Archivio per 25 Marzo 2007

Beffa di Stato per i magistrati di frontiera

(25 marzo 2007)

Gian Antonio Stella

Rischiano la vita contro la criminalità. Ma leggi e sentenze tolgono gli aiuti alla carriera

Proprio un bel bidone hanno preso, i magistrati mandati a far la guerra alla mafia e alla ‘ndrangheta. Prima lo Stato li ha convinti a rischiar la pelle nelle zone di frontiera promettendo in cambio la precedenza nelle tappe successive della carriera, poi si è rimangiato tutto. Con una nuova leggina e infine con una sentenza del Tar del Lazio che dà ragione a 27 giudici che temevano d’essere scavalcati. Giudici quasi tutti comodamente seduti su poltrone, strapuntini e sofà ministeriali e romani.

Una figuraccia. Per capire la quale occorre fare un passo indietro, alla primavera del 1998. Siamo negli anni a ridosso delle uccisioni di Giovanni Falcone, di sua moglie Francesca Morvillo, di Paolo Borsellino e delle loro scorte. Nei tribunali siciliani sono appena stati celebrati o sono cominciati i processi per gli omicidi di altri tre giudici: Giangiacomo Ciaccio Montalto, Rosario Livatino e Antonino Saetta, assassinato col figlio Stefano. Le Procure siciliane sono al collasso: a parte i «giudici ragazzini» spediti sui fronti più caldi senza avere la statura e l’esperienza per annusare gli ambienti spesso infidi, sottrarsi alle pressioni, affrontare temi più esplosivi del tritolo, nessuno vuole andarsi a infognare in sedi pericolose e talvolta lontanissime.
Le regole sono chiare: un magistrato non può esser trasferito contro la sua volontà. Quindi il panorama è questo: in certe procure una parte dei giudici è anziana e non ha nessunissima voglia di rovinarsi il fegato o rischiare un attentato alla vigilia della pensione e un’altra fetta è troppo giovane per muoversi con la necessaria autorevolezza. Servirebbero professionisti già dotati di qualche esperienza. Ma le confessioni degli stessi Falcone e Borsellino sul senso di abbandono e di isolamento possono dissuadere anche gli animi più nobili e coraggiosi. Lo stesso accade in Calabria, lo stesso in Campania o in Puglia.
A quel punto il ministro della Giustizia Giovanni Maria Flick vara un disegno di legge che, sia pure col voto contrario della Lega e qualche distinguo di Forza Italia viene approvato dalla stragrande maggioranza.
All’articolo 5, la nuova norma (n. 133 del 4 maggio 1998) dice chiaro e netto: «Se la permanenza in servizio presso la sede disagiata del magistrato trasferito supera i 5 anni il medesimo ha diritto, in caso di trasferimento a domanda, ad essere preferito a tutti gli altri aspiranti».
Accettano questo contratto con lo Stato, trasferendo la famiglia o facendosi carico di cinque anni di pendolarismo e solitudine, un centinaio di magistrati. Che vanno finalmente a rimpolpare le sedi di frontiera sotto organico. Applausi. Bene. Bravi.
Appena la legge comincia a venire applicata nella seconda parte, cioè là dove tocca allo Stato risarcire i suoi servitori, ecco però che i colleghi che si vedono scavalcati cominciano a mugugnare: sì, ma, però… Finché nel decreto «omnibus» varato a ferragosto del 2005 dal governo Berlusconi (il quale mesi prima aveva dichiarato che «il 90% dei mafiosi sono in carcere e la criminalità organizzata è sotto controllo»), spunta dal nulla una sorpresa. È l’articolo «14 sexiesdecies» che al vecchio comma aggiunge una manciata di paroline: «Se la permanenza in servizio presso la sede disagiata del magistrato trasferito supera i cinque anni il medesimo ha diritto, in caso di trasferimento a domanda , ad essere preferito a tutti gli altri aspiranti, “con esclusione di coloro che sono stati nominati uditori giudiziari in data anteriore al 9 maggio 1998″». Ma come: tutto nullo? E quelli che avevano accettato traslochi altrimenti inaccettabili in cambio dell’impegno agli incentivi? Marameo.
Una presa in giro indecorosa. Sulla quale, mentre si levavano cori di proteste e minacce di dimissioni di massa da parte dei magistrati che si sentivano truffati, interviene il Csm. Che, avendo la responsabilità degli spostamenti di questo o quel giudice, stabilisce il 29 settembre 2005 che la modifica normativa non si applica a quanti erano stati trasferiti a sedi disagiate «prima» dell’entrata in vigore della nuova leggina.
Ma è solo la penultima puntata. Contro la decisione del Csm fanno ricorso al Tar del Lazio poco meno di una trentina di magistrati che temono di vedersi superati dai colleghi «disagiati». La faccenda finisce nelle mani del presidente del tribunale, Pasquale De Lise. L’uomo giusto, ricco com’è di esperienza, per capire questo genere di rimostranze. Basti dire che nel solo 1992, l’anno di grazia della sua carriera parallela di specialista in arbitrati, «arrotondò» lo stipendio di 245 milioni di lire con quello che lui chiamava, simpaticamente, «il guadagno legittimo di qualche soldo»: 848 milioni extra. Pari a 652 mila euro di oggi.
La sentenza, nel silenzio generale, è stata infine depositata. E dà ragione ai magistrati che avevano fatto ricorso. E dove lavorano questi servitori del bene pubblico che ritengono ingiusto non avere loro pure le stesse agevolazioni di chi ha a che fare con le cosche mafiose di Palma di Montechiaro o Africo Nuovo? Tre lavorano al tribunale di Latina (quante zanzare, d’estate!), uno alla procura di Napoli, uno a Rieti, un paio a Tivoli (che fresco, la sera!) e tutti gli altri sono sparsi tra i vari palazzi del potere giudiziario e politico romano. Dodici al ministero della Giustizia, uno a quello delle Finanze, uno al Csm, un paio alla Corte Costituzionale, tra cui Luca Varrone, figlio di quel potente consigliere di Stato di lunghissimo corso, Claudio Varrone, che dopo aver avuto nel solo ‘92 arbitrati e incarichi extragiudiziari per 350 mila euro, fu collocato tempo fa (tra mille polemiche) ai vertici del Poligrafico dello Stato. Come piuttosto noto è il cognome anche di un’altra ricorrente, Noemi Coraggio, figlia di Giancarlo, presidente dell’Associazione Magistrati del Consiglio di Stato. Pure coincidenze, si capisce. Pure coincidenze. Ma resta una domanda. Se i magistrati bidonati urlano «andateci voi, a rischiare la pelle contro la mafia e la ‘ndrangheta!», cosa può rispondere lo Stato? Sta succedendo esattamente questo, in questi giorni, a Reggio Calabria: non ci vuole andare nessuno. Troppi bidoni, grazie.

Esasperazione

(24 Mar 07)

La decisione di Letizia Moratti di organizzare come sindaco di Milano un corteo di protesta contro l’illegalità urbana e per chiedere un maggiore intervento da parte dell’autorità statale non è piaciuta per nulla a un folto gruppo di intellettuali milanesi. Che, simpatizzando in larga maggioranza per la sinistra, hanno naturalmente tutto il diritto di non gradire l’iniziativa di un sindaco di destra. Stupisce però la motivazione perlopiù addotta: «Il corteo, si dice, rischia di esasperare gli animi».
Già: ma non sarà forse la democrazia come tale, con la lotta tra i partiti, le elezioni e tutto il resto, che è fatta apposta per «esasperare gli animi»? I cortei degli operai in sciopero non esasperano forse anch’essi in molti casi gli animi? E i cortei a favore della pace o contro il G8 a Genova, o a suo tempo contro l’articolo 18, non hanno forse dato luogo a più di qualche gesto «esasperato»? Qualcuno, però, osa forse dedurne che quindi non bisognava farli?

L’ora di Marte

(25 Mar 07)

Guido Ceronetti

Nessun trauma ci è risparmiato. L’Angelo Nero è a volte, sull’orario, trattabile, bisogna perfino sollecitarlo energicamente a svegliarsi – l’Ora Legale continentale europea è invece puntuale sempre, mai un dopo sull’ultima domenica di marzo, l’unico spostamento che ha subito è stato un suo velenoso snodarsi fino a quasi combaciare con i teschietti di Halloween, notte delle streghe ripescata dai calendari precristiani. Dunque, da oggi, ce la dobbiamo tenere la più gran parte dell’anno. Il sole, in giugno, sarebbe meravigliosamente alto alle sei: l’Europa è in penombra. Da domani la sua luce è decapitata, sgocciola il suo sangue d’ambra chiara sulle nostre teste insultate da un infinitamente stupido e malodorante decreto, appena appena uscite dall’oscurità invernale, bisognose di questa bevanda degli Dei distribuita da migliaia di anni, senza alcuna spesa da parte dei beneficati.

Per recuperare l’ora di luce che ci è implacabilmente tolta oggi devono passare circa tre settimane. Intanto zac! il colpetto è stato inferto, l’onda traumatica si prolunga, maligna, e nessuno, neppure i più indifferenti, è escluso dal soffrirne.

Significativamente l’Ora Legale è l’ora di Marte: fa le sue apparizioni brutalmente militaresche (ne ignoro il motivo) durante i grandi conflitti del secolo XX: 1914-1918; 1939-1945. L’armistizio riporta la solare. La illegale (rispetto al sole non è per niente legale) rispunta sinistramente con la guerra di Kippur e le connesse speculazioni mondiali, non bene chiarite, intorno ai rifornimenti di petrolio. E non si è mossa più… Infatti, le guerre israeliane sboccano nel Senza Termine. La guerra è permanente e endemica in mezza Asia e in tutta l’Africa: qualunque ora laggiù abbiano, è tacitamente la Legale. Dappertutto, Occidente e Russia inclusi, il terrorismo planetario ha portato la Guerra, l’odio senza confini.

I sette mesi di Ora Legale vanno bene in un tempo di pace finta e di Marte strisciante e qua e là esplodente, di Jihad e di violenza antiumana e antinatura. Ora una guerra ignota ci pende sul capo dai luoghi dove le immagini di Buddha scolpite nella roccia sono state ridotte in briciole dagli artiglieri di Allah.

Dunque l’Ora Legale, segno di Marte, ci molesta fortemente – tuttavia a tempi di violenza si addice. Se arrivasse a coprire l’intero anno un sole nero sarebbe il nostro astro.

Il latino val bene una messa

(24 Mar 07)

Gianni Baget Bozzo

Il suo ritorno nella liturgia, promosso dal Sinodo dei vescovi, non sarà facile. Ma è un messaggio che riguarda tutti gli aspetti della vita della Chiesa

Il documento conciliare sulla liturgia non prevedeva l’abolizione del latino come linguaggio della preghiera della Chiesa e nemmeno una così vasta riforma come quella attuata da Paolo VI. Ma quel documento è il primo documento conciliare promulgato da Giovanni XXIII: non è ancora avvenuta quella vasta rivisitazione del linguaggio e della dottrina della Chiesa che si svolge con Paolo VI. Fu il cambiamento della lingua liturgica e dei testi delle celebrazioni a dare al popolo cristiano il senso di un cambiamento radicale che riproponeva a ciascuno il proprio modo di essere cattolico. Ora la Sacramentum Caritatis, l’esortazione dell’ultimo Sinodo dei vescovi, riporta la Chiesa al testo originale del Concilio e ripropone un ritorno al latino nella liturgia, stabilendo che in lingua parlata debbano essere solo le letture bibliche, l’omelia, la preghiera dei fedeli, tutto il resto potrebbe essere in latino. E l’esortazione invita anche al ritorno al canto gregoriano e che i seminaristi e i fedeli debbano essere educati al gregoriano e alle preghiere in latino.

Una lingua comune ai fedeli nel mondo Ritorna così il latino come lingua sacra, distinzione tra il tempo e lo spazio della vita comune e quello del culto che porta il credente nel mistero del Dio fatto uomo perché l’uomo diventasse Dio. La Chiesa ha sempre avuto il problema di esporre la dimensione d’una realtà altra dal tempo, che però diveniva temporale per introdurre gli abitanti del tempo all’attenzione all’eterno. Non c’era solo l’intenzionalità della parola nell’esperienza liturgica, vi era qualcosa di non detto, che passava nel silenzio tra il cristiano e il suo Dio. La Messa ha due momenti: quello della parola, della lettura della scrittura che si rivolge all’intenzione del credente: e quello del sacrificio che si lega alla sua attenzione interiore che va oltre le parole. La liturgia latina permette che il solo celebrante legga il canone che riguarda il sacrificio introducendo i fedeli a un’attenzione nel silenzio rivolta alla percezione del mistero celebrato. La riforma liturgica di Paolo VI ha messo in luce altri aspetti della Messa, ha inteso sottolineare la comunità celebrante, ma questo è andato a scapito dell’attenzione profonda in cui si esprime la differenza tra il tempo sacro e il tempo storico. Il latino liturgico permetteva di esprimere l’unità e l’universalità della Chiesa, la sua cattolicità per cui ogni cattolico partecipava alla medesima Messa nella medesima lingua in qualunque parte del mondo. L’esortazione del Sinodo vuole ritrovare sia la dimensione dell’attenzione al mistero sia quella della parola nella medesima lingua dei cattolici nel mondo. Tra logica greca e diritto romano Papa Benedetto ha sottolineato che la Chiesa ha incorporato in sé stessa la logica greca e il diritto romano. Roma significa l’universalità del diritto perché dall’esperienza dell’impero romano si passò dal potere etnico alla cittadinanza universale. L’idea di una Chiesa che possa separarsi dalla cultura greca e romana vorrebbe dire separarla anche dalla sua sorgente ebraica, fare della Chiesa una parola che assume segni diversi in base alle culture che attraversa, accetta di perdere la sua identità nell’alterità dei popoli a cui si rivolge. È il tema dell’inculturazione della fede che sembra separare la Chiesa dalla sua storia mentre la Chiesa è la sua storia e assume in sé ciò che ha incontrato. La civiltà nata dal Cristianesimo porta in sé l’idea di storia, di un processo umano che si volge identico a sé stesso verso la meta e porta dunque un senso del suo divenire. Il ritorno del latino non sarà facile, ma il fatto che esso sia possibile ha un valore di messaggio che riguarda tutti gli aspetti della vita della Chiesa. Per questo l’esortazione sinodale ha il senso di un messaggio che va oltre il tema che essa tratta.


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