Archivio per 4 Marzo 2007

“Rifare i grandi partiti:ora c’è il deserto fra governo e popolo”

(4 Mar 07) 

Parla il Presidente della Camera Fausto Bertinotti
RICCARDO BARENGHI
Al presidente del Consiglio che ha ammonito gli alleati con la metafora del bastone e la carota, il presidente della Camera, visto il suo ruolo, non vorrebbe rispondere. Ma come Oscar Wilde, anche lui può resistere a tutto tranne che alle tentazioni. E infatti non resiste: «Per formazione e per amicizia con i conigli, preferisco le carote». Con Fausto Bertinotti parliamo ovviamente di tutto o quasi quel che accade nel mondo della politica italiana, dalla crisi appena conclusa alla futura legge elettorale, sulla quale lui non ha dubbi: «Preferisco il modello tedesco, un proporzionale con sbarramento».

Presidente Bertinotti, come esce il governo dalla sua prima crisi politica?
«Sicuramente la crisi lo ha segnato nel rapporto con il suo popolo, nel senso che ha accentuato le difficoltà tra chi governa e chi lo vota. Ma paradossalmente la crisi ha anche sottolineato la sua assoluta insostituibilità. Gli stessi che fino al giorno prima erano ipercritici, il giorno dopo protestavano perché la crisi si era aperta. La mia impressione comunque è che alla fine il governo ne esca così come ne era entrato, si può dire che la crisi sia stata una parentesi».

Una parentesi fino a un certo punto, per esempio la legge sui Dico rischia di finire in un cassetto.
«Propongo di fare di necessità, virtù. E cioè di aprire tutti insieme, sinistra radicale e riformista, laici, liberali, una grande battaglia politica e culturale in Parlamento e nel Paese sui Dico e su tutti i diritti civili. Come ai tempi del divorzio».

Nel frattempo il governo ricomincia il suo lavoro come se nulla fosse accaduto. Tutto va bene?
«Per niente. Perché invece bisogna affrontare appunto il rapporto tra il governo e il popolo, o se vogliamo la società civile con i suoi conflitti progressivi o corporativi. In mezzo c’è un deserto che accentua la separazione dei cittadini dalla politica. Per questo penso alla rinascita di grandi partiti, che costruiscano consenso attraverso idee forti, che sappiano radicarsi nella società e essere dentro i fenomeni reali».

Lei pensa che questo processo possa essere aiutato da una nuova legge elettorale?
«Io credo che il sistema politico che abbiamo oggi, fortemente condizionato dal maggioritario, abbia accentuato il fenomeno che ho appena descritto. Si guarda al governo come unica bussola e si perde di vista il resto. Ma così si provoca lo scollamento col popolo e, nel quadro politico, si incoraggiano processi centrifughi che mettono in discussione la stessa coalizione e la stabilità. Noi dobbiamo sapere che siamo di fronte a un quadro terremotato, in cui quasi tutte le forze politiche sono investite da processi di cambiamento. Tra quattro anni non voteremo gli stessi partiti di oggi. Ma per accompagnare questi processi, serve stabilità e appunto una nuova legge elettorale».

E qual è quella che lei preferirebbe?
« Premetto che bisogna farla col consenso di tutti, maggioranza e opposizione. Dopo di che, la mia preferenza va al sistema tedesco. Proprio perché è quello più funzionale alla ricostruzione del peso e dell’autorevolezza dei partiti nella società, senza i quali il governo diventa una cattedrale nel deserto. E’ un sistema, quello tedesco, che lascia libere le forze politiche di definire il loro futuro ma contemporaneamente le favorisce nelle aggregazioni per formare soggetti più pesanti grazie alla soglia di sbarramento. Mentre il sistema maggioritario obbliga solo a costruire alleanze, di cui poi si lamenta l’eterogeneità».

Ma con il proporzionale ognuno è libero di presentarsi alle elezioni e contrattare dopo se stare di qua o di là.
«Non è vero. Credo invece che ognuno dovrà dire in partenza, prima delle elezioni, con chi vuole stare. Un grande partito non può presentarsi agli elettori senza indicare quale governo vuole, con chi e per fare che cosa».

A proposito di partiti vecchi e nuovi, lei vede realistica la nascita del Partito democratico?
«E’ un’ipotesi plausibile, anche perché constato che risponde a grandi attese di unità che ci sono nell’elettorato di centrosinistra, basti pensare alle primarie. Nello stesso tempo, mostra diversi problemi: non risolve la questione della presenza di una forza socialista in Italia. Problema che resta aperto, dentro e fuori i Ds. Un problema di tutta la sinistra».

Quindi anche della «sua» sinistra, Rifondazione comunista diventerà Rifondazione socialista?
«Lasciamo stare i nomi, diciamo che una sinistra alternativa oggi si costruisce solo su un vero impianto revisionistico. Cioè andando oltre il Novecento. Mantenendo ovviamente quello che vive e vivrà nella storia del movimento operaio. Ma mettendo al centro nuovi valori come la non violenza, la critica del potere, l’ambientalismo, il femminismo, il modello di sviluppo».

Ultimamente c’è stato qualche segnale di disgelo tra i vari protagonisti di questa nuova aggregazione, il segretario del Pdci Diliberto che le stringe la mano in aula…
«Perché stiamo entrando in una fase di grandi cambiamenti, che ci costringe tutti a un’accelerazione. Ci vuole quella che io ho chiamato una massa critica, che sia dunque più grande e più efficace possibile. Il mio invito è di ricominciare a discutere per verificare se oltre alle differenze abbiamo anche un destino comune. E non penso ai comunisti con i comunisti, i socialisti con i socialisti, i verdi con i verdi, i cattolici democratici con i cattolici democratici. Ma a tutti con tutti. Senza steccati ideologici e di organizzazione».

Il suo Partito ha punito il senatore Turigliatto con un provvedimento disciplinare. Lei condivide?
«Non entro nelle decisioni del mio Partito, dico solo che bisogna garantire il mandato che hai chiesto agli elettori. Perché se non sei in grado di garantirlo, sei azzoppato».

Non avere maestro è non avere a chi domandare

(4 Mar 07)
Non avere maestro è non avere a chi domandare e, in un senso ancora più profondo, è non avere nessuno davanti a cui porsi delle domande. Vuol dire rimanere rinchiusi nel labirinto primario che è la mente di ogni uomo in origine; rimanere rinchiusi come il Minotauro, traboccanti di impeto che non può avere sfogo. (…) Ogni vita è in principio prigioniera, aggrovigliata nel proprio impeto. E il maestro deve essere colui che apre la possibilità, la realtà di un altro modo di vita, quella vera. Una conversione è la definizione più giusta dell’azione del maestro. La resistenza iniziale di colui che irrompe nelle aule si trasforma in attenzione. La domanda comincia a spiegarsi. L’ignoranza risvegliata è già intelligenza».
Ah, quale fortuna se il ministro Fioroni meditasse su questa pagina di María Zambrano (tratta da Per abitare l’esilio, editore Le Lettere) e decidesse di liberare la scuola italiana dall’attuale dominio dei pedagogisti!

La banda Bassotti

(2 Mar 07)

Dei tanti dati interessanti contenuti nel I Rapporto sulla classe dirigente curato dall’Università Luiss di Roma, uno mi colpisce: quello circa l’immagine che della classe dirigente si fanno gli italiani. Per la cui maggioranza le caratteristiche che oggi più conterebbero in chi esercita il potere, sono: la ricchezza, le amicizie importanti, e il rappresentare interessi particolari (il senso morale è all’ultimo posto). L’immagine è avvalorata dai requisiti ritenuti più necessari per far parte della medesima classe dirigente: «amicizie e raccomandazioni», «spregiudicatezza e ambizione», seguiti da un ambiguo «essere leader». Uno specchio fedele della realtà? Forse. O forse l’immagine freudianamente proiettata di quella che inconsciamente si sa essere innanzitutto la realtà propria (degli intervistati). Di certo un Paese assai poco normale: dove la maggioranza pensa che al potere, in pratica, ci sia la Banda Bassotti.

Gli spazi dello stato

(3 Mar 2007) 

Ormai trovare una buca per le lettere sta diventando un problema, mentre in molti paesi gli uffici postali vengono chiusi e quelli aperti in città (sempre di meno) sono perlopiù affollati all’inverosimile. Lo stesso o quasi accade con le stazioni ferroviarie: molte di quelle secondarie vengono abbandonate; altre, dove le biglietterie adesso chiudono ad una certa ora, diventano ogni sera spettrali terre di nessuno. Sono state dismesse, o fanno orari di ufficio chiudendo alle 20, anche molte stazioni dei carabinieri. Ragioni economiche o di efficienza, certo. Ma è anche così che l’immagine dello Stato, se mai esistente, pian piano si dilegua: e cioè con il ridursi di quel fondamentale attributo del potere che è lo spazio da esso organizzato. In Italia gli spazi pubblico-statali sono sempre più rari. Al loro posto crescono i centri commerciali, gli autogrill, le discoteche. E insieme, forse, il nostro rimpianto.

Il calendario di Ernesto Galli Della Loggia

(28 Feb 07)
Adesso sappiamo a cosa servono in politica i grandi ideali e le grandi battaglie. Servono dapprima a raffigurare se stessi, come da sempre ha fatto la sinistra radicale, al pari di una schiera virtuosa in lotta contro grandi nemici (la Guerra, gli Usa, la Discriminazione, la Destra). Dopo di che grandi ideali e grandi battaglie servono, almeno in Italia, a una cosa soprattutto: a fare piccoli compromessi. Il voto odierno al Senato lo mostrerà, mostrando per l’appunto quanto sia utile per il massimalismo nostrano l’eroica pugna antiberlusconiana. Solo l’Orco Supremo alle porte, infatti, il Mangiafuoco mediatico-miliardario e il pericolo rappresentato dal suo ritorno per le grandi lotte delle masse, potranno convincere Giordano, Diliberto e compagni ad accettare la messa in mora di tutte le lotte di cui sopra, e a restare al governo, pensate un po’, insieme a quel brav’uomo di Marco Follini.

(26 Feb 07)
Ogni uomo politico a cui capita di diventare ministro dovrebbe proporsi di legare il proprio nome almeno ad un provvedimento importante, fuori dell’ordinario, che colpisca — com’ è ovvio positivamente — l’opinione pubblica. È in questo spirito che vorrei suggerire a Francesco Rutelli, ministro dei Beni culturali, un provvedimento del genere: l’abolizione della pubblicità stradale, la distruzione di quei milioni di cartelli, quasi sempre esteticamente orrendi, che deturpano il paesaggio italiano.Perché dobbiamo essere l’unico Paese civile con un simile sconcio? Sì, forse la maggioranza degli italiani non sente il problema, ma il giorno che qualcuno gli restituisse la vista finalmente libera dei loro poggi e dei loro campi, dei loro borghi e del loro mare, gli italiani, sono sicuro, si stupirebbero di non averci pensato prima e sarebbero pronti ad approvare con gratitudine.
Ci pensi, signor ministro!

(23 Feb 07)
C’è qualcosa che non va, qualcosa di profondamente sbagliato, in uno Stato dove una folla di teppisti scatenati può mettere a soqquadro un pezzo di città, distruggere cancellate, svellere segnali stradali, panchine, cassonetti, tutto; può scagliarsi contro le forze dell’ordine, aggredirle, bersagliarle con ogni genere di proiettili, può ammazzare un agente di polizia; uno Stato in cui un giovane deficiente, con ogni probabilità neppure consapevole di ciò che stava facendo, può lasciare una donna vedova e due ragazzi orfani, uno Stato in cui tutto ciò può accadere, e dopo neppure un mese nessuno dei protagonisti delle eroiche gesta di cui sopra, tranne uno solo (uno solo!), si trova in galera. Se ricordo bene, nella Costituzione è scritto che in Italia la giustizia è amministrata in nome del popolo. Forse in Italia. Evidentemente a Catania, invece, essa è amministrata in nome della plebaglia.

(22 Feb 07)
C’è una grave debolezza nella posizione della Chiesa sul tema dei “Dico” e delle cure terminali, che di fatto, credo, le aliena molti potenziali consensi. Essa si presenta in pratica solo come un no. Un no insistito e continuo a tutte le proposte altrui, accompagnato però da un sostanziale silenzio su tutte le eventuali soluzioni alternative: le quali, si dice, esisterebbero, ma sulle quali poi non ci si esprime mai né con sufficiente chiarezza né con abbondanza di dettagli; laddove invece, come si sa, i dettagli sono tutto. La soluzione di diritto privato alternativa ai “Dico”, per esempio, in sostanza come potrebbe funzionare? Con quali diritti e garanzie? A quali condizioni? E nel caso dell’accanimento terapeutico, perché, se capisco bene, è lecito rifiutare un intervento terapeuticamente inutile e non invece l’attacco a un respiratore che pure lo è allo stesso modo? Vorrei capirlo: dov’è la differenza? 

(21 Feb 07)
Quanto è capitato l’altro ieri alla Statale di Milano a Giuliano Amato, di parlare a una platea senza studenti, non è un’eccezione: è la regola.
Il fatto, cioè, che ormai da decenni ai ministri della Repubblica non è consentito di mettere piede in un’università della penisola rivolgendosi al pubblico che in un’università è logico trovare, vale a dire gli studenti. Se ci si provano, infatti, è arcisicuro che qualche gruppetto di giovani (di destra o di sinistra, secondo il colore del ministro) glielo impedirà sotto una valanga di improperi, di minacce e di schiamazzi.
Con una simile prospettiva è inevitabile che rettori, prefetti e questori preferiscano salvare la propria reputazione, e quella dell’invitato, facendolo parlare in sostanza a porte chiuse. Si realizza così un’ennesima eccezionalità italiana: invece della dittatura della maggioranza, quella delle minoranze. Se violente, tanto meglio.

(19 Feb 07)
Leggo l’ultimo volume di un’opera che fa onore al nostro ottimo Archivio centrale dello Stato, «I verbali dei consigli dei ministri» dal ’43 in avanti: il volume riguardante il 1950-51 curato da Francesca Romana Scardaccione. Anche chi sa queste cose, oggi si stupisce della durezza dello scontro politico del tempo, quando il Governo, per rispondere ad uno sciopero anti-Usa indetto dal Pci, decide ad esempio di licenziare tutti i dipendenti pubblici che vi hanno aderito. Ma nel centrismo la durezza repressiva era l’altra faccia di un vero spirito riformatore. In questo senso colpisce molto la risposta che De Gasperi dà ai ministri preoccupati che la riforma agraria scateni nuove, incontrollabili occupazioni di terre: «La preoccupazione (…) è generica e la conseguenza logica non sarebbe altra che quella di non fare la riforma fondiaria. È necessario quindi agire con coraggio». Allora ce ne volle di sicuro molto: in tutti i sensi.

(14 Feb 07)
All’onorevole Violante non sono piaciute per nulla le parole pronunciate dal suo collega Bondi, coordinatore di Forza Italia, il quale, a proposito del nucleo di Brigate Rosse appena scoperto, ha osservato che «la sinistra non è riuscita a prendere le distanze da quel mondo che galleggia tra l’extraparlamentarismo e l’eversione». Ancora meno deve avergli fatto piacere sentirsi ricordare dall’onorevole Sacconi, sempre di Forza Italia, alcune parole di Lama: «La sinistra deve mettere un confine a sinistra. Non può raccogliere tutto». Capisco l’irritazione di Violante. Il quale però immagino che una domanda almeno se la ponga, e se non se la pone gliela poniamo noi: «Come mai secondo lui l’Italia è l’unico Paese dell’Europa occidentale in cui il terrorismo di sinistra sembra inestirpabile? L’unico in cui rinasce continuamente? È colpa di Berlusconi, del “doppio Stato”, delle condizioni climatiche, o di che


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