Archivio per 9 Marzo 2007

La sinistra Ds: «Non andiamo col Pd, ci interessa la proposta di Bertinotti»

(9 Mar 2007)
Romina Velchi

Fabio Mussi per la prima volta prende posizione a favore del “cantiere” ipotizzato dal presidente della Camera: «Certe divisioni hanno fatto il loro tempo.
Non accetto l’idea che la sinistra possa ridursi a fare la corrente di minoranza di un partito di centro». Cesare Salvi: «Idea nuova e buona»

«La politica è fatta così, in certi momenti si deve accelerare». Ma forse Fausto Bertinotti non si aspettava che la sua proposta di un «cantiere che cominci a discutere della sinistra» andasse così veloce. O forse sì. Sarà stata la mezza crisi di governo, fatto sta che qualcosa si muove. E per la prima volta Fabio Mussi, leader del correntone Ds nonché ministro dell’Università, prende posizione pubblicamente: «Sì, mi interessa. Il cantiere di cui parla Bertinotti è una discussione che coinvolge anche noi. Certe divisioni hanno fatto il loro tempo».
Mancava solo lui. E chissà che adesso il “cantiere” non abbia le gambe per camminare. Ci voleva qualcuno che lo nominasse e le parole del presidente della Camera, in questo senso, hanno dato la carica ad un’operazione di cui in tanti, a sinistra, sentivano la necessità. Ora c’è una prospettiva diversa da quella del Partito Democratico, perché chi parteciperà al cantiere avrà come obiettivo quello di discutere di «contenuti» e non di «contenitori». Cioè, come dice Aldo Tortorella (tra i primi ad apprezzare la proposta) «di rivisitare la tradizione di sinistra». E magari, come osserva Pietro Folena, «la Sinistra europea potrà essere una prima parte di questo processo, ma solo una prima parte verso un orizzonte più ampio». Le parole di Mussi hanno «un grande significato per me – aggiunge Folena – che sono impegnato da tempo nella costruzione di un ponte verso un “nuovo socialismo”».

Nell’intervista all’Espresso in edicola oggi, Mussi, riferendosi ai Ds, afferma che «un’impresa comune è sull’orlo di finire. Non accetto l’idea che la sinistra possa ridursi a fare la corrente di minoranza di un partito di centro». Lascia quindi intendere che all’indomani della nascita del Partito Democratico la sinistra sarà chiamata a riorganizzarsi, o meglio «cercherà di ritrovarsi. A prescindere perfino dalle volontà di ciascuno di noi, qualcosa di nuovo nascerà». Con l’occasione, il ministro si toglie qualche sassolino dalla scarpa: «Il partito si è indebolito. In questi anni c’è stata una mutazione dei nostri iscritti. Ci siamo trasformati in un’agenzia di promozione del ceto politico locale». E il guaio, attacca Mussi, è che il nuovo partito non ha ancora né una identità né una collocazione internazionale: «Fassino dice in giro che il Pd deve stare nel Partito socialista europeo. I nostri amici della Margherita, invece, ripetono tutti i giorni che il Pd non potrà aderire al Pse. Risultato: questo Pd è un partito homeless, alla ricerca di un tetto, una roba che non esiste in Europa». Per la cronaca, giusto ieri è andato in scena uno psicodramma seguito alle affermazioni del capogruppo del Pse all’Europarlamento, Martin Schulz, secondo il quale il Pd sarà sotto il tetto del Pse e anche Francesco Rutelli «è il benvenuto», ma se non vuole entrare «tanto peggio per lui».
Tant’è. Per Mussi Rutelli «fa il suo. Però…». Però, «Rutelli dichiara che in Francia voterebbe il centrista Bayrou, per i Ds invece la candidata di riferimento è Ségolène Royal. E se si va al ballottaggio Sarkozy-Royal e Bayrou decide di appoggiare Sarkozy, che facciamo? Come può stare in piedi un partito così?». E ora che l’alternativa c’è – un tavolo a cui far sedere tutti quelli che si dicono di sinistra magari per dar vita ad un «nuovo grande partito» – vale la pena approfittarne. Perché altrimenti «l’Italia diventerà l’unico paese europeo senza un grande partito di sinistra che si richiama al socialismo».
«Riflessioni interessantissime – secondo Giovanni Russo Spena – che vanno nella nostra medesima direzione». Ovvero: quando Bertinotti parla di «massa critica» «pensa alla costruzione di un partito che contenga in sé in maniera plurale l’esperienza comunista, quella socialista e quella cattolico-democratica. Le discriminanti – aggiunge Russo Spena – devono essere la pace, l’antiliberismo e la costruzione di un nuovo spazio pubblico come rapporto tra istituzioni e movimento. Su queste basi – conclude il presidente dei senatori comunisti – si può dare vita ad una confederazione di forze che possano lavorare insieme alla costruzione di un nuovo soggetto politico».
Ma non c’è solo Mussi. Al richiamo di Bertinotti – che poi è anche del segretario del Prc, Franco Giordano, che domenica scorsa al Teatro Eliseo ha parlato di «una sfida» che è a tutta la sinistra, perché «la prospettiva del socialismo è viva» e perciò occorre «un’innovazione culturale per sfidare sul terreno della sinistra il Partito Democratico – ieri in varie interviste ha risposto di nuovo Cesare Salvi. «Rispetto all’impressionante debolezza del manifesto per il Partito democratico – dice il senatore diessino – è un’idea nuova e buona». Aggiunge Salvi: «Continuo a sperare che i Ds, alla fine, decidano di non rinunciare alla propria identità di sinistra. Se non lo faranno, è ragionevole immaginare che una forza esplicitamente di sinistra, socialista e, aggiungo io, riformista, possa ottenere forti, fortissimi consensi».
E’ chiaro che in questa operazione c’è spazio per tutti i Ds scontenti. Ed è chiaro che è al “dopo” che tutti guardano. Non solo dopo-Pd, ma anche dopo-Prodi. Non è così remoto il rischio di ritrovarsi con una sinistra magari più ampia ma emarginata dalle forze centriste del futuro Pd e della Casa delle Libertà. Non per nulla Antonio Polito e Nicola Rossi, parlamentari dell’Ulivo, ieri, dalle colonne del Corriere della sera hanno ufficialmente chiesto a Marco Follini, neoacquisto dell’Unione al Senato, «di partecipare alla costruzione del Partito Democratico». «Vorrebbe dire che l’Italia di mezzo, quella fascia di elettori mediani per classe sociale e per orientamento politico interessa moltissimo anche a un partito del centrosinistra a vocazione maggioritaria». Appunto.

Che tristezza apprendere che la Camera dei Lord

Che tristezza apprendere che la Camera dei Lord— anche la Camera dei Lord!— sarà abolita per far posto ad un organismo integralmente elettivo. Un senatuccio qualunque, una congrega di rappresentanti del popolo di serie B, un areopago di politicanti, a far le veci della più antica e gloriosa (se non altro per la sua vetustà) assemblea politica del mondo. In parte, certo, ancora costituita di membri ereditari e vitalizi, cioè di eccentrici, di nullità e di vegliardi semirimbambiti, ma che importa? Si preoccupa forse qualcuno del quoziente intellettuale di coloro che si presentano alle elezioni e le vincono? Quei vegliardi e quelle nullità rappresentavano qualcosa di importantissimo, la tradizione, che vivaddio è qualcosa di cui anche una democrazia ha bisogno: non si può essere figli del niente e di un Election day! Per l’appunto questo pensavamo di aver imparato proprio dall’Inghilterra e dalla sua storia: che oggi invece ci ha orribilmente traditi.

Bertinotti tra due sinistre

(9 Mar 07)
Riccardo Barenghi

Fino a poche settimane fa era il partito che dettava legge al governo. O almeno così scrivevano i giornali e così era vissuto con irritazione dai suoi alleati. Basti pensare al vertice di Caserta, celebrato da tutti come il trionfo di Rifondazione comunista.

Grazie al suo asse di ferro col premier, aveva costretto Fassino a mediare e Rutelli ad accantonare le sue pretese. I due leader principali dell’Unione avevano parlato e riparlato di fase due, che poi significava mettere il timone del governo su una rotta molto più riformista che radicale. Il timone invece restò nelle mani di Prodi che seguiva la rotta tracciata insieme con Bertinotti. E di fase due non si parlò più.

Poi ci fu Vicenza, e fu l’apice toccato dal partito di lotta e di governo: saldamente convinto dell’alleanza ma fortemente radicato nei movimenti che protestavano contro quella stessa alleanza. La frase del Presidente della Camera – «se potessi andrei alla manifestazione» – sintetizza alla perfezione il ruolo politico che aveva e fortissimamente voleva avere Rifondazione. Ma subito dopo, come un fulmine a ciel sereno è arrivata la crisi di governo che ha cambiato le carte in tavola. Il partito di Franco Giordano si è trovato in un battibaleno sotto accusa, messo all’angolo: tanto che ha dovuto faticare parecchio – e ancora sta faticando – per rimettersi in carreggiata. L’espulsione di Turigliatto, peraltro non decisivo nella bocciatura di D’Alema, ha evidentemente rappresentato l’agnello sacrificale che Rifondazione ha dovuto immolare sull’altare del governo (e a norma di disciplina dovrebbero essere espulsi anche Cannavò e Paolo Cacciari).

Da qui nasce la crisi di identità del partito di Bertinotti, il quale aveva scommesso tutto sulla ruota dell’Unione e della sfida governativa, tenendo però sempre aperta la strada «sociale», quella appunto dei movimenti. Adesso queste due strade si sono divise, a causa di Vicenza e soprattutto della questione afghana. Non è un caso che il segretario del partito risponda agli intellettuali, che gli chiedono di votare no alla missione, spiegando che questo significherebbe la caduta di Prodi. Caduta che Rifondazione non vuole assolutamente e, soprattutto, non può permettersi politicamente. Il 1998 è storia di un altro secolo. Così oggi questo partito si trova in una sorta di limbo, nel linguaggio del Pci si sarebbe detto in mezzo al guado. Viene attaccata dall’interno (e ormai non si esclude una futura scissione dei più duri o movimentisti che dir si voglia), criticata dall’esterno (appunto gli intellettuali non più organici) e dai «suoi» movimenti. E non riesce a trovare nel governo quella sponda che finora gli era stata garantita. Prodi è più debole, e come è costume dell’uomo si appoggia dove meglio gli conviene. In questo caso sulle spalle di Ds e Margherita che non sono certo dispiaciuti dalla crisi dei loro compagni più radicali, magari non infieriscono ma ne approfittano per rimettere la prua della nave sulla loro rotta.

Questo è il quadro in cui vanno lette le ultime uscite pubbliche di Bertinotti. Un’intervista dopo l’altra, un’apparizione televisiva dopo l’altra. È evidente che il presidente della Camera si è reso conto che il suo partito rischiava (rischia) di finire nell’angolo se non si fosse inventato qualcosa. Una mossa a sorpresa, un’iniziativa, una sfida, una provocazione, qualsiasi cosa in grado di sparigliare e riaprire i giochi. Tanto che Bertinotti è uscito dal recinto delle due sinistre, costruito dieci anni fa da lui stesso e da D’Alema, per proporre all’altra sinistra di marciare insieme. Oggi sui diritti civili come ai tempi del divorzio, domani sul socialismo, dopodomani chissà.


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