(29 Mar 07)
Ilvo Diamanti
Le mappe della politica dipendono, sempre più, dai percorsi tracciati dai leader. Nel centrodestra più che altrove. Perché i partiti che ne fanno parte sono fra i più “personalizzati”. Fin dalle origini della coalizione “inventata” da Silvio Berlusconi. Nel 1994, quando, come oggi, le relazioni fra i partiti si riassumevano nel rapporto fra i leader. Stessi di oggi. Bossi, Fini e Casini. E, naturalmente, Silvio Berlusconi: l’unico in grado di tenerli insieme. Dapprima in modo fantasioso e creativo: alleato con Bossi a Nord e con Fini al Sud. Poi, dopo il 1999, in modo chiaro, esplicito. Non come tramite fra due diversi Poli. Ma da padrone di casa. Anzi della Casa delle Libertà. A ciascuno degli altri, un appartamento ampio e confortevole. Con un solo affitto da pagare: la fedeltà alla causa comune (la sua).
Degli inquilini, Pierferdinando Casini è sempre stato il più educato. Lui, democristiano mai pentito, giovane promessa della prima Repubblica, cresciuto accanto a un democristiano che più democristiano non si può: Arnaldo Forlani. Passato a (centro)destra, in contrasto con le scelte degli altri “amici”, in nome dell’alternativa al (centro)sinistra. Come dovunque, in Europa. (Come gli suggeriva un altro giovane: l’intellettuale Marco Follini). Convinto, personalmente (come molti altri), che quell’impolitico del Cavaliere avrebbe avuto vita breve. Giusto il tempo di espiare. Passata l’ebbrezza “nuovista”, sarebbe subentrato il rimpianto del tempo democristiano. Chi altro avrebbe potuto ambire alla successione? Non Fini, oppresso, comunque, dal peso di un passato ben più ingombrante del suo. Tanto meno Bossi, nato (e per vocazione) rivoluzionario e nordista. Solo lui. Così Casini ha atteso per anni, paziente. Sfruttando al meglio le opportunità che gli giungevano. Al governo, all’opposizione, in Parlamento. Lui, bello, telegenico, lingua sciolta, stampa amica, politicamente scafato. Negli anni del governo Berlusconi, da Presidente della Camera, in testa alle preferenze degli italiani. Insieme a Fini e a Veltroni. Tutto secondo le previsioni, dunque. Salvo un piccolo, importante particolare. Che Berlusconi non ha fallito né ha abdicato. Anzi, negli anni ha rafforzato il suo ruolo, il suo potere. Senza mostrare segni di stanchezza politica. Né l’intenzione di tirarsi da parte. Oggi meno che mai. Così, alla fine, Pierferdinando Casini, dopo tanti anni passati al servizio del Cavaliere, dopo una legislatura trascorsa a guidare la Camera, pronto a fare il premier. O almeno il Leader, non l’assistente; il comproprietario, non l’inquilino della Casa. Casini ha deciso. Non poteva più fare il giovane in carriera, a cinquant’anni. Rientrare in Casa, occupare la sua cameretta pulita. Da capo della corrente democristiana di Forza Italia (come Bossi lo è di quella nordista). Pierferdinando Casini, così alto, telegenico, così “di centro”. Passare il tempo al fianco di Berlusconi. Seduto e in secondo piano, per non rovinargli l’immagine e la scena. Farsi trattare da “ragazzo di bella presenza”. Una pacca sulla spalla, un buffetto sulla guancia. Non esiste.
L’ultimo fortunato libro di Edmondo Berselli prende spunto, fin dal titolo, da una straordinaria “tipologia” di Alberto Arbasino: “In Italia c’è un momento stregato in cui si passa dalla categoria di bella promessa a quella di solito stronzo. Soltanto a pochi fortunati l’età concede poi di accedere alla dignità di venerato maestro”. Dopo una lunga e onorevole carriera, attraverso due Repubbliche e molti governi, Pierferdinando Casini – da troppo tempo brillante e giovane promessa – non vuole correre questo rischio.
Non tornerà a Casa.


