altri politici il disagio crescente della gente comune. Nell’ambito delle loro competenze essi avevano assunto iniziative coraggiose: talvolta provocatorie, talvolta addirittura al limite della legalità. Soprattutto, essi avevano chiesto con insistenza al governo interventi appropriati: maggiori investimenti, più organizzazione, coordinamento fra le diverse competenze, modifiche legislative in materia di poteri di polizia e di statuto degli stranieri, più poteri di intervento ai sindaci anche in materia di sicurezza e di ordine pubblico.

Il governo nazionale ad un certo punto si era mosso. Sia pure con difficoltà, con l’opposizione e le resistenze di una parte della stessa compagine governativa, era riuscito a varare un disegno di legge che bene o male affrontava il problema sicurezza. Sulla spinta di un fatto terribile di cronaca nera, la violenza e l’uccisione di una donna da parte di un balordo di nazionalità rumena nella periferia di Roma, aveva cercato addirittura di anticipare l’entrata in vigore di talune delle norme previste emanando un decreto legge abbastanza incisivo in tema di espulsione degli stranieri.

Le divergenze esistenti all’interno della maggioranza parlamentare hanno tuttavia impedito che il disegno di legge venisse anche soltanto messo all’ordine del giorno dei lavori parlamentari e che il decreto legge fosse approvato dal Parlamento nei sessanta giorni previsti. Un fallimento che non poteva non pesare sul giudizio della gente e sulle conseguenti sue valutazioni al momento del voto.

Nuovi, ripetuti, gravi episodi di violenza nelle strade ripropongono in questi giorni con prepotenza il tema della sicurezza nelle città. Purtroppo il dibattito sembra essere inquinato dalla propaganda. Sono ancora aperte alcune importanti tornate elettorali e la destra cerca di sfruttare l’occasione per accusare la sinistra di avere sottovalutato il problema e lasciato il Paese nell’emergenza. La posta in gioco, in particolare a Roma, è troppo importante perché la situazione non venga in qualche modo sfruttata inasprendo la polemica a scapito di una discussione pacata sui modi per affrontarla. «Moratti-Veltroni, scontro sulla sicurezza», «Ancora polemiche tra Alemanno e Rutelli», erano soltanto alcuni dei titoli dei giornali di ieri.

Eppure occorrerà che si affronti il tema della sicurezza con rigore, ma con l’indispensabile equilibrio. In questa prospettiva mi sembra essenziale il contributo positivo di tutte le forze politiche rappresentate in Parlamento. Sarebbe pericoloso se la destra, oggi trionfante, pretendesse di considerare i temi della violenza e della criminalità una sua specifica competenza e si negasse ad un confronto con l’opposizione. Sarebbe ancora più pericoloso se il centro sinistra si chiudesse negli steccati e non cercasse di dialogare con il governo per una soluzione ragionevole dei problemi. La sicurezza dei cittadini è una esigenza imprescindibile e non ha colore politico.

Può avere colore politico, invece, il modo con il quale essa viene specificamente garantita, con quali sacrifici e per chi, con quali equilibri sul terreno della salvaguardia dei diritti. Ma proprio su questo terreno, per realizzare l’obbiettivo di una società sicura ma nello stesso tempo garante dei diritti di tutti coloro che lavorano onestamente nel Paese, sarebbe importante che, superata l’emergenza elettorale, le forze politiche si aprissero al confronto ed a misure bipartisan condivise.

Macché Nord il nodo è il Pd

22 Apr 08

Emanuele Macaluso

Palmiro Togliatti, nella campagna elettorale del 1948, parlando a Torino di fronte a 130.000 persone, pronunciò queste parole: «De Gasperi ha capito che questa volta il verdetto di condanna delle masse popolari (della Dc, n.d.r.) non verrà dall’Italia del Nord. Ma verrà prima di tutto dal Mezzogiorno lavoratore, contadino e piccolo borghese….».

Traggo questa citazione dal libro di Edoardo Novelli (Le elezioni del Quarantotto, Donzelli editore) per dire che in quelle elezioni il leader del Pci dava per scontato che il Nord avrebbe votato per il «Fronte popolare» e annunciava la vittoria nel Sud. Ma perse al Nord e al Sud. E così è stato sempre: quando la sinistra ha vinto e quando ha perso. Tuttavia le aspettative di Togliatti sul voto del Sud non erano campate in aria se si tengono presenti i dati delle elezioni siciliane, svoltesi il 20 Aprile del 1947: il «Blocco del popolo» (Pci-Psi-Partito d’azione) con il simbolo di Garibaldi (come nel 1948) aveva ottenuto il 30 per cento dei suffragi e la Dc solo il 20 per cento. Nel 1948 l’assetto economico-sociale non era certo cambiato, ma la Dc ottenne nell’isola la maggioranza assoluta. Il Fronte popolare perse 10 punti, calò al 20 per cento dei voti.

Come è noto quel che era cambiato era invece il quadro politico internazionale (la guerra fredda) e anche quello nazionale dato che la Dc e i partiti di centro puntarono con determinazione sulla riorganizzazione e lo sviluppo del capitalismo. Le scelte furono nette e lo scontro sociale e politico negli anni Cinquanta fu durissimo. Ma complessivamente l’Italia progredì: da Paese agricolo-industriale si affermò come potenza industriale e si realizzarono anche significativi progressi sociali. E in quegli anni i rapporti di forza elettorali cambiarono: già nel 1951 nelle elezioni siciliane la sinistra segnò una significativa avanzata, lo stesso avvenne nelle elezioni politiche del 1953 quando la Dc e i partiti centristi non superarono il 50 per cento dei suffragi necessari per fare scattare il premio di maggioranza prevista dalla «legge truffa». Penso che quei progressi elettorali della sinistra furono frutto di una politica che, anche all’opposizione, indicava un certo rapporto tra Nord e Sud e di una presenza attiva e organizzata, in tutti i gangli della società.

Ho fatto questa lunga premessa anche per dire che in anni in cui effettivamente si verificarono processi politico-sociali «epocali», nessuno usò questo termine enfatico di cui oggi si abusa per giustificare il fatto che nel Nord il Pd non decolla, si verifica uno sradicamento della sinistra radicale e un successo elettorale della Lega. E nessuno invece parlò di svolta epocale nel momento in cui per la prima volta nella storia di questo Paese le regioni del Mezzogiorno continentale e della Sardegna sono state governate dal centrosinistra. Eppure il fatto è stato politicamente rilevante. Ed è rilevante il fatto che è riemersa una «questione meridionale» più acuta di quella del passato perché è determinata anche dal fallimento dei governi del centrosinistra nel Sud. E come nel Nord sono andati avanti processi che di fatto hanno sempre più separato le due parti del Paese. La Lega esprime questa «separatezza» che ora si manifesta anche al Sud con il movimento di Lombardo.

Cosa fare? Dopo il risultato elettorale nel centrosinistra, l’unica risposta che si è sentita è quella che chiede il «Pd del Nord». Ci sarà anche il Pd del Sud? Il problema, a mio avviso, non è il Pd del Nord, ma il Pd. Ogni giorno si legge che questo partito deve «ricominciare dal territorio». Vero. Ma con quale politica, con quali forze, con quale struttura organizzativa? Si è scritto sino alla noia che la nascita del Pd è stata una grande operazione politico-culturale «epocale», che ha fuso le anime politiche di Moro e Berlinguer (sciocchezze!) che superava le esperienze dei partiti socialisti europei ecc. E ora?

Intanto non ci sono nel Pd organi in cui si discute seriamente e pubblicamente sulle cause della sconfitta e sulle prospettive dell’opposizione. Il Pci, partito la cui democrazia interna era monca, lo faceva nei Comitati Centrali con resoconti sull’Unità. Il partito democratico non fa nemmeno questo. Eppure ne avrebbe bisogno.

Gomorra junior

22 Apr 08

Massimo Gramellini

Il male perde solo in un caso: quando viene percepito come tale dalla maggioranza. Fu così per il terrorismo, mentre le tangenti continuano a godere di ottima salute perché molti le considerano un modo inevitabile di fare politica. La camorra, in Campania, non smette di vincere. Ce lo ricordano i temi di una scuola media di Napoli riportati da «Il Mattino». A un’età in cui di solito ci si concede ancora il lusso di essere idealisti, i ragazzi del «Salvo D’Acquisto» sono già intrisi di realtà fino alle ossa. E nei loro compiti scrivono ciò che gli adulti osano soltanto pensare: che la criminalità organizzata è una risorsa per il territorio, in quanto garantisce protezione e lavoro. «C’è gente che la odia», scrive per esempio Antonio, 13 anni, «ma io penso che senza la camorra noi non potremmo stare».

Cosa gli si può replicare che non suoni fasullo? Chi gli insegnerà a fidarsi di uno Stato incapace di garantire le condizioni minime della convivenza? Quei temi sono la prova lampante che un pezzo d’Italia resta fuori dal controllo della Repubblica italiana. E mica da oggi: da un secolo e mezzo. Si può accettarlo come un destino inesorabile, ma allora è ipocrita indignarsi per la sincerità dei ragazzini e le voglie secessioniste dei leghisti. Oppure si può rispondere alla Potenza Occupante combattendola con un vero e proprio Esercito di liberazione, fino a un nuovo 25 aprile. Se qualcuno conosce una soluzione meno bellicosa della seconda, ma meno retorica della prima, è pregato di fondare un partito politico e vincere le prossime elezioni (ammesso che qualcuno lo voti).

Nord, tra il malessere e la ricchezza. Successo della Lega e futuro d’Italia

22 Apr 08

Ilvo Diamanti

Storia e geografia politica di un mondo che cerca una rivincita contro lo Stato
Quali sono i confini di un luogo che sembra totalmente diverso dal resto del Paese

Il Nord, ovviamente, esiste da sempre. In Italia, però, da una ventina d’anni, ne sono cambiate la definizione e la delimitazione. Oltre al significato. Aveva confini più larghi, un tempo. Oltre alle regioni al di sopra del Po, comprendeva l’Emilia Romagna, come, d’altronde, risulta ancora dalle pubblicazioni dell’Istat e degli altri organismi statistici.

Era identificato come luogo dello sviluppo di grande impresa, della metropoli. Per questo, gravitava su Torino. Vertice di un “triangolo industriale”, che collegava, inoltre, Genova e Milano. Il resto era periferia. La provincia lombarda e piemontese, l’intero Nordest. Una campagna urbanizzata e industrializzata. Disseminata di piccole città e di piccole aziende artigiane. Prima o poi, sarebbero cresciute, le piccole imprese. Insieme alle piccole città. Avvicinandosi a Torino e alla Fiat. Questo si pensava, trent’anni fa.

Allora il Nord era definito anche in base alla geografia del potere politico. Che aveva il suo centro a Roma. Il Sud, invece, richiamava lo sviluppo arretrato e dipendente. Ma, insieme a Roma, “comandava”. Garantiva il consenso elettorale, ma anche la classe politica, alle forze di governo. Da quell’epoca, molto è cambiato, nel Nord.

È cambiata la geografia economica. Torino non è più la capitale. Anche se si è ripresa, insieme alla Fiat. Da cui dipende molto meno di un tempo. I centri dello sviluppo, tuttavia, si sono spostati altrove. A Milano, metropoli di produzione dei beni immateriali (per citare Arnaldo Bagnasco). Nelle province pedemontane, che corrono a Nord del Nord e si tuffano nel Nordest. In vent’anni questa periferia si è industrializzata e urbanizzata come nessun altro posto in Europa. È passata dal prefordismo al postfordismo. Prima e dopo la Fiat. Senza tappe intermedie. Questa periferia è divenuta un centro. Diffuso e nebuloso. Anche l’Emilia Romagna e le altre regioni centrali hanno conosciuto una crescita rilevante dell’economia di piccola impresa. Ma non con la stessa “violenza”. Né con lo stesso impatto sulla società e sul territorio. Così, il Nord si è allargato e, al tempo stesso, accorciato. Si è spostato più verso Milano e il Nordest. Ha eletto il Po a frontiera, respingendo l’Emilia Romagna. Perché lo sviluppo del Nord si è espresso in relazione stretta con la politica (e l’antipolitica). Lungo tre assi. 1) La contestazione dei tradizionali centri del potere economico e politico: Torino e Roma. Confindustria, il sindacato e i partiti “romani”. 2) L’insofferenza per la politica, come mediazione realizzata dagli specialisti e dalle organizzazioni. Economia e società senza politica. Imprenditori, uomini del “popolo”, che parlano come la gente comune. E gliele cantano forte a Roma, ai partiti romani, alla sinistra, al sindacato. Perfino a Confindustria. 3) La rivendicazione autonomista. Che, volta a volta, assume forme e traduzioni diverse: federalismo, indipendenza, secessione, devoluzione.

E’ il “nuovo Nord” che pretende di contare. Di conquistare potere ma anche ascolto. A costo di gridare, insultare, spezzare le convenzioni; infrangere le “buone maniere”. Gli hanno dato voce e rappresentanza, da tempo, due attori politici molto diversi fra loro. La Lega e Berlusconi.

La Lega, nelle aree di piccola impresa, nel territorio dei distretti. Dove prima c’era la Dc. Alle elezioni politiche di una settimana fa si è imposta come primo partito in oltre 800 comuni (su circa 4000, al di sopra del Po; Aosta e Bolzano escluse). Soggetto politico comunitario, che ha trasformato la società artigiana e laburista in una frontiera agguerrita. Bossi, fin dai primi anni Novanta, l’ha unificata. Le ha dato un’immagine e un nome: Padania. Patria dei produttori opposti allo “Stato dissipatore e oppressivo”. Nel corso degli anni, la Lega si è insediata al governo di centinaia di comuni di taglia piccolissima, piccola. Ma anche media e grande. Come Verona, Treviso, Varese. Così è cresciuta una generazione di amministratori locali. Che recitano diverse parti, a seconda del luogo e del momento. Lo sceriffo, il governatore, il pragmatico, l’irredentista, il negoziatore. Perché nella metropoli sparsa del Nord, insieme alla ricchezza, è cresciuta anche l’inquietudine. Il territorio sta scomparendo. Il lavoro è garantito da centinaia di migliaia di immigrati (il 7% della popolazione, dove la Lega è più forte). Il mondo, in cui sono proiettate le imprese, fa paura. Viene in mente il bel film di Carlo Mazzacurati, La giusta distanza, ambientato in un paese del Polesine. Dove gli stranieri non sono gli immigrati. Ma noi. Quelli del Nordest. Spaesati dal successo.

L’altro volto del Nord è Berlusconi. Quanto di più diverso dalla fisicità della Lega. D’altronde, ha radici diverse. L’impresa immobiliare, il capitale finanziario e assicurativo. I media. Milano. Il suo “populismo” è mediatico. Nella santificazione della propria figura, della propria immagine di “imprenditore” di successo. In quanto tale – per definizione – più adatto di chiunque altro a fare politica. Perché si è fatto da sé, è riuscito in ogni impresa. Figurarsi se non è in grado di “gestire” lo Stato…

Questi due diversi modi di intendere e di rappresentare il Nord (la “megalopoli padana”, come la chiama Giuseppe Berta, nel suo saggio appena pubblicato da Mondadori) sono, appunto, diversi. Perché hanno storie, geografie, economie e biografie diverse. Sono destinati, per questo, a rimanere distinti. Talora, a confliggere. Anche se alcuni elementi li attraggono. Li accostano. Il linguaggio, la personalizzazione (fisica o mediatica, non importa). I nemici. Roma, il ceto politico e le organizzazioni di massa. Lo Stato centrale. Da ciò il problema della “sinistra”. Oppure del centrosinistra, non importa. Che continua ad abitare le grandi città. Soprattutto del Centrosud. (Ma anche del Nord. Dove vive da separato in casa). La cui base elettorale è radicata nel Centro. Nelle regioni rosse. Lungo l’asse Bologna-Firenze-Siena. Dove lo sviluppo di piccola impresa è incorporato nel sistema politico e nelle amministrazioni locali. Dove il ceto politico (lo hanno rilevato Carlo Trigilia e Francesco Ramella), da qualche tempo, si è progressivamente burocratizzato. Fatica a dialogare con le imprese. E con la società.

Questo Nord non è uno solo. È plurale. Ma è unificato dal linguaggio (im)politico di Berlusconi e della Lega. E ogni tanto “esplode”. Nelle zone pedemontane. Quando crescono la sfiducia e il risentimento. Allora, affida alla Lega il compito di gridare il suo malessere. La sua insoddisfazione. La sua “differenza”. Dal governo di Prodi, ma anche, preventivamente, da quello di Berlusconi. Il voto leghista, sottratto largamente (anche se non solo) al PdL, a questo serve. Come pre-monizione. O pre-ammonimento.

Il centrosinistra, invece, non ha mai sfidato apertamente la Lega (che, pure, D’Alema ebbe a definire “una costola della sinistra”), né Berlusconi sul loro terreno. Così, è costretto a evocare la “questione settentrionale”. Dopo ogni sconfitta elettorale. E, quindi, spesso negli ultimi vent’anni. Senza trarne lezione, peraltro. Perché appare un lamento. Un inno all’impotenza. All’incapacità di capire e di agire. D’altronde, nel governo Prodi non ricordiamo un solo ministro del Nordest. Mentre i sindaci, i governatori del Nord si sono trovati, spesso, soli. A protestare contro Roma, contro il “loro” governo. Quasi fossero leghisti.

Dopo il voto del 14 aprile, Illy (più autonomista della Lega, sicuramente più liberista di Tremonti) è caduto. Cacciari, Zanonato e Dellai appaiono assediati. Neppure Chiamparino, la Bresso e la Vincenzi se la passano tanto bene. Bersani e lo stesso Fassino hanno lo sguardo più triste del solito. Il Nord padano ha ripreso ad allargarsi. Occupando lembi della via Emilia (cantata da Berselli e Guccini). Ma tutti se la prendono con Calearo. Perché è un padrone, per di più, piccolo. Dice cose di destra. È un autonomista e parla come un leghista. (Forse perché, in fondo, lo è). È proprio vero: nel centrosinistra, uno come lui, c’è finito per sbaglio.

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