Archivio per 17 Marzo 2007

Il caso spagnolo e i dilemmi italiani

(16 Mar 07)
Francesco Giavazzi

Come si creano posti di lavoro

Fra il 1980 e la metà degli anni Novanta l’economia americana ha creato 26 milioni di nuovi posti di lavoro, 11 in più dell’Europa, intendendo per Europa i dodici Paesi che hanno adottato l’euro. Questo è un fatto noto. Meno noto è che nei dieci anni successivi, tra il 1995 e il 2006, Europa e Stati Uniti, nonostante la retorica della «nuova economia» americana e del declino europeo, hanno creato lo stesso numero di posti di lavoro: 18 milioni ciascuno. In Europa quasi metà di questi nuovi posti (oltre 7 milioni su 18) è stato creato in Spagna, un numero tre volte maggiore dei posti creati in Italia. La trasformazione del mercato del lavoro spagnolo è soprattutto il risultato di una straordinaria crescita della partecipazione, cioè del numero di persone che prima erano fuori dal mercato del lavoro e oggi lavorano o cercano attivamente un lavoro. In un decennio il tasso di partecipazione maschile è cresciuto in Spagna di 9 punti, dal 62 al 71 per cento. L’aumento è ancor più straordinario fra le donne: 13 punti in più, dal 46 al 59 per cento. Dieci anni fa solo il 40 per cento degli uomini spagnoli tra i 60 e i 65 anni d’età era ancora attivo nel mercato del lavoro: oggi sono uno ogni due. La partecipazione è aumentata anche fra i 55 e i 60 anni: 4 punti in più fra gli uomini, 12 fra le donne.

Quando l’occupazione cresce tanto rapidamente, la produttività ne soffre perché il rapporto fra capitale e lavoro scende ed entrano nel mercato del lavoro anche persone con livelli di istruzione inferiori rispetto a chi già lavorava. E infatti la produttività del lavoro in Spagna scende da dieci anni. Ma la crescita dell’occupazione ha più che compensato la caduta della produttività. E così gli spagnoli, diversamente dagli altri Paesi dell’euro (tranne l’Irlanda), in dieci anni hanno ridotto la distanza che li separava dagli Stati Uniti: nel 1995 il reddito medio spagnolo era solo il 60 per cento del reddito medio americano; oggi è il 70 per cento.

Vi sono due modi per crescere: aumentando la produttività di chi già lavora, o portando più persone nel mercato del lavoro. È evidente che se oltre a lavorare di più si è anche più produttivi, la crescita accelera: è il caso dell’Irlanda dove ormai il reddito pro capite ha superato quello della Svizzera. Ma troppo spesso le discussioni sulla crescita partono dall’assunto che non si cresce se non si investe di più in tecnologia e innovazione, e finiscono con la richiesta di sussidi pubblici alle università e alle attività di ricerca e sviluppo. L’esperienza spagnola dimostra quanta strada si possa fare semplicemente lavorando di più. Osservata da questa prospettiva l’Italia ha un potenziale di crescita ancor maggiore della Spagna, per il semplice motivo che lavoriamo di meno. Il nostro tasso di partecipazione è oggi quello che era in Spagna dieci anni fa. È uguale al tasso messicano e fra i Paesi dell’Ocse solo in Turchia la partecipazione al mercato del lavoro è più bassa che in Messico e in Italia. Ogni 100 persone in età di lavoro in Italia sono occupate, o cercano attivamente un lavoro, 17 meno che in Svezia. Non solo la partecipazione è straordinariamente bassa, ma recentemente (per gli uomini) è ulteriormente scesa. Nella fascia d’età tra i 50 e i 60 anni partecipano 3 uomini su 100 in meno di quanti partecipassero dieci anni fa; 2 su cento in meno fra i 60 e i 65 anni. Partecipano meno che in Spagna anche i giovani, soprattutto quelli fra i 25 e i 29 anni, e le donne in ogni fascia d’età: fra i 25 e i 29 anni, 8 ragazze spagnole su 10 lavorano o cercano attivamente un lavoro. Sono solo 6,4 in Italia.

La maggior parte dei nuovi posti di lavoro creati in Spagna sono contratti a tempo determinato, che ormai rappresentano il 30 per cento di tutti i posti. Davvero vogliamo imitare la Spagna ed allargare ancor più il numero di lavori «precari»?
Un posto stabile è senza dubbio meglio di uno a tempo determinato e l’insicurezza dei lavori precari è certamente all’origine di molti guai delle nostre società, ad esempio il fatto che i giovani attendono a lungo prima di formare una famiglia e non nascono più bambini.
Ma la soluzione non può essere l’eliminazione dei lavori a tempo determinato. Non può esserlo perché l’alternativa a un lavoro precario è nessun lavoro, non un lavoro stabile.

L’industria — che tradizionalmente creava lavori «stabili» — si sta gradualmente spostando verso Paesi a più basso costo della mano d’opera. Nei ricchi Paesi dell’Occidente i nuovi posti di lavoro si creano nei servizi, sia quelli che richiedono qualifiche elevate (la finanza, l’informatica, l’istruzione) sia quelli che al contrario non richiedono qualifiche particolarmente elevate, ad esempio nel turismo. È qui che nascono i lavori precari. Ma impedirli non significa trasformare quei lavori in lavori stabili: significa semplicemente farli sparire.
La soluzione è la mobilità. I giovani, e non solo loro, sempre più troveranno posti precari: il problema è come aiutarli ad uscire dal circolo vizioso del precariato. Questo richiede mobilità sociale, cioè meritocrazia e buone scuole.

L’Ocse studia i sistemi scolastici di vari Paesi confrontando le capacità degli studenti che frequentano scuole del medesimo grado. Una dimensione interessante di questi confronti riguarda la capacità dello studente di risolvere un problema relativamente semplice, ad esempio programmare una vacanza in diverse città, cercando il percorso più efficiente. Il punteggio medio dei ragazzi italiani è 470, a fronte di 550 per i ragazzi finlandesi. Tra i Paesi dell’Ocse, solo i ragazzi greci ottengono, in media, un punteggio inferiore. Negli Stati Uniti i cosiddetti «poveri che lavorano» spesso hanno frequentato scuole secondarie disastrate. E infatti nelle classifiche Ocse gli studenti americani risultano solo marginalmente migliori dei nostri.
Anziché illudersi di eliminare i lavori precari o investire denaro pubblico in ambiziosi progetti di alta tecnologia, occupiamoci piuttosto delle scuole.

Bayrou a lezione da Prodi

(11 Mar 07)

Barbara Spinelli

Quando la socialdemocrazia tedesca decise di divenire forza di governo, alla fine degli Anni Cinquanta, fu la capacità di coalizione il cruciale banco di prova cui decise di sottoporsi, non solo muovendosi in modo diverso dal passato ma ripensando i propri programmi, lo sguardo sulla società, l’attitudine ad ascoltare voci differenti dalla propria. Il congresso di Bad Godesberg nel ’59 fu la scoperta e l’approfondimento di questa capacità, cui venne dato il nome di Koalitionsfähigkeit. La metamorfosi, che ebbe come protagonista Herbert Wehner, passò con difficoltà nel partito ma divenne evento fondatore: la Grande Coalizione, nell’autunno ’66, nacque da quella scelta e fu lo strumento attraverso il quale la sinistra, dopo ripetute sconfitte, poté prima governare con la Democrazia cristiana, poi divenire – già nel 1969 – forza egemone di un’aggregazione alternativa alla Dc. Il bipolarismo compiuto che da allora regna in Germania ebbe bisogno di quel tirocinio preparatorio, per metter radici. La capacità di coalizzarsi con forze non appartenenti al proprio campo irrobustì alla lunga il campo stesso, anziché impoverirlo e sopprimere l’alternanza tra fronti contrapposti.

Un fenomeno simile sta accadendo in Francia, da quando François Bayrou ha cominciato a salire nei sondaggi come uomo-ponte fra destra e sinistra. Qui abbiamo due blocchi che già hanno governato (il socialista-comunista, il gollista-liberale) e dunque formalmente il bipolarismo vive. Ma la loro Koalitionsfähigkeit è lungi dall’essere acquisita. I socialisti hanno una cultura delle coalizioni solo rivolta a sinistra, pur essendo oggi assai moderati: lo slogan «nessun nemico a sinistra», teorizzato nel primo Novecento dai radicali francesi, è rimasto immutato con Mitterrand, Jospin, Ségolène Royal.

Quanto ai gollisti di Sarkozy, essi sono ossessionati da Le Pen, con cui non vogliono allearsi ma i cui elettori intendono conquistare.

Bayrou rompe le abitudini, e lancia alla Francia una sfida del tutto nuova: ai cittadini come ai partiti chiede di apprendere l’arte di coalizzarsi col diverso. Nell’immediato, il suo progetto prevede un’intesa destra-sinistra, magari temporanea per non impedire future alternanze. Nella sostanza, e nel lungo periodo, la ginnastica mentale che propone consiste nella capacità virtuale d’ogni raggruppamento di cooperare sia a destra sia a sinistra, per svecchiare il profilo dell’una come dell’altra e restituire al paese un bipolarismo rinvigorito. Come Wehner a suo tempo, egli sembra convinto che governare durevolmente si possa alla sola condizione di imparare simili virtù di elastica resilienza e rifondazione.

All’origine di questa metamorfosi del pensiero francese non ci sono le ripetute sconfitte d’un partito, come in Germania negli Anni 50-60. Oggi sono più vaste malattie della democrazia rappresentativa – e delle famiglie di destra e sinistra – a esigere il cambiamento. Il caso francese quindi ci riguarda, nascendo da un male diffuso e annoso. La tesi di Bayrou è che sinistre e destre sono divenute impotenti, non essendo più in grado di rappresentare la società e di predisporre mutazioni importanti assieme a essa. Le proposte fatte da ambedue non tengono conto dello svanire della sovranità nazionale assoluta – tuttora un mostro sacro in Francia – e sono accomunate da illusioni completamente irrealistiche. Da questo punto di vista né Sarkozy né Ségolène Royal sono innovatori, nonostante si presentino come figure provvidenziali e originali (il primo perché volitivo di carattere, la seconda perché donna femminista).

Ambedue le forze sono divenute impotenti a causa della loro chiusura e inattitudine all’ascolto. L’esempio più clamoroso, che Bayrou cita sempre, è quello di Chirac: avendo raccolto nel 2002 una maggioranza immensa ma artificiale (82,2 per cento), egli non ebbe l’accortezza di aprire ai socialisti che l’avevano votato per evitare Le Pen. Quel che sinistre e destre non vedono, che non sanno ascoltare, è la trasformazione vistosa della società e della stessa democrazia rappresentativa. Una trasformazione che in Francia ha generato autentici tracolli: l’eliminazione del candidato socialista e la sua sostituzione con Le Pen nel 2002; il no caotico all’Europa nel maggio 2005; i tumulti nelle periferie nel novembre 2005: tutti eventi che hanno disvelato l’atrofia del bipolarismo classico e gli svantaggi delle reciproche impermeabilità. La scelta di divenire specchi fedeli della società non ha addomesticato quest’ultima ma l’ha ulteriormente frammentata, estremizzata. Entrambe le forze sono apparse lontane dal popolo, sorde, ed entrambe hanno reagito senza mutare abitudini di pensiero anche quando si rifugiavano nel populismo. Un populismo ormai radicato, non solo in Francia. L’Italia aveva dato il via, negli Anni 90, con Mani Pulite, al crollo dei vecchi partiti e all’impolitica alternativa di Berlusconi. A questo «populismo lungo», il politologo Rosanvallon dà il nome di contro-democrazia. Una contro-democrazia che di per sé è la naturale risposta al frantumarsi dei partiti, delle visioni sociali d’insieme. Il cittadino non più affiliato a grandi organizzazioni partecipa alla cosa pubblica votando, ma anche fabbricandosi vari poteri indiretti.

Contro-democrazia è quando si reagisce alla crisi delle democrazie rappresentative con una democrazia negativa: aumentando il potere di sorveglianza, di veto, di giudizio istantaneo su ogni politica, breve e non. Chi reagisce è un cittadino niente affatto passivo, che interviene con metodi classici (il voto) e non classici (piazza o rivendicazioni identitarie, giudici o stampa), ma che imboccando tale strada ha perso la visione d’insieme dell’interesse pubblico e ogni volontà che non sia d’impedimento. Il populismo e l’antipolitica sono patologie della contro-democrazia: il potere vigilante diventa delegittimazione costante, il veto blocca le politiche anziché suscitarle, il giudizio diventa sistematica distruttività (Pierre Rosanvallon, La contre-démocratie, Seuil 2006).

Di qui la necessità di infrangere le barriere: di «scomporre le linee», dicono i francesi citando Baudelaire. Di evitare che la frammentazione favorisca paradossalmente chi inventa di sana pianta un popolo uno, indiviso: il populista, appunto, secondo il quale qualsiasi avversario che non rappresenti l’Uno è subito illegittimo. Di qui l’alternativa suggerita da Bayrou: non l’uomo provvidenziale che congela divisioni fossilizzate, ma il politico che ingloba la contro-democrazia per curarne le patologie, esercitandosi nelle coalizioni con il diverso da sé e ridefinendo i futuri criteri di divisione.

In Italia quest’apprendimento è in corso ed è significativo che l’esempio Prodi seduca Bayrou. Centro-sinistra e Ulivo sono la risposta all’emergenza populista di Berlusconi e alla crisi della democrazia. Contrariamente a quel che si dice, non abbiamo in Italia un blocco governativo di sinistra, ma un blocco che oltre all’Unione comprende conservatori e sinistre estreme. Sia pur faticosamente, anche queste ultime hanno dimostrato capacità di coalizione: hanno digerito un pesante risanamento economico, accettato la missione in Libano, scoperto l’Europa. Divenire capaci di coalizioni e dunque di governare presuppone nei due blocchi la preservazione di un programma minimo cui non si rinuncia: a sinistra possono essere i diritti della persona, il lavoro non precario, o la laicità e autonomia della politica; il multilateralismo o un’Europa autonoma dall’America. Bayrou, ad esempio, promette modifiche profonde (l’abbandono dell’illusione nazionale di De Gaulle, un’Europa federale fatta da un’avanguardia di Stati) ma al tempo stesso è fermo nel preservare alcuni valori: il modello d’integrazione repubblicana, la laicità, la valorizzazione di servitori dello Stato come gli insegnanti.

Ma, soprattutto, egli propone di assorbire la contro-democrazia: di darle un ordine, una voce, per evitare che sfoci nella malattia dell’impolitica populista. Da questo punto di vista, Bayrou non è centrista come son centristi alcuni italiani. Non dice che la mutazione avverrà solo a opera d’una famiglia centrale. Dice che avverrà solo se si incorpora la contro-democrazia, espressione della nuova società della diffidenza cresciuta sulla chiusura reciproca di tutti i partiti, compresi i centristi. Dice che devono cambiare non solo metodi ma programmi: cosa non ancora avvenuta nelle forze centriste. I centristi italiani ad esempio non hanno ancora appreso la Koalitionsfähigkeit ad ampio raggio. Sembrano interessati a un’aristocrazia chiusa, autosufficiente, come proposto da Antonio Polito e Nicola Rossi in una lettera a Follini pubblicata l’8 marzo sul Corriere della Sera. Follini sembra più lungimirante. Nella risposta, il 9 marzo sul Corriere, sostiene che un ponte fra destra e sinistra è preferibile a un tetto su nuove compatte famiglie. È il ponte che educa alla Koalitionsfähigkeit, all’ascolto e rispetto del diverso, e che aiuterà a ricreare una bipolare architettura fatta di famiglie, case, tetti meno pericolanti.

La Margherita e il miracolo unitario

(17 Mar 07)

Emanuele Macaluso

I Ds sono in gran parte discendenti del Pci, dove vigeva il centralismo democratico, e stanno svolgendo, giustamente, il loro congresso sulla base di mozioni contrapposte; nella Margherita, i cui dirigenti e militanti provengono dalla Dc, invece, si vota su mozione unica.

Eppure proprio nella Margherita si era manifestata (soprattutto fra i popolari) una forte avversione al Pd. Poi il miracolo: De Mita e Parisi, Rutelli e Bordon, Carra e Franceschini, Bindi e Binetti hanno firmato la stessa mozione. Ma sui giornali leggiamo notizie sulle guerre tra parisiani (sic!) e popolari, tra i signori delle tessere che hanno moltiplicato gli iscritti, tra chi sostiene i Dico e chi li avversa, tra chi lavora per il referendum elettorale e chi contro, tra chi dice «mai nel Pse» (Rutelli) e chi invece dichiara che a decidere deve essere il nuovo partito (Franceschini).

La verità è che la Margherita è unita per prevalere su un partito senza anima e senza linea (i Ds) con l’obiettivo si delineare (per il Pd) la politica ben descritta ieri da Claudia Mancina a proposito delle dichiarazioni gemelle di Bindi e Binetti sui gay, espressione di una certa concezione della laicità e del pluralismo. Ma Fassino corre. E andrà a sbattere.

Il caso spagnolo e i dilemmi italiani

(16 Mar 07)

Francesco Giavazzi 

Come si creano posti di lavoro

Fra il 1980 e la metà degli anni Novanta l’economia americana ha creato 26 milioni di nuovi posti di lavoro, 11 in più dell’Europa, intendendo per Europa i dodici Paesi che hanno adottato l’euro. Questo è un fatto noto. Meno noto è che nei dieci anni successivi, tra il 1995 e il 2006, Europa e Stati Uniti, nonostante la retorica della «nuova economia» americana e del declino europeo, hanno creato lo stesso numero di posti di lavoro: 18 milioni ciascuno. In Europa quasi metà di questi nuovi posti (oltre 7 milioni su 18) è stato creato in Spagna, un numero tre volte maggiore dei posti creati in Italia. La trasformazione del mercato del lavoro spagnolo è soprattutto il risultato di una straordinaria crescita della partecipazione, cioè del numero di persone che prima erano fuori dal mercato del lavoro e oggi lavorano o cercano attivamente un lavoro. In un decennio il tasso di partecipazione maschile è cresciuto in Spagna di 9 punti, dal 62 al 71 per cento. L’aumento è ancor più straordinario fra le donne: 13 punti in più, dal 46 al 59 per cento. Dieci anni fa solo il 40 per cento degli uomini spagnoli tra i 60 e i 65 anni d’età era ancora attivo nel mercato del lavoro: oggi sono uno ogni due. La partecipazione è aumentata anche fra i 55 e i 60 anni: 4 punti in più fra gli uomini, 12 fra le donne.

Quando l’occupazione cresce tanto rapidamente, la produttività ne soffre perché il rapporto fra capitale e lavoro scende ed entrano nel mercato del lavoro anche persone con livelli di istruzione inferiori rispetto a chi già lavorava. E infatti la produttività del lavoro in Spagna scende da dieci anni. Ma la crescita dell’occupazione ha più che compensato la caduta della produttività. E così gli spagnoli, diversamente dagli altri Paesi dell’euro (tranne l’Irlanda), in dieci anni hanno ridotto la distanza che li separava dagli Stati Uniti: nel 1995 il reddito medio spagnolo era solo il 60 per cento del reddito medio americano; oggi è il 70 per cento.

Vi sono due modi per crescere: aumentando la produttività di chi già lavora, o portando più persone nel mercato del lavoro. È evidente che se oltre a lavorare di più si è anche più produttivi, la crescita accelera: è il caso dell’Irlanda dove ormai il reddito pro capite ha superato quello della Svizzera. Ma troppo spesso le discussioni sulla crescita partono dall’assunto che non si cresce se non si investe di più in tecnologia e innovazione, e finiscono con la richiesta di sussidi pubblici alle università e alle attività di ricerca e sviluppo. L’esperienza spagnola dimostra quanta strada si possa fare semplicemente lavorando di più. Osservata da questa prospettiva l’Italia ha un potenziale di crescita ancor maggiore della Spagna, per il semplice motivo che lavoriamo di meno. Il nostro tasso di partecipazione è oggi quello che era in Spagna dieci anni fa. È uguale al tasso messicano e fra i Paesi dell’Ocse solo in Turchia la partecipazione al mercato del lavoro è più bassa che in Messico e in Italia. Ogni 100 persone in età di lavoro in Italia sono occupate, o cercano attivamente un lavoro, 17 meno che in Svezia. Non solo la partecipazione è straordinariamente bassa, ma recentemente (per gli uomini) è ulteriormente scesa. Nella fascia d’età tra i 50 e i 60 anni partecipano 3 uomini su 100 in meno di quanti partecipassero dieci anni fa; 2 su cento in meno fra i 60 e i 65 anni. Partecipano meno che in Spagna anche i giovani, soprattutto quelli fra i 25 e i 29 anni, e le donne in ogni fascia d’età: fra i 25 e i 29 anni, 8 ragazze spagnole su 10 lavorano o cercano attivamente un lavoro. Sono solo 6,4 in Italia.

La maggior parte dei nuovi posti di lavoro creati in Spagna sono contratti a tempo determinato, che ormai rappresentano il 30 per cento di tutti i posti. Davvero vogliamo imitare la Spagna ed allargare ancor più il numero di lavori «precari»?
Un posto stabile è senza dubbio meglio di uno a tempo determinato e l’insicurezza dei lavori precari è certamente all’origine di molti guai delle nostre società, ad esempio il fatto che i giovani attendono a lungo prima di formare una famiglia e non nascono più bambini.
Ma la soluzione non può essere l’eliminazione dei lavori a tempo determinato. Non può esserlo perché l’alternativa a un lavoro precario è nessun lavoro, non un lavoro stabile.

L’industria — che tradizionalmente creava lavori «stabili» — si sta gradualmente spostando verso Paesi a più basso costo della mano d’opera. Nei ricchi Paesi dell’Occidente i nuovi posti di lavoro si creano nei servizi, sia quelli che richiedono qualifiche elevate (la finanza, l’informatica, l’istruzione) sia quelli che al contrario non richiedono qualifiche particolarmente elevate, ad esempio nel turismo. È qui che nascono i lavori precari. Ma impedirli non significa trasformare quei lavori in lavori stabili: significa semplicemente farli sparire.
La soluzione è la mobilità. I giovani, e non solo loro, sempre più troveranno posti precari: il problema è come aiutarli ad uscire dal circolo vizioso del precariato. Questo richiede mobilità sociale, cioè meritocrazia e buone scuole.

L’Ocse studia i sistemi scolastici di vari Paesi confrontando le capacità degli studenti che frequentano scuole del medesimo grado. Una dimensione interessante di questi confronti riguarda la capacità dello studente di risolvere un problema relativamente semplice, ad esempio programmare una vacanza in diverse città, cercando il percorso più efficiente. Il punteggio medio dei ragazzi italiani è 470, a fronte di 550 per i ragazzi finlandesi. Tra i Paesi dell’Ocse, solo i ragazzi greci ottengono, in media, un punteggio inferiore. Negli Stati Uniti i cosiddetti «poveri che lavorano» spesso hanno frequentato scuole secondarie disastrate. E infatti nelle classifiche Ocse gli studenti americani risultano solo marginalmente migliori dei nostri.
Anziché illudersi di eliminare i lavori precari o investire denaro pubblico in ambiziosi progetti di alta tecnologia, occupiamoci piuttosto delle scuole.


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