Archivio per 1 Marzo 2007

Il sì di Follini: “Unire moderati e riformisti”

(28 febbraio 2007)

Il leader di Italia di Mezzo conferma la fiducia al governo
“Non sono qui per gli allori, ma per condividere le difficoltà”

“Non è più tempo di erigere muri ma di ricominciare a costruire ponti. Le culture moderate e riformiste tornino a parlarsi, a confrontarsi e a integrarsi”. Marco Follini conferma la fiducia al governo Prodi e, nella dichiarazione di voto, spiega le ragioni della sua scelta.

“Sono – spiega – tra quelli che considerano il governo una risorsa di tutti, e non di una sola parte”. E per il bene di tutti, occorre forgiare una nuova alleanza fra centro e sinistra. “C’è bisogno di lavorare a un equilibrio diverso – dice Follini – e definire un campo più largo in cui la cultura moderata e quella riformista si integrino a vicenda, che il centro deve riscoprire la capacità riformatrice smarrita. Serve lavorare perché le due culture si parlino, si integrino, si rapportino e si sorreggano a vicenda. Serve che il centro ritrovi la capacità riformatrice che ha smarrito da dieci anni a questa parte e che una parte della sinistra renda più forte e meno precario il suo coraggio moderato. Serve che le due cose, almeno per qualche tempo, si leghino insieme”.

Il discorso di Follini strappa applausi dal centrosinistra, ma la Cdl rimane in silenzio assoluto. Un silenzio che si trasformerà in un coro di “buu” e di fischi al momento della chiama. Il leader di Italia di Mezzo è tranquillo: “Io ho fatto la mia parte – spiega – adesso vedremo che succede”. E le contestazioni da parte della Cdl, che pure hanno costretto il presidente del Senato Marini a un richiamo all’ordine, non lo turbano. “Fanno parte del gioco”, dice.

“Non sono qui per raccogliere allori ma per condividere una difficoltà – spiega Follini – Per chi cerca di lavorare a una nuova trama non era possibile restare immobili dinanzi a questa tragedia”. E tira una stoccata al bipolarismo. “I due poli sono diventati un surrogato delle ideologie che non avevamo più – avverte -. Ci è servito il nemico per scegliere l’alleato”, ma il risultato è stato che si sono fatti strada ”interessi particolari e forti”.

Anche la crisi di governo nasce da questo atteggiamento. “Il governo è costretto a chiedere la fiducia perché ha guardato troppo a sè, troppo alla sua base – ammonisce. Poi rivela di aver tentennato. “Mi sono chiesto se non sarebbe stata più utile una crisi vera, una crisi al buio. Credo che si sarebbe aperto o un grande conflitto o un grande equivoco: ma averla evitata – avverte Follini – non ci mette al sicuro”.

Per concludere, Follini dà qualche consiglio a Prodi. “Ora il governo non si chiuda in un fortilizio, ma guardi piuttosto ad un orizzonte più largo, convincendo chi non è ancora convinto”.

I dodici punti «non negoziabili»

22 febbraio 2007
Il documento diffuso ai segretari dell’Unione
Il piano del presidente del Consiglio per il rilancio dell’azione di governo

ROMA – I dodici punti del documento presentati da Romano Prodi «sono prioritari e non negoziabili». Lo afferma lo stesso il premier nel documento diffuso ai segretari dell’Unione per il rilancio dell’azione di governo.

1. «Rispetto degli impegni internazionali e di pace. Sostegno costante alle iniziative di politica estera e di difesa stabilite in ambito Onu ed ai nostri impegni internazionali, derivanti dall’appartenenza all’Unione Europea e all’Alleanza Atlantica, con riferimento anche al nostro attuale impegno nella missione in Afghanistan. Una incisiva azione per il sostegno e la valorizzazione del patrimonio rappresentato dalle comunità italiane all’estero».
2. «Impegno forte per la cultura, scuola, università, ricerca e innovazione».
3. «Rapida attuazione del piano infrastrutturale e in particolare ai corridoi europei (compresa la Torino-Lione). Impegno sulla mobilità sostenibile».
4. «Programma per l’efficienza e la diversificazione delle fonti energetiche: fonti rinnovabili e localizzazione e realizzazione rigassificatori».
5. «Prosecuzione dell’azione di liberalizzazioni e di tutela del cittadino consumatore nell’ambito dei servizi e delle professioni».
6. «Attenzione permanente e impegno concreto a favore del Mezzogiorno, a partire dalla sicurezza».
7. «Azione concreta e immediata di riduzione significativa della spesa pubblica e della spesa legata alle attività politiche e istituzionali (costi della politica)».
8. «Riordino del sistema previdenziale con grande attenzione alle compatibilità finanziarie e privilegiando le pensioni basse e i giovani. Con l’impegno a reperire una quota delle risorse necessarie attraverso una razionalizzazione della spesa che passa attraverso anche l’unificazione degli enti previdenziali».
9. «Rilancio delle politiche a sostegno della famiglia attraverso l’estensione universale di assegni familiari più corposi e un piano concreto di aumento significativo degli asili nido».
10. «Rapida soluzione della incompatibilità tra incarichi, di governo e parlamentari, secondo le modalità già concordate».
11. «Il portavoce del presidente, al fine di dare maggiore coerenza alla comunicazione, assume il ruolo di portavoce dell’esecutivo».
12. «In coerenza con tale principio, per assicurare piena efficacia all’azione di governo, al presidente del Consiglio è riconosciuta l’autorità di esprimere in maniera unitaria la posizione del governo stesso in caso di contrasto».

Turigliatto una certa grandezza

1 Mar 2007

 LIETTA TORNABUONI

Ormai la faccenda è andata, eppure si può riflettere sul senatore Franco Turigliatto di Rifondazione comunista: un personaggio magari ingenuo o rigorista, ma di una certa grandezza e passione politica. Al primo pronunciamento in Senato sul rifinanziamento della spedizione italiana in Afghanistan, il senatore Turigliatto vota «no».

Nulla di straordinario, sono tanti gli italiani che la pensano così, che non vogliono spedizioni di truppe soprattutto adesso che si tratta di combattere più che di costruire scuole o distribuire farmaci, che chiedono di essere partecipi della pace e non degli scontri. Il senatore Turigliatto avrà pensato di votare «secondo coscienza».

Ma il governo cade per un soffio e a Turigliatto toccano insolenze, deprecazioni, aggressioni verbali (un collega che è nelle stesse condizioni prende pure botte, aggressioni fisiche), fotografie e deplorazioni sui giornali, minacce di espulsione dal partito. Così adesso ha capito il suo errore, assicurando di votare a favore del governo. Non avrà cambiato idea sull’Afghanistan, ma grazie alla nostra brillante legge elettorale non è stato eletto personalmente ma selezionato dal partito, e alle decisioni del partito è tenuto ad adeguarsi.

Contrariamente a quanto molti pensano, la battaglia di questi giorni (due voti, Pallaro, caccia ai senatori, ritorni dall’estero o risanamenti dei votanti malati eccetera) non ha nulla di meschino né di ridicolo, rispetta le regole anche assurde o ristrette d’una maggioranza: ma certo non ubbidisce allo spirito della democrazia. Indurre i componenti di una delle assemblee parlamentari a votare contro coscienza e contro le proprie convinzioni non è democratico. Discutere su due voti, tenere i conti al pallottoliere, tessere trame non è democratico. Non è democratico fare tutto questo pubblicamente, senza disagio né vergogna né ritegno, senza neppure occuparsi o preoccuparsi di cosa possano pensarne gli elettori.

Famiglia è il caso di difenderla?

1 Mar 2007

 GUIDO CERONETTI

 Con l’ispirata intenzione di «difendere la famiglia» ad ogni costo, i vescovi hanno dato un bellissimo contributo a disunire al raddoppio un parlamento italiano già bene rigato di proprie crepe. Gliene sia grato chi vuole; per pudore civile io nelle Aule non metto il piede. Posso tracciare qualche ghirigoro intorno a questo inesauribile tema (che a essere trattato con un certo distacco ci guadagnerebbe) – Famiglia oggi.

Girava, ne ho un bel ricordo, nel Sessantuno, un film inglese con Rita Tushingam, Sapore di miele, paradossale e veridico: una giovane incinta, dopo qualche rapporto facile con un marinaio nero piantata subito, conviveva fino al termine della gravidanza con un ragazzo omosessuale: relazione puramente affettiva ma forte, il ragazzo le prodiga un’assistenza senza limiti, anche nel parto, nasce un meticcino senza padre, spero la strana coppia abbia seguitato a convivere… Come la definisci? C’è o non c’è famiglia? Senza nonni e cognati e registrazioni, però di famiglia si tratta, con componenti essenziali e una carica umana in più, famiglia di indifesi che si tutelano da soli nella disumanità di una metropoli… Una favola emblematica. Quell’oggi del 1961 prefigura un futuro XXI in cui della Famiglia Antropos tradizionale non resteranno che brandelli sparsi, e non saranno esemplari, a giudicare da quel che vediamo.

L’unica definizione adeguata che mi senta di dare di ciò che sia famiglia è che è un modo di essere, soggetto all’impermanenza, legato alle prescrizioni sessuali rituali più antiche, ma in grado di emanciparsene modificandosi e adattandosi, finché l’uomo avrà le sue case qui. Il divino non lo escludo: circola in tutto, senza obbligare a niente.

In quegli stessi anni l’America, dove vige ferreo come la morte il costume dell’accettabilità sociale esclusivamente degli sposati (e da qui divorzi come cavallette) proponeva al resto d’Occidente il modello californiano.

Il modello dei figli dei fiori, droga e sesso, pellegrinaggi in India, con Eros tantrico e Kamasutra nello zaino del ritorno, nasceva un altro modo d’essere dell’Antropos accoppiato, poligamico come i patriarchi biblici anche al femminile, nomade, senza legami con genitori. Dall’Italia partivano in molti, qualcuno perfino in moto, tutti anelanti al sadhu liberatore… A Los Angeles si distinse la Family di Death Valley, che riconosceva come unico padre-maestro un guru criminale, figlio di una prostituta ignota, adorato dai suoi come Jesus più ancora che Satan, e sono celebri e cruciali nel secolo le loro stragi del 1969. E mai vollero essere un gruppo qualsiasi, anche al processo restarono Family, germoglio di tutte le degenerazioni. Ma, tra le famiglie nostre, anche di meglio: quella di Pietro Pacciani di Scandicci, figlie ridotte a schiave sessuali del padre, lui assassino multiplo, strenuamente protetto da una suora – un demonio turpe d’epoca agricola spuntato tra i camper di coppie turistiche ignare.

L’istituzione è sconquassata anche nell’Italia profonda, più tradizionale, più cara ai vescovi e ai legislatori cattolici. L’uxoricidio, il matri-parricidio, il tecnocidio (uccisione dei figli) nelle nostre province erano l’eccezione, lunga decenni l’onda emotiva che suscitavano – ma ormai da tempo i cronisti e gli inviati mediatici non si soffermano che su casi straordinari, il Maso di Verona, la Erika di Novi, la Doretta Graneris di Vercelli, la Franzoni di Cogne (accidenti, quanto Piemonte!). E bambini violentati, strangolati o uccisi con armi bianche insieme alle madri, o dalla madre stessa, dal padre o dal convivente, una costellazione… E casi non rari, nemmeno più incredibili, di madri che vendono la bambina o il maschietto al pedofilo criminale. E le pareti dove tutto questo avviene quasi sempre sono le domestiche, sulla porta la targhetta d’ottone reca il nome della famiglia. L’amputazione di genitore padre è frequentissima: meglio della cancrena, però è nuova famiglia, più fragile, con due o più amputati, un’ondata…

L’esemplarità è delle famiglie mafiose meridionali: focolare integro, nozze tutte benedette, le mogli non tradiscono, i divorzi non esistono. Perché mai il modello non viene mai, nelle prediche, proposto? Ma non in quelle soltanto l’omertà è la costituzione di fondamento del modo d’essere famiglia tradizionale. Tradotta in linguaggio popolare l’omertà risuona nel detto «i panni sporchi si lavano in famiglia», legge applicatissima che consente il trasparire dalle finestre illuminate di una tranquillità inesistente, che non turba la pace sociale. Ma il prezzo di quel bucato casalingo sono silenzi obbrobriosi, macellazioni lente, talvolta sadiche, di anime umiliate.

In pochi anni l’Italia ha accolto con l’invasione migratoria ogni tipo di convivenza e di riti matrimoniali e iniziatici praticati nelle conigliere afroasiatiche e indoamericane. La legge, incapace o non disposta a mettere ordine in questo turbinare di rapporti e congiungimenti su cui gravano infinite oppressioni e torture femminili e infantili dalla bocca cucita, interviene soltanto quando è versato materialmente il sangue. Oh rieccola, una famiglia tradizionale: è nel Bresciano, agosto 2006, la piccola Hina Salem, pakistana che rifiuta le nozze combinate laggiù e avvia una libera convivenza italiana. Terrorizzata a lungo dalla famiglia, finalmente padre e zii la massacrano e la seppelliscono «in giardino», spazio di famiglia anche questo. (Almeno, oggi ha sepoltura tra i resurrecturi cristiani del cimitero locale).

Che dire? Onestamente – l’epoca è questa e le tradizioni sanguinano troppo o gemono di asfissie – avessi il potere di fermare il disfacimento in atto, la corrosione epidemica del modello di famiglia che conosciamo, mi guarderei dal farlo. Lungo le rive del river of no return un combattimento finale che più importa è impegnato a sostenere l’essenza umana aggredita, insieme a un po’ di esistenze che gli sono attaccate. Ma che sia un progetto da Stato assistenziale elaborato da due ministri cattolici a spingere giù, se approvato, il masso dal vertice, mi è impossibile crederlo. Vescovi e catto-zelotipi hanno lenti sbagliate; i mores, l’ethos, il destino del secolo non sono iscritti all’o.d.g. di un male-in-gambe parlamento italiano.

Il passato che non passa

 1 Mar 2007

 GIOVANNI DE LUNA

Molti hanno pensato alla Bicamerale come al «luogo» evocato da Prodi per varare una nuova legge elettorale. E il tempo della politica è ritornato indietro di dieci anni, al 1997. Un passato che non si decide a passare ha segnato il percorso della crisi. È stato così già alla vigilia del no di Rossi e Turigliatto alla relazione di D’Alema.

Soprattutto per quanto riguarda il dibattito nella sinistra, il clima in cui la crisi si è aperta riecheggiava paradossalmente quello antico degli Anni 70. La stupefacente riapparizione delle Brigate rosse ha contribuito a rilanciare veleni e sospetti, spintisi fino all’altrettanto stupefacente accusa di «contiguità» rivolta alla Cgil. Con la riapparizione dei trotzkisti e la querelle tra riformisti e radicali ci si è spinti ancora più all’indietro, evocando le atmosfere degli inizi del Novecento. Tutto questo mentre si è nel pieno di una tumultuosa fase costituente che dovrebbe portare alla nascita di un Partito Democratico descritto come un laboratorio di sperimentazione per definire le nuove forme di rappresentanza politica della sinistra in termini di marcata discontinuità con le sue tradizioni novecentesche.

In realtà «il passato che non passa» sembra far valere ancora tutta intera la sua vischiosità, lasciando aleggiare anche sul processo di formazione del Partito Democratico le atmosfere del «compromesso storico», ancora quegli Anni 70 materializzatisi nell’affondo di D’Alema contro gli estremisti di sinistra, nel suo consapevole riferimento agli insegnamenti in materia del «vecchio Pci». Ancora più indietro nel tempo, in quella visione togliattiana in cui i nemici erano a sinistra, gli avversari a destra; verso i primi insofferenza («pidocchi sulla criniera di un cavallo») e chiusura intransigente, verso i secondi cautela, ricerca dell’accordo e della mediazione. Il nuovo Partito Democratico sta nascendo accentuando drasticamente le distanze non solo dalla sinistra radicale, ma anche da quelle componenti interne ai Ds che non si riconoscono in quel progetto, affollando le sue argomentazioni di ossimori politici come quello che trasforma Mussi in un estremista. Questa incongrua riedizione della lezione togliattiana produce anche una buffa declinazione del termine riformismo. Quelli che agli inizi del Novecento si chiamavano massimalisti si chiamano ora radicali e quelli che si chiamavamo riformisti si chiamano moderati. Non è solo una questione terminologica. L’equazione riformismo=moderazione finisce per svilire un intero progetto politico, lo appiattisce su un generico pragmatismo, ne propone una versione economicistica, esangue, senza passioni.

Ci si è mai chiesto cosa sono i Dico senza un forte sentimento di laicità a sostenerli? O cosa sono le liberalizzazioni senza un forte impegno civile contro i privilegi delle corporazioni? Ancora negli Anni 70, su una sponda diversa da quella in cui militavano Fassino e D’Alema, Benigno Zaccagnini aveva un figlio che militava in Lotta Continua; gli scrisse una lettera: «Di fronte al dilemma che mi sembra tu stia vivendo, riformismo o rivoluzione, sono francamente per la prima soluzione, convinto che non vi sia rivoluzione vera da compiere che quella che si attua spingendo al massimo in ogni fase storica le possibilità concrete e reali di riformare, cioè di trasformare gradualmente e senza perdere pazienza e speranza… In questo quadro sento però la fecondità delle anime rivoluzionarie come funzione profetica e precorritrice utile a rendere sempre viva, avvertita, insoddisfatta l’azione concreta di chi opera sul piano riformatore». Non male, se confrontata con gli anatemi togliattiani.

La realtà è che l’intera struttura politica, istituzionale e direi anche psicologica del bipolarismo appare estranea alle culture e alle tradizioni politiche ispirate dalla lezione togliattiana. Individuata come una panacea universale nel febbrile marasma che seguì alla fine della Prima repubblica, questa formula dimostra ora una sua intrinseca artificiosità; il bipolarismo può essere una soluzione efficace, a patto che ci sia a sostenerlo un’adeguata sensibilità culturale e civile. In Italia, questo presupposto latita ancora vistosamente.


PD podcast

Per abbonarsi al podcast Copia il link associato a questa immagine in un aggregatore tipo iTunes, Juice, FeedReader....
Sottoscrivi il podcast nello store di iTunes... Su iTunes

Feed RSS

Per abbonarsi al podcast

 

Marzo: 2007
L M M G V S D
    Apr »
 1234
567891011
12131415161718
19202122232425
262728293031  

a

Blog Stats

  • 30,197 hits
website counter