Archivio per 21 Marzo 2007

Un Sud che non legge

(21 Mar 07)

Riferiscono le cronache che nel Mezzogiorno il numero dei lettori resta bassissimo: l’incidenza del Sud sul totale della spesa in libreria di tutto il Paese è di appena il 12,7 per cento, di cui più di un terzo, però, concentrato nella sola Napoli. Il reddito minore non credo che c’entri: venti anni fa il Centro-nord aveva il reddito attuale del Mezzogiorno ma leggeva come oggi. La cosa singolare è che un dato del genere non viene mai in alcun modo discusso o tematizzato dagli infiniti discorsi politico-sociali che si continuano a fare sul Mezzogiorno: tanto meno dagli intellettuali, dai giornalisti, dagli accademici di quelle regioni; e ancora meno, naturalmente, dagli assessori alla cultura di ogni tipo che ivi prosperano.

L’analfabetismo culturale di gran parte della popolazione non fa scandalo, l’arretratezza civile che ne discende non è un problema: forse perché in questo caso è un po’ difficile darne la colpa allo Stato italiano?

Con i politici Raitre fa il pieno di guai

(21 Mar 07)

Paolo Martini

I telepatici

Dicono che, dall’alto della sua esperienza, Enzo Biagi abbia risolto il problema dei politici in tv con una battuta: «Basta non invitarli». Alla vigilia del 25 aprile lo rivedremo di nuovo con un suo programma, con il titolo storico di Rotocalco televisivo, e di sicuro si sa già che non ci saranno ospiti politici. A Raitre di guai in questo campo ne hanno già troppi, bastava guardare domenica a Che tempo che fa l’ospite Lucia Annunziata, neo-censurata per lo squilibrio di In ½ ora, chiacchierare amabilmente di “par condicio” con Fabio Fazio, pure lui sotto accusa per l’eccesso di ospiti del centrosinistra. Il presidente della Commissione parlamentare di vigilanza Landolfi, per citare l’ultimo caso, ha scoperto che c’è un forte squilibrio in favore dell’Unione nei vari tg regionali: e c’è da credergli, visto che i governatori e i grandi sindaci di centrodestra si contano sulle dita forse di due mani, o poco più.

Che la presenza dei politici in televisione non si possa ridurre a un calcolo da pole-position, a una questione di tempi e di numeri, lo capisce chiunque: ma, purtroppo, quando una trasmissione finisce nel mirino, c’è sempre il rischio che poi in Rai si trovi qualcuno più realista del re, e magari pure un ufficio legale pronto a certificare la censura. Infine, fosse anche perfettamente equiparato da Fazio il numero di ospiti di centrodestra con quelli di centrosinistra, sempre così resterebbe il programma. D’altra parte non si può pretendere la lobotomia del conduttore, o peggio ancora impedire la libertà di satira a Luciana Littizzetto e Paolo Rossi. Soprattutto va considerata l’autonomia editoriale degli autori, anche rispetto all’obiettivo che si sono dati: tanto per dire, Fazio fa una sorta di David Letterman show all’italiana e quindi ha bisogno ospiti da intrattenimento; l’Annunziata fa il classico hard-talk e dunque necessita d’interlocutori forti e d’attualità.

Ma il caso limite di una certa ipocrisia delle regole è Anno Zero, appena imbrigliato con vari codicilli, come se si fosse scoperto ora che l’eterno samarcandista Michele Santoro fa una tv guerrigliera e che una missiva firmata Marco Travaglio non è la letterina di un bimbo a Babbo Natale. E per quanto riguarda poi l’idea di far sfidare il politico da una platea ad hoc di persone comuni, è in linea con gli standard internazionali dei Paesi democratici. Più che spegnere o sterilizzare la cosiddetta tv militante, ce ne vorrebbe altrettanta non solo di altro indirizzo e di altre idee, che in fondo forse già c’è sulle tv private, ma fatta altrettanto bene.

Bertinotti e la libertà di censura

(21 Mar 07)

Michele Ainis

C’è un eccesso di sensibilità, una pruderie ostentata e ripetuta, nella classe politica italiana? A giudicare dalle reazioni del dopo Vallettopoli (ma anche del dopo Tangentopoli, e di tutti gli Scandopoli che vi hanno fatto seguito), parrebbe proprio di sì. E c’è un peccato di voyeurismo, un accanimento a guardare dal buco della serratura le stanze da letto dei politici, presso la stampa italiana? Può darsi; ma allora quest’accanimento è massimo negli Stati Uniti, o anche in Gran Bretagna, da dove per solito assumiamo i nostri modelli di democrazia. Altrimenti non sarebbero state pubblicate tonnellate di carta al tempo dello scandalo Clinton-Lewinsky. Quanto ai francesi, che Bertinotti ha appena citato a mo’ d’esempio avendo taciuto per vent’anni l’esistenza di una figlia naturale del presidente Mitterand, c’è da chiedersi se i giornalisti ne conoscessero davvero l’esistenza. E comunque pure loro, quando la notizia è trapelata, ci hanno scritto sopra fiumi di parole. Evidentemente c’era qualcuno interessato a leggerle.

Ecco, è esattamente questo il punto decisivo. Chiedere il silenzio stampa sulla vita privata dei politici significa scambiare la prudenza con l’omertà. Significa perciò pretendere atteggiamenti servili e sottomessi quali nelle dittature si riservano ai tiranni. Significa altresì dettare dall’alto e dal di fuori una concezione dell’interesse pubblico che non tiene in alcun conto le attese del pubblico. Significa da ultimo tradire la funzione cui è preposto il sistema dei mass media. Dopotutto, ai cittadini interessa conoscere il politico, ma per riuscirci devono anche sapere di che pasta è fatto l’uomo. E dopotutto, i quotidiani si vendono in edicola giorno dopo giorno. Se una testata non ti piace, basta non comprarla. Questo vale però anche per chi ha in tasca le chiavi del governo. Se un politico, quando l’hai visto nudo, ti fa venire il voltastomaco, basta non votarlo.

Governo a zig-zag

(21 Mar 07)

Luca Ricolfi

Un anno fa, in piena campagna elettorale, quando i conti erano ancora in profondo rosso, il centro-sinistra aveva promesso la riduzione del cuneo fiscale a lavoratori dipendenti e imprese entro un anno (10 miliardi di euro), l’abolizione del cosiddetto scalone (9 miliardi di euro) e soprattutto di non aumentare le tasse. Invano alcuni studiosi avevano fatto notare che nella migliore delle ipotesi si poteva sperare di aumentare i salari più bassi e che il primo problema di un eventuale governo di centro-sinistra sarebbe stato il debito occulto delle grandi opere (più di 10 miliardi all’anno secondo i calcoli dell’Osservatorio del Nord-Ovest). Questo succedeva fra gennaio e marzo del 2006, quando ancora pochissimo si sapeva del favorevole (e imprevisto) gettito fiscale di quegli stessi mesi.

Poi, ad aprile, l’Unione vince le elezioni e fa mostra di scoprire – improvvisamente – che la situazione dei conti pubblici è drammatica, e quindi tutte le promesse vanno riviste (o «rimodulate», come piace dire ai politici quando non hanno il coraggio di raccontarci la verità). Il governo incarica un’apposita Commissione di fare luce sullo stato dei nostri conti: è la famosa due diligence, che dovrebbe mettere a nudo la catastrofica eredità di Tremonti. E qui succede qualcosa di davvero notevole, mentre i quotidiani si riempiono di titoli che sottolineano il «boom delle entrate fiscali».

La Commissione e il governo, anziché rivedere in senso ottimistico le previsioni sul deficit ereditate da Tremonti (3.8% del Pil), fanno esattamente il contrario e le rivedono in senso pessimistico: secondo la relazione finale presentata al ministro dell’Economia, il deficit del 2006 non si sarebbe fermato al 3.8% ma sarebbe salito a un livello compreso fra il 4.1% e il 4.6% (ora sappiamo che, alla fine della storia, il deficit del 2006 risulterà appena del 2.4%, al netto delle una tantum).

Questa visione, inspiegabilmente pessimistica, viene pienamente recepita nel Documento di programmazione economica di luglio, e fornisce la base per la «stangata» che attende gli italiani con la Finanziaria del 2007. Poiché le divisioni della maggioranza non consentono di incidere in modo apprezzabile sulla spesa pubblica né di ridurre gli sprechi, e inoltre ogni ministro reclama risorse per le proprie politiche, comincia il grande dietro-front: il problema pensioni viene accantonato, la riduzione del cuneo fiscale alle imprese viene attenuata e dilazionata (sarà a regime solo nel 2008), i famosi 350 euro in più in busta paga affluiscono nelle tasche di appena 1 lavoratore su 4, la pressione fiscale complessiva aumenta. A gennaio di quest’anno, di fronte a un boom delle entrate che continua, quasi tutti hanno capito che con la Finanziaria 2007 si è esagerato e che la pressione fiscale è stata portata a un livello pericoloso, che rischia di strangolare quel poco di ripresa che il 2006 ha regalato all’Italia. Nonostante tutto ciò, e a scanso di equivoci, il ministro dell’Economia non perde occasione per ribadire che di riduzione della pressione fiscale non si parla prima del 2009.

Ma non è finita. Tra febbraio e marzo i nostri governanti cambiano di nuovo idea: forse abbiamo esagerato, forse abbiamo spremuto un po’ troppo gli italiani. C’è un bonus fiscale, ci sono quattrini da ridistribuire (una decina di miliardi). Nel giro di pochi giorni sul tavolo del governo affluisce ogni genere di richiesta, compresa quella di abolire l’Ici sulla prima casa. Un provvedimento tutt’altro che insensato, ma che appena un anno prima – annunciato da Berlusconi in chiusura della sua campagna elettorale – era stato oggetto di un impressionante fuoco di sbarramento, con la Cgil che dichiarava che avrebbe favorito «ancora una volta i ricchi» e Prodi che, con il consueto fair play, si appellava all’intelligenza degli italiani: «Gli elettori non crederanno mica alle balle».

A questo punto della storia la rotta è di nuovo cambiata. Grazie all’ipotesi di abolizione dell’Ici si ricomincia a parlare di riduzione delle tasse, forse già dal 2007. Nessuno si sbilancia più di tanto, ma il tabù è caduto. Persino il ministro Padoa-Schioppa, che fino a poche settimane fa escludeva qualsiasi riduzione delle aliquote prima del 2009, prende ora in seria considerazione l’ipotesi di ridurre le imposte sulle imprese, per favorire lo sviluppo e attrarre investimenti stranieri. Niente più abolizione della tassa sulla casa (Ici), dunque, ma riduzione progressiva dell’imposta sulle società (Ires), una delle più alte dell’eurozona.

Non passano ventiquattro ore da queste caute aperture del ministro dell’Economia e il presidente del Senato non resiste alla tentazione di dire anche lui la sua: le tasse vanno sì ridotte (ma non le avevate appena aumentate?), e tuttavia non basta farlo per le imprese, occorre farlo anche per le famiglie. Domani, con quasi tre mesi di (ulteriore) ritardo sugli impegni presi a suo tempo, partirà il cosiddetto «tavolo sulle pensioni», che doveva finire i suoi lavori alla fine di marzo (per i dettagli vedi la nuova rubrica «Conto alla rovescia» a pagina 35). Vedremo quali altre sterzate ci attenderanno nelle prossime settimane, anche in vista delle elezioni amministrative di maggio (più di 10 milioni di cittadini al voto).

Il governo, naturalmente, ha tutto il diritto di decidere su che rotta vuole condurre la barca dell’Italia. Può fare come la Merkel (caute riforme del Welfare più sgravi fiscali alle imprese), può fare come ha fatto fin qui (più tasse e più spese), può fare come aveva promesso (riforme, meno sprechi, meno tasse), può persino inventarsi una politica economica completamente nuova. Però deve dircelo, deve farci capire dove siamo diretti. Non soltanto perché, dopotutto, è ai cittadini che un governo risponde, ma perché l’incertezza, i segnali contraddittori, i falsi annunci, il continuo dire e contraddire, fare e disfare – insomma questo continuo governare a zig-zag – danneggiano l’economia del Paese e deprimono il morale delle persone.


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