Il passato che non passa

 1 Mar 2007

 GIOVANNI DE LUNA

Molti hanno pensato alla Bicamerale come al «luogo» evocato da Prodi per varare una nuova legge elettorale. E il tempo della politica è ritornato indietro di dieci anni, al 1997. Un passato che non si decide a passare ha segnato il percorso della crisi. È stato così già alla vigilia del no di Rossi e Turigliatto alla relazione di D’Alema.

Soprattutto per quanto riguarda il dibattito nella sinistra, il clima in cui la crisi si è aperta riecheggiava paradossalmente quello antico degli Anni 70. La stupefacente riapparizione delle Brigate rosse ha contribuito a rilanciare veleni e sospetti, spintisi fino all’altrettanto stupefacente accusa di «contiguità» rivolta alla Cgil. Con la riapparizione dei trotzkisti e la querelle tra riformisti e radicali ci si è spinti ancora più all’indietro, evocando le atmosfere degli inizi del Novecento. Tutto questo mentre si è nel pieno di una tumultuosa fase costituente che dovrebbe portare alla nascita di un Partito Democratico descritto come un laboratorio di sperimentazione per definire le nuove forme di rappresentanza politica della sinistra in termini di marcata discontinuità con le sue tradizioni novecentesche.

In realtà «il passato che non passa» sembra far valere ancora tutta intera la sua vischiosità, lasciando aleggiare anche sul processo di formazione del Partito Democratico le atmosfere del «compromesso storico», ancora quegli Anni 70 materializzatisi nell’affondo di D’Alema contro gli estremisti di sinistra, nel suo consapevole riferimento agli insegnamenti in materia del «vecchio Pci». Ancora più indietro nel tempo, in quella visione togliattiana in cui i nemici erano a sinistra, gli avversari a destra; verso i primi insofferenza («pidocchi sulla criniera di un cavallo») e chiusura intransigente, verso i secondi cautela, ricerca dell’accordo e della mediazione. Il nuovo Partito Democratico sta nascendo accentuando drasticamente le distanze non solo dalla sinistra radicale, ma anche da quelle componenti interne ai Ds che non si riconoscono in quel progetto, affollando le sue argomentazioni di ossimori politici come quello che trasforma Mussi in un estremista. Questa incongrua riedizione della lezione togliattiana produce anche una buffa declinazione del termine riformismo. Quelli che agli inizi del Novecento si chiamavano massimalisti si chiamano ora radicali e quelli che si chiamavamo riformisti si chiamano moderati. Non è solo una questione terminologica. L’equazione riformismo=moderazione finisce per svilire un intero progetto politico, lo appiattisce su un generico pragmatismo, ne propone una versione economicistica, esangue, senza passioni.

Ci si è mai chiesto cosa sono i Dico senza un forte sentimento di laicità a sostenerli? O cosa sono le liberalizzazioni senza un forte impegno civile contro i privilegi delle corporazioni? Ancora negli Anni 70, su una sponda diversa da quella in cui militavano Fassino e D’Alema, Benigno Zaccagnini aveva un figlio che militava in Lotta Continua; gli scrisse una lettera: «Di fronte al dilemma che mi sembra tu stia vivendo, riformismo o rivoluzione, sono francamente per la prima soluzione, convinto che non vi sia rivoluzione vera da compiere che quella che si attua spingendo al massimo in ogni fase storica le possibilità concrete e reali di riformare, cioè di trasformare gradualmente e senza perdere pazienza e speranza… In questo quadro sento però la fecondità delle anime rivoluzionarie come funzione profetica e precorritrice utile a rendere sempre viva, avvertita, insoddisfatta l’azione concreta di chi opera sul piano riformatore». Non male, se confrontata con gli anatemi togliattiani.

La realtà è che l’intera struttura politica, istituzionale e direi anche psicologica del bipolarismo appare estranea alle culture e alle tradizioni politiche ispirate dalla lezione togliattiana. Individuata come una panacea universale nel febbrile marasma che seguì alla fine della Prima repubblica, questa formula dimostra ora una sua intrinseca artificiosità; il bipolarismo può essere una soluzione efficace, a patto che ci sia a sostenerlo un’adeguata sensibilità culturale e civile. In Italia, questo presupposto latita ancora vistosamente.

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