Archivio per 10 Marzo 2007

Il complotto contro la Basilicata

(6 Mar 2007)

Emanuele Macaluso
Il segretario dei Ds della Basilicata, Piero Lacorazza, ha replicato (con una lettera al “Riformista”) alla mia rubrica dove, prendendo spunto dalle azioni giudiziarie che coinvolgono anche i massimi dirigenti Ds e Margherita di quella regione, cercavo di svolgere ragionamenti politici su cosa sono oggi i partiti che governano il potere locale. La lettera di Lacorazza è esemplare: a proposito del “Corriere della Sera” che ha parlato delle inchieste giudiziarie, dice che «conduce con palese tendenziosità una campagna contro la dignità di una regione e di una comunità». Mi chiedo: gli inquisiti (che saranno spero innocenti) o anche Ds e Margherita, si identificano con la Basilicata tutta? Sempre nella lettera si parla di una regione offesa «alla quale si vuole far pagare il prezzo di interessi calpestati». Insomma il “Corriere” e i magistrati complottano contro la Basilicata. E contro una classe dirigente moderna? Finiamola con la retorica. Ripeto, il nodo dell’intreccio tra la “nuova classe” e poteri locali è politico e non giudiziario e coinvolge anche il modo in cui si fa il Pd. Mi chiedo: perché Lacorazza non ha scritto all’“Unità” dove Travaglio ha invece calcato la mano sull’aspetto giudiziario della vicenda?

Tra miti e riti parte la corsa al dopo Prodi

em>(7 Mar 07)

Emanuele Macaluso
L’intervista di Giuliano Amato sulle «maggioranze variabili» rilasciata al “Corriere” ha avuto larga eco sui giornali di ieri. Alcuni, come “Libero”, hanno ironizzato pesantemente, anche con argomenti speciosi, altri come “Repubblica”, con Massimo Giannini, hanno notato che nell’Unione si è chiusa la fase della orgogliosa autosufficienza («il mito caduto») e se ne è aperta un’altra, in cui si cambierebbe registro nei rapporti con la minoranza. Giannini parla di «rito delle geometrie variabili». Ma il punto da chiarire è: si passa dal mito al rito per continuare a galleggiare? Infatti dobbiamo porci una domanda: come è possibile che persone note per acume politico e sottigliezze metodologiche (tra cui Amato), letti i risultati elettorali, fatta la conta dei senatori e valutate le presenze dei Turigliatto, dei De Gregorio e di altri, non si siano resi conto che, nei fatti, non c’era una maggioranza? Insomma i grandi strateghi dell’Ulivo (gli stessi che progettano il Pd) hanno avuto bisogno di ben nove mesi per vedere ciò che tutti vedevano? Cecità, insipienza, sete di potere? Oppure, come notano ora alcuni “retroscenisti” nei giornali di ieri, con le «maggioranze variabili» è cominciata la corsa al dopo Prodi?


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