Archivio per 30 Marzo 2007

Paura riformista

(30 Mar 07)

Una cosa caratterizza la sinistra riformista italiana: la paura. Prendiamo Walter Veltroni: perché non decide una buona volta di togliere dalla toponomastica di Roma il nome di Lenin? Forse perché si sente vicino in qualche modo al rivoluzionario comunista? Ma neanche per idea! Semplicemente perché ha paura: come tutti i riformisti italiani vive nella paura di inimicarsi la sinistra massimalista, specie quella culturale.
Ha paura di vedersi dare del “revisionista” dall’Anpi, teme l’aggressivo ostracismo, dio non voglia!, de i “ggiovani” dei Centri sociali, di vedersi punzecchiato dalla Serena Dandini o dal Paolo Rossi di turno, magari di prendersi un calcio negli stinchi da Marco Rizzo. Da tre decenni il riformismo italiano finge di credere che il suo maggior nemico sia «la destra», e tenta l’impresa impossibile di vincere a sinistra senza combattere.
Naturalmente così non fa che perdere: trovando la sola consolazione nell’innocua unanimità di qualche «evento».

È ufficiale parliamo l’italiano

(30 Mar 07)

Gian Luigi Beccaria

Sembrava ovvio, ma solo ora la Costituzione ha preso atto che è la «lingua della Repubblica», il collante della nostra identità. Pur fra tante delizie del folklore

E chi lo sapeva! Eravamo in pochi, forse. Non tutti erano a conoscenza del fatto che nella nostra Costituzione non era contemplato l’italiano come lingua ufficiale della nazione! Finalmente, nell’articolo 12 è stata ora inserita la frase che recita: «L’italiano è la lingua ufficiale della Repubblica». Sembra ovvio. Eppure prima di Natale la precisazione è stata oggetto di disputa. Ha pure prodotto alleanze anomale. Ds, Centro, un po’ di Forza Italia e An erano d’accordo, Rifondazione invece temeva che quella precisazione finisse col rendere obbligatoria la conoscenza della nostra lingua all’extracomunitario che richiedeva la cittadinanza. Anche la Lega diceva no all’aggiunta (certo per motivi completamente diversi), manifestando altre preoccupazioni: temeva che i dialetti e le minoranze venissero schiacciate dalla «prepotenza» della lingua nazionale, temeva addirittura che l’obbligatorietà dell’italiano si configurasse come la rivincita del solito centralismo di Roma padrona, la quale dimenticava ancora una volta di valorizzare idiomi locali e minoranze… Fatto sta che si era deciso di rinviare il voto a dopo le feste, in attesa che questa anomalia di accordi e disaccordi inediti rientrasse. Ed ora è rientrata.

Non è un attentato alle minoranze
Ma resta lo stupore per le dispute vacue. Sappiamo tutti che la nostra lingua di comunicazione e di cultura è l’italiano, diventata ormai, per fortuna, e dopo tanto, la lingua di tutti. Ed è la lingua della scuola, dei tribunali, dei giornali, della Tv, coincide insomma con la nostra vita. Sacrosanta è la tutela, sacrosanto il recupero delle proprie radici, della piccola patria, che s’incarna anche nel dialetto e nella «diversità» linguistica. Ma ormai ci dovremmo riconoscere in questa grande lingua comune che è l’italiano. Il suo effetto aggregante ha molto contribuito in passato al conseguimento dell’unità politica; e per il presente, per quanto giusto sia recuperare tradizioni e specificità, va considerato necessario e doveroso il richiamo alla lingua italiana come lingua «ufficiale» della nazione. È un dato di fatto. La Costituzione ne ha preso atto.
Non si tratta di attentato alle minoranze. Esse sono tutelate per legge (art. 6 della Costituzione). C’è poi la legge del 15 dicembre 1999, num. 482, che contiene in particolare le Norme in materia di tutela, all’art. 2 della stessa sta scritto: «La Repubblica tutela la lingua e la cultura delle popolazioni albanesi, catalane, germaniche, greche, slovene e croate e quelle parlanti il francese, il franco-provenzale, il friulano, il ladino, l’occitano e il sardo». L’Italia, si sa, è un mosaico di lingue e dialetti. Gli alloglotti veri e proprii (in genere disposti lungo i confini, o in aree isolate) sono circa il 5% della popolazione. Tra le minoranze neolatine vanno annoverate, oltre al sardo e al friulano, le «franco-provenzali», le «occitane», nel Meridione sopravvivono isole galloitaliche.

Colorito mosaico dai «catalani» ai «walser»
E ci sono minoranze «francesi», e le «ladine» delle valli dolomitiche, disposte attorno al massiccio del Sella, e le «catalane» ad Alghero, e minoranze non neolatine, come le «walser», le «carinziane», le «sudtirolesi» in Alto Adige, le «slovene» lungo la fascia dei nostri confini orientali, e le antiche «croate» del Molise, che risalgono al sec. XIII, le «albanesi» in una cinquantina di paesi centro-meridionali, infine le «greche» del Salento e in tre o quattro paesi della provincia di Reggio Calabria. Ci sono poi «minoranze diffuse» o migranti (lingue zingare, il giudeo-italiano). Un colorito, vivace mosaico, delizia del linguista e del folklore. Ma quel che conta innanzitutto è oggi constatare che da decenni ormai l’italiano esiste come lingua media comune nota e praticata dalla quasi totalità dei parlanti. È un collante che segna fortemente un’identità.


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