(13 Mar 07)
Augusto Minzolini
Paradosso di un impossibile Di. Co. (Diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi) tra Romano Prodi e Silvio Berlusconi sulla riforma della legge elettorale. Il primo vuole condurre direttamente la trattativa – allungandone i tempi – per resistere e durare il più possibile a Palazzo Chigi. Per il secondo, invece, la riforma è solo un fastidio di cui vuole liberarsi in fretta per perseguire l’unico obiettivo che ha in testa: defenestrare il Professore e andare subito alle elezioni. Dato che i due personaggi hanno finalità opposte, è evidente che questo confronto, o ipotetica alleanza, rischia di non andare da nessuna parte. Il segno più evidente è il rifiuto del Cavaliere di impegnarsi in prima persona e, di conseguenza, di incontrare il premier.
Insomma, non vuole che la trattativa decolli: per lui la riforma deve limitarsi ad introdurre il premio di maggioranza su base nazionale al Senato e non deve avere traguardi ambiziosi che richiedano modifiche costituzionali. Solo che mentre il comportamento e gli atteggiamenti di Prodi sono lineari, quasi da manuale della politica, quelli di Berlusconi, per alcuni versi, sono incomprensibili. Il premier, infatti, vuole superare indenne il suo «annus horribilis». Ha bisogno di riprendere fiato per andare avanti fino alla prossima Finanziaria quando, grazie all’aumento delle entrate fiscali potrà ridare, almeno in parte, i denari agli italiani dopo averglieli tolti. Spera che questa operazione, insieme al dispiegarsi di una congiuntura economica positiva, cambi l’angusto scenario in cui si sta muovendo in questi mesi. Ma per conquistare tempo prezioso ora ha bisogno di diminuire il numero dei suoi nemici. Addirittura di accarezzare l’avversario di sempre, appunto, Berlusconi: gli ha chiesto in pubblico un incontro mettendo nel conto la possibilità di rimediare «una buca»; ha dimenticato in un cassetto il disegno di legge sul sistema televisivo, quello che porta la firma del ministro Gentiloni, e quello sul conflitto di interessi; e, per essere più esplicito nelle «avances», dopo undici anni è tornato sulle reti Mediaset (ieri è stato ospite di Mentana a Matrix). Da «professionista», per sopravvivere il Professore ha imposto alla sua politica una virata di 360 gradi. Sta tentando di trovare alleanze tattiche (prima l’Udc, poi la Lega). E, soprattutto, di liberarsi dello spauracchio che più lo terrorizza: il governo delle larghe intese.
Per riuscirci si è inventato, appunto, la riforma della legge elettorale. Non si è posto il problema delle ripercussioni psicologiche – e politiche – che sarebbero seguite all’inserimento di un tema del genere nell’agenda del governo: la legge elettorale, infatti, è un argomento da fine mandato, normalmente si modifica e si va subito a votare. Lui se ne è infischiato: per procurarsi l’ossigeno doveva dare una verniciata «istituzionale» al suo esecutivo. Adesso che la riforma elettorale è diventata un punto programmatico del suo governo, che bisogno c’è di dar vita ad un governo istituzionale? E le elezioni subito dopo? Clemente Mastella già mette le mani avanti: le consuetudini di questi tempi sono fatte apposta per essere violate. E’ già successo: si è fatta una crisi di governo nel nome dell’autosufficienza della maggioranza in politica estera, ma si può star sicuri che, se il rifinanziamento della missione in Afghanistan passerà grazie ai voti dell’opposizione, il Professore non tornerà di nuovo al Quirinale. Il «piano», quindi, è semplice ed efficace: Prodi deve solo incrociare le dita sperando che a Kabul la situazione non precipiti. E il Cavaliere? Il personaggio vuole le elezioni ma non sa come ottenerle. Eppure ha davanti a sé due strade che aprirebbero una simile prospettiva: potrebbe bloccare ogni riforma della legge elettorale, spingendo i piccoli partiti a puntare sulle elezioni anticipate nella prossima primavera per evitare un referendum che favorirebbe la nascita in Italia di due grandi forze. Un’opzione pericolosa (potrebbe costargli l’isolamento) ma sicuramente chiara. Qualcuno dei suoi assicura che è il piano che gli frulla nella testa. Chissà?
L’altra ipotesi è quella del governo delle larghe intese. Un’ipotesi del genere lo rimetterebbe in sintonia con l’Udc e gli darebbe una garanzia: essendo uno dei maggiori contraenti dell’alleanza, approvata la legge elettorale, sarebbe nelle condizioni di poter staccare in prima persona la spina ad un governo simile. Ma Berlusconi non si fida. In più ha contratto una pericolosa malattia che in questi anni ha fatto molto male alla sinistra: si è costruito un suo popolo dei «fax» personale, che dialoga con lui con i sondaggi o sul sito di Forza Italia, e a cui demanda l’ultima parola nell’elaborazione della strategia. Escluse queste due opzioni – la prima per la paura dell’isolamento, la seconda per il timore di offendere i suoi elettori – il Cavaliere rischia di assecondare involontariamente la strategia di Prodi. Magari battendo i piedi per terra per chiedere le elezioni nello stesso modo con cui i bambini chiedono alla mamma la Nutella.