Leggendo i giornali di ieri, pareva che Massimo D’Alema fosse davvero fuori dalla grazia di Dio.
Mamma mia come sembrava arrabbiato, il D’Alema che si aggirava in Senato.
Riferivano le cronache che spandeva umor nero in lungo e in largo, che era insoddisfatto della soluzione data alla crisi politica, che era insoddisfatto dell’arroccamento che ne è risultato, insoddisfatto per la piega che potrebbe prendere la riforma della legge elettorale, insoddisfatto per il dilettantismo degli amici di schieramento, insoddisfatto, leggendo tra le frasi, di sentirsi sempre l’uomo più incompreso del mondo subito dopo Galileo Galilei.E francamente dispiace, perché è molto arduo consolare un D’Alema amareggiato al punto di confidare ai taccuini: “Aspetto solo il voto di fiducia. Così me ne vado in giro per il mondo e sto lontano dall’Italia”. Frase forte.
Ma non si sa davvero come fare. E’ normale che gli facciamo tutti schifo. Purtroppo, però, oggi come oggi è previsto soltanto il ministero degli Esteri. Per istituire quello degli Estranei ci vorrebbe forse una riforma costituzionale.
Archivio per 2 Marzo 2007
Prodi cerca di rallentare la riforma, il leader azzurro vuole accelerare
Pubblicato Marzo 2, 2007 La Stampa Lascia un commento2 Mar 2007
AUGUSTO MINZOLINI
Seduto su uno dei divani del corridoio dei passi perduti di Montecitorio, con l’orecchio perennemente attaccato alla cornetta del telefono, l’ex-dc Giampaolo D’Andrea, sottosegretario di quel ministro Vannino Chiti che conduce le danze sulla nuova legge elettorale, fa il punto sull’argomento che è diventato il nuovo ombelico della politica italiana: «La legge elettorale? Ma mica si fa mo’… Vediamo. Aspettiamo di vedere cosa esce fuori». Insomma, per il nostro c’è bisogno di tempo perché nella logica minimale che ha fatto la fortuna dei democristiani più dura il confronto sul tema e più questo governo malridotto guadagna mesi o anni di vita. Una filosofia che riappare anche sulla bocca del ministro per l’attuazione del programma, il prodiano doc Giulio Santagata: «Non credo – spiega – che il governo si presenterà da subito con un suo progetto. Bisogna trovare prima tutte le convergenze possibili». E nel Transatlantico di Montecitorio un altro sottosegretario che passa la sua vita a Palazzo Chigi, Paolo Naccarato, si unisce al coro anche se ha l’accortezza di lanciare qualche segnale a Silvio Berlusconi ben sapendo che è difficile fare la nuova legge elettorale senza il Cavaliere. «Un tentativo serio – racconta – lo faremo. Certo manterremo l’impianto dell’attuale legge con una serie di accorgimenti che potrebbero poi dar vita a tre-quattro interventi sulla Costituzione. Se questo governo dura? In fondo è interesse di tutti fare una nuova legge elettorale per mettersi a riparo dagli imprevisti…».
Nelle parole di Naccarato, appunto, c’è un’esca per il Cavaliere. Anche Berlusconi, infatti, segue lo schema dei piccoli aggiustamenti: per lui, nei fatti, basterebbe rendere omogenea la legge tra Camera e Senato. Una riformetta per non avere problemi con gli alleati della coalizione e, soprattutto, da fare in quattro e quattr’otto per aprire la strada alle elezioni. «La legge elettorale è un falso problema – fa presente -, basta trasformare il premio del Senato da regionale a nazionale». Prodi sarebbe anche disposto a fare piccoli aggiustamenti ma vuole impiegarci molto tempo. Berlusconi li vuole piccoli, invece, solo per farli presto. Tutti e due, quindi, quando parlano di legge elettorale pensano ad altro: alla durata del governo. Per dirla con le parole del Cavaliere l’argomento «è solo un diversivo per guadagnare tempo». Sarà, ma anche in questa vicenda il Cavaliere rischia di sbattere la testa contro il muro, come nella crisi che si è chiusa.
E il motivo è sempre lo stesso: perseguendo il sogno delle elezioni subito, senza munirsi di una strategia alternativa, Berlusconi rischia di restare fuori dai giochi. Se nella crisi è riuscito a mettere insieme, facendo insorgere in molti la paura delle urne, i 158 voti che hanno ridato fiato al governo, sulla legge elettorale rischia di non guidare ma di essere in balia dei giochi. I segnali già ci sono: mentre lui considera la riforma elettorale «un falso problema», Casini la considera «un problema» e Fini «il problema principale». E anche la fedelissima Lega che ha l’ossessione della legge elettorale ha cominciato ad andare in giro per dire la sua. Lui, il Cavaliere, ovviamente, alza la voce. In fondo nella sua testa la politica si riduce solo al rapporto con i cittadini, alla campagna elettorale e, se si vince, al governo. Non è avvezzo alle tattiche di Palazzo, alle strategie parlamentari, alle sottigliezze dei piani. Anzi, le rifiuta. Ieri, ad esempio, ha criticato gli alleati perché non hanno seguito il suo esempio nella crisi, non hanno chiesto le elezioni: «Loro temevano che chiedendo le elezioni ed essendo certi che non sarebbero state concesse, avremmo dissuaso quei senatori della sinistra che avrebbero potuto votare insieme a noi contro il governo. Questa ipotesi è stata smentita dei fatti e credo che per questa operazione di politica politicante abbiamo dato l’impressione di non essere decisi nella direzione unica delle elezioni».
Appunto, nella sua mente tutto quello che «non è semplice» è «politicante». Lui sa guidare la macchina solo sul rettilineo, non sopporta le curve. Finché non vede l’orizzonte si ferma sul ciglio della strada, mette in folle e resta immobile. E pensare che in questo momento l’unico che potrebbe permettersi due politiche è proprio lui: con Forza Italia che nei sondaggi è data dal 29 al 33% può essere l’asse di uno dei due poli del maggioritario, o diventare il partito di maggioranza relativa nel sistema tedesco; può puntare alle elezioni ma anche essere uno dei contraenti più influenti nel governo delle larghe intese. Insomma, gli basterebbe muoversi per togliere spazio agli altri. Potrebbe tranquillamente far proprio il ragionamento del suo ex-ministro dell’Interno aggiungendo un piccolo corollario alla sua proposta di riforma elettorale: «La maggioranza di governo deve essere uguale a quella che approva la nuova legge elettorale, altrimenti non si va da nessuna parte. Per questo ci vuole un altro governo».
Invece, visto che le «larghe intese» gli fanno venire l’orticaria, il Cavaliere liquida l’argomento come «un falso problema». E alla fine rischia di essere come Follini un «puntello» per Prodi: se il primo lo vota direttamente, il Cavaliere non aprendo a nessuna ipotesi alternativa alle elezioni in caso di crisi, lo sostiene indirettamente per difendere lo «status quo» nei due poli. Tutto per un eccesso di prudenza, per la voglia di non osare: «Non navigo verso l’ignoto – è il suo alibi – senza sapere quali sono i miei compagni e cosa vogliono».
2 marzo 2007
Emanuele Macaluso
Quel che mi colpisce nel gruppo dirigente Ds, impegnato a sciogliere il partito nel calderone del Pd, è il disinteresse per i processi politici che investono le organizzazioni sociali e le stesse organizzazioni di partito. Tranne qualche lodevole eccezione, l’autoreferenzialità, la ricerca affannosa di come, dove e quando collocare se stessi è quel che emerge in questo “dibattito” sul Pd.
Chi mi conosce sa che il garantismo è la cifra della mia stessa esistenza politica. Quindi non pronuncio una parola sull’inchiesta giudiziaria avviata da un pm calabrese che coinvolge i massimi esponenti dei Ds e della Margherita della Lucania, ma anche magistrati, avvocati e imprenditori. C’è tutto sui giornali.
Mi auguro che giudizialmente venga provato che non sono stati commessi reati. Tuttavia, il quadro di cos’è la vita politica dei partiti e di un personale aggrappato alle istituzioni è impressionante: un intreccio in cui effettivamente la fusione Ds-Margherita è già realizzata. E si capisce cosa sarà il Pd, in Lucania, come in Calabria e in altre regioni dove sono in corso inchieste giudiziarie e dove no. Infatti il problema prima che giudiziario è politico. Ma il treno del Pd va, almeno così dicono i sui guidatori.
1 marzo 2007
Finita la prima Repubblica, l’esito delle elezioni è deciso dagli incerti. Dagli indecisi. Quelli che pochi giorni prima e talora il giorno stesso delle elezioni non sanno ancora per chi – e a volte neppure “se” – voteranno. Sono molti. Elettori senza volto, perlopiù delusi. Ai margini della politica. Una zona grigia, nella quale i partiti e le coalizioni si addentrano, all’inseguimento degli incerti. Per conquistarli. Esagerando nelle promesse e nelle lusinghe. Così avviene, da mesi, anche al Senato, dove l’equilibrio è altamente instabile.
La caccia all’incerto: un esercizio critico. Quasi una lotta per la vita. O la sopravvivenza. Con una differenza sostanziale: qui non si tratta di elettori senza identità, “segmenti del mercato elettorale”, ma di persone con un volto, un nome, una biografia politica. A volte note a volte un po’ meno. Ma che diventano protagonisti, quando dichiarano la loro incertezza. I loro riferimenti di valore, gli interessi e i contesti che rappresentano diventano, all’improvviso, importantissimi. Moltiplicano la loro influenza sulle scelte degli attori politici. Di maggioranza e di opposizione. Così, il governo, nei giorni scorsi, per conquistare le fiducia del Senato, ha messo fra parentesi la legge sulle famiglie di fatto. E si è dimostrato disponibile a confrontarsi su una legge elettorale “alla tedesca”. Dunque, proporzionale. Per riconoscenza nei confronti di Follini; per rispetto verso Andreotti. Mentre il richiamo alla causa (e forse anche agli “effetti” del proprio voto, sul piano politico e personale) ha convinto Turigliatto e Rossi ad anteporre le ragioni di coalizione alla coscienza.
Resta Luigi Pallaro. Il più indeciso degli indecisi. Incerto fino all’ultimo minuto. Fino al momento del voto di ieri. Da oggi: il senatore più importante. Di tutti. Perché ha deciso e può decidere ancora le sorti del governo, di questa legislatura e di questo bipolarismo sgangherato che incombe su di noi. E’ difficile per tutti, immaginiamo, inseguire Pallaro, i suoi desideri, le domande dei suoi elettori. Perché è un italiano d’Argentina. E’ stato eletto e risiede in un altro continente, il Sud America.
I suoi elettori – sparsi e lontani – non lo pressano e non lo assediano. Neppure lo minacciano e lo schiaffeggiano, com’è capitato al signor Rossi. Sono più interessati alle (e preoccupati dalle) crisi che investono i paesi in cui vivono oggi, rispetto a quelle che agitano la terra inquieta dei loro padri e dei loro nonni. Ma Pallaro, più dei suoi elettori d’oltre-oceano, rappresenta noi. Lui, italiano all’estero: è l’emblema della nostra democrazia indecisa. Lo specchio deformante davanti al quale si soffermano, smarriti, gli elettori italiani residenti in Italia. Che in questo Paese, in questa Repubblica, si sentono tutti un po’ stranieri.


